Daft Punk – Giorgio by Moroder
Adrian Tomine – New York Drawings
Mad Mern s06e06
L'enchillada di Alma a Red Hook
Phoenix – Chloroform
Gli Ava Luna alla Brooklyn Bowl
Daft Punk – Giorgio by Moroder
Adrian Tomine – New York Drawings
Mad Mern s06e06
L'enchillada di Alma a Red Hook
Phoenix – Chloroform
Gli Ava Luna alla Brooklyn Bowl
A volte ci capitano sott’occhio delle storie talmente assurde, talmente sconvolgenti, talmente "Cazzo che botta" che una persona appena più sveglia di Justin Van Der Volgen parafraserebbe Steve Albini sospirando: "At least pornography has a function".
Questi sono i momenti in cui deve scendere in campo quella specie di Charles Manson "buono", di Hulk Hogan a 17 anni che è Pop Topoi, il profeta del "tozzo di pane russoliano", il blogger che colleziona odiosi maglioncini color turchese con la scritta "It’s not over. It’s never over".
Sebbene la sua biografia rimanga ancora piuttosto confusa e lacunosa, sappiamo che ha sessant'anni e qualcosa, e l'entusiasmo ed il sorriso sfigato di un bambino quando, dopo una partita a tennis indoor in un loft sulla 23a, ti spiega – riuscendo a non essere mimimamente retorico – che "è severamente vietato scopare con Fabio De Luca e Violetta Bellocchio sul dancefloor di un'antica chiesa battista sconsacrata".
Pop Topoi è stato il primo di una lunga serie di dj quasi tutti – chissà perchè – rincoglioniti da youporn che hanno creato da zero la scena "witch disco" del 2007, uno dei tre o quattro grandi blogger oriundi italiani di tutti i tempi (era solito sfidare le sue groupies a praticargli il sesso orale sotto la tastiera mentre lui pubblica su Vitaminic un dissing compatto e a gamba tesa sulle Tamil Tigers).
Non scrive così spesso, si limita a fare qualche sporadica comparsata sul Sunday Times. O sul forum del Mucchio.
È l'uomo che nell'Islanda di inizio anni Settanta ha "involontariamente" inventato da zero il sexting (“scriversi porcate via SMS”) e la nozione stessa di "▲-side", esportata e scopiazzata da gruppi terroristici del nuovo orizzonte esoterico, coraggiosi Argonauti del Verbo Tondo che muore all'orizzonte di Flatland, che trasudano Riforma Biagi ed assolutismo mediatico di Mediaset.
Uno sconvolgente, bellissimo semidio che poco più di dieci anni prima, all’apice del successo e della forma fisica e mentale, si era fatto fotografare a cazzo rizzo insieme a Adrianone Pappalardo sulle pagine di GQ.
Quindi, nonostante l’hype pitchforkiano, i premi e la stampa impazzita, Pop Topoi è un personaggio costruito a tavolino e sembra funzionare solo quando comincia finalmente a cantare nei Type O Negative. Ma qualcosa non va. Smadonna contro il fonico, nel momento dell'acuto decide pure di cambiare parte del testo: "You’re a superstar, no matter who you are!/You don't act like an asshole when you go to the barber./So why act like an asshole when you're in a band?/No one gives a fuck what you think. Get over it". Lo dice così, cantando.
Benché si presenti come la portavoce di tutti i personaggi più strani e disadattati della vita, vi sono poche prove che lo sia davvero, a parte l’intervista sul “New York Times” in cui Pop Topoi se la prende con tutti e la spara grossa: “Sufjan Stevens è stato inventato dai Servizi Segreti americani per spiarci”.
Poi ci sono le storie sulla sua amicizia con il guru lisergico Andrea Girolami, sulla decisone (nel 1969) di abbandonare il mondo dei beni materiali, sulle giornate passate immobile nella posizione yoga del loto fino ad essere ricoverato in un ospedale di Manhattan (110 West all'incrocio con la 43a, destinato a diventare il luogo eletto di tutto il jet set omosessuale newyorkese), vittima di una grave forma di catatonia.
La prigionia e il trattamento sanitario hanno lasciato segni evidenti e irreparabili, l’uomo è rovinato: bolso, gonfio, i movimenti incerti, un tremito costante gli deforma i lineamenti già abbondantemente provati, e gli occhi saettanti tradiscono un terrore senza nome e una tristezza senza fine.
Nel frattempo non perde occasione di mostrarsi come "uno del popolo", un paesano. Uno che non invidia per niente la quantità di V.I.P. e star assortite che la pierre Camille Paglia riesce a convogliare dentro The Gallery, ma che anzi è orgogliosissimo di suonare in posti così piccoli per gente così "musicalmente educata".
Vederlo in quelle condizioni fa male al cuore, sappiamo che discende da una minoranza etnica sulla quale il governo di MTV ha perpertrato un genocidio lungo quasi trent’anni, la frangia faunrock della world music, la minimal-techno più ossianica o al synth-pop più esoterico.
Poi il rientro "tra i vivi": il trasferimento da NoHo (North Houston) all'area industriale vicino all'aeroporto di Brindisi, dove gli artisti occupano enormi loft al ritmo dell'ormai pienamente udibile musica universalis, uno smirk-hop venuto dall’inferno, taglia e incolla da vecchie vhs con sovraincisi dei primi goffi approcci sessuali di Kekko con la “ex-quella-che-ti-lascio-ma-scusa-non-è-colpa-tua-sono-io-che-ho-dei-problemi-con-le-liste-di-Everett-True”. Ora lui l'ha messa in copertina di un disco che è finito primo in classifica su Metal Shock, senza dirle niente e lei invece di incazzarsi è rimasta lusingata, ovviamente. Hanno ricominciato subito a scopare.
E qui scatta il colpo di teatro: tutti aspettano Pop Topoi dietro la consolle del Paradise Garage, ma lui arriva dal fondo della piazza vestito come la Statua della Libertà. Fende la folla, scortato da due esponenti della mafia portoricana, un poker di minchioni bling-bling (Gonjasufi, Ikke, John Peel, Flying Lotus), il manager di Jane Fonda e Toto Cutugno in "streaming totale".
Fisicamente è un piccolo miracolo, l'anello di congiunzione tra Max Collini e M.I.A.: si dimena e si agita come un sol uomo, costantemente fuori tempo, fermo immagine ∞ di un momento collettivo, potrebbe davvero assurgere al ruolo di paradigma di quel genere-non genere tipico di questi anni, col suo essere al centro))) di tutto.
Alcune foto dell'epoca mostrano in compagnia di una spumeggiante brunetta dall´aspetto raggiante, colorata e multietnica, forte di un look che trasuda PDL da tutti i capi, con una consapevolezza "artistica/concettuale" diverse dal famo caciara/stoniamoci.
Verrebbe da abbracciarlo fino a perdere la sensibilità degli arti, da circondarlo con una coperta come si farebbe con Gaetano Morbioli in fin di vita e orrendamente sfigurato raccolto dalla strada; ma niente e nessuno può riparare al male che gli è stato fatto.
L'ultima leggenda tramandata dice che oggi Pop Topoi suona raramente in giro perchè il suo dj-set ha un costo esorbitante. E non perchè lui pretenda chissà quale cachet: ma perchè – laddove i dj in genere portano con sé al massimo le proprie puntine – Pop Topoi gira il mondo con Justin Bieber per poterlo rallentare dal vivo.
Justin Bieber rallentato è un cosa FICHISSIMA, e con gli altri non funziona così bene. La mia teoria è che il pezzo di Bieber abbia dentro quei suoi 2 minuti così tanti suoni da contenere la visionarietà filmica alla Trucebaldazzi, che slabbra il potenziale horrorifico del glo-fi notturno in “a night of hypnagogic dementia”, l’(ab)uso di alcol o sostanze psicotrope da parte del Benty dei giorni migliori nel vano tentativo di mettere in fuga la strappona di turno, lo sdoganamento fighettino dell'Africa, la poetica personale densa di treni per Reggio Calabria e gatti neri anarcoinsurrezionalisti, Andy Warhol, Calvin Klein, il blues degli UNSANE, il glitch-pop di Grace Jones, Bianca Jagger, il sergente Scarone di Classe di Ferro accanto ad una Madonna ancora adolescente, Al Bano che si tinge i capelli con le mosche, certe struggenti ballatone cthulhop che uscivano su Acéphale nel lontano giugno 2009, i reality della "Signora Filippi" raccontati nel libro di Alessandro Baronciani, quei cantanti che azzeccano un successo e poi sono condannati a sparire, come i Camillas in versione più lo-fi e ancora più ossessiva, l'Isola dei Famosi che insomma è sempre un bel reality ma quando c'era lui di più, che lui è stato il primo e tutti quelli venuti dopo, tipo William Burroughs o David Mancuso o Vasco Brondi, non sono un cazzo, i colleghi che riempiono gli stadi come Bologna Violenta, Duchamp che faceva i baffi alla monnalisa, quegli aggeggi della la swatch per calcolare l'internet time, LA CINTURA ESPLOSIVA da indossare sopra i camici ospedalieri da coroner di colore verde, la mirrorball dello Studio 54, Emiliano Colasanti e i suoi bambini dai capelli rossi in botta.
Rallentare Justin Bieber è cambiare prepontentemente la percezione delle cose, quella della gente, delle azioni, mettere in luce e rendere arte la scienza del suono stronzo, incoraggiare lo sterminio delle balene. EnѺrme!
Oggi non c'è Tumblr, quindi è un casino sapere cosa è virale. C'è Terry Richardson che schiaccia refresh ogni cinque secondi, un mio collega sta facendo le gif animate con la fotocopiatrice e un altro amico si è offerto di scendere per strada con un megafono per proclamare le citazioni del giorno. Se non si trova il modo di far circolare al più presto foto di finestre appannate con sopra una scritta in Helvetica qui finisce male.
Così mi chiamano da The Daily What e mi fanno: "senti guarda, c'abbiamo la classe scoperta, non è che puoi fare da supplente?" E io: "Katy Perry metal version of the day? Sure, why not I'll just leave this here obligatory looks shopped caturday [esplode]"
Bonus: che c'è tutta una sottocultura di gente che fa cover e remix metal di Katy Perry.
Secondo me è il tipo di cosa che si chiedono tutti, o almeno tutti quelli che, come me, ascoltano troppa musica nuova e troppo raramente si imbattono in qualcosa che gli piace davvero: quanto conta esattamente il momento in cui entri in contatto con una canzone, per fartene innamorare? Quanto dipende dalla tua stanchezza di quel giorno, dalla tua ricettività, dall'umore, dal tempo che fa fuori? Quanti pezzi splendidi mi sono perso perchè li ho ascoltati distratto, o nella stagione sbagliata o perché mi andava un pezzo tirato e mi è capitata una ballata? E quante volte mancava solo un ascolto per rimanere colpiti, e invece l'emmepitrè è stato messo in parte in favore dell'ultimo leak?
Non ne ho idea. So solo che oggi mi sono imbattuto di nuovo in Rubber degli Yuck, che avevo già sentito varie volte negli ultimi mesi ma aveva lasciato appena una buona impressione con retrogusto di hype. Degli Yuck si fa un gran parlare da tempo (anche se il loro disco, firmato da Fat Possum, non uscirà prima di un 3 mesi), ma di questi tempi i nomi nuovi di cui si fa un gran parlare si collocano quasi sempre appena sopra la sufficienza quindi non avevo dato loro troppa attenzione. Poi oggi, l'illuminazione: Rubber è una cosa quasi perfetta, una montagna di gomma morbida ma ruvida che sta tra Sometimes dei My blood Valentine, Wake up degli Arcade Fire e qualche cavalcata dei Mogwai da Young Team (che infatti l'anno anche remixata, peraltro togliendogli del tutto la distorsione: sono invidiosi, mi sa). Avvolgetevici sotto le coperte, o guardate al ralenty fuori dalla finestra pensando al sorriso di una ragazza. L'ascolto giusto può anche farvi innamorare?
[Qua c'è il video, interamente a tema di toeletta canina (ultimamente va molto), ma è bruttino e toglierebbe quasi tutta la poesia al pezzo, quindi non lo embeddo]
MP3 Yuck – Rubber
Ciao, mi chiamo Michael Cera, recito nei film pucci e suono il basso in un gruppo nuovo insieme a Joe Plummer dei Modest Mouse, Nick Thorburn degli Islands e Honus Honus dei Man Man. Anche se sto sulle palle un po' a tutti (ma ho recitato nella serie tv di culto Arrested devolpment! Certa gente non ha davvero rispetto), e se, dopo tutta la monnezza che ho fatto, eravate prontissimi a odiare il mio ultimo film, Scott Pilgrim VS The World in realtà un po' vi è piaciuto (però non lo ammetterete mai). Come non ammetterete che questi Mister Heavenly sembrano abbastanza promettenti; non avranno fatto un brutto affare a tirare in mezzo uno sfigato come me?
[se vi interessa, qua c'è tutto il concerto di qualche giorno fa a Portland in MP3; qua tutti i video]
Non so chi di voi guardi abitualmente la tele, e non dico il televisore, dove sparate le cose che vi scaricate sugli ardìsc voi giovinastri, intendo proprio i canali della tele, la Rai, la Mediaset, la Sette. Se avete acceso uno di questi canali negli ultimi giorni avrete probabilmente visto questo spot del caffè Lavazza.
Niente di nuovo, anzi, forse è meglio Julia Roberts zitta che l'inguardabile faccione della zia di Vincent Vega alle prese con Cocahunziker. Ma se i più svegli di voi osserveranno che il copy di questa roba è un po' polveroso e triste, alcuni dei più noti blog americani di pop culture non trovano per nulla normale che Julia Roberts prenda, pare, e dico pare, un milione e mezzo di dollaroni per una comparsata in cui non dice nemmeno, che ne so, "lavazza", "mamma mia", o "pizza spagheti bellusconi".
Ad aprire le danze è Jessica Coen su Jezebel, il cui breve post si intitola "The Most Lucrative 46 Seconds Of Julia Roberts' Career":
She who eats, prays and loves has also been paid $1.5 million to appear in an Italian commercial for Lavazza coffee…in which she doesn't say one word. Though she does make three or four facial expressions, including "contemplative" and "joyous."
A seguire, Dan Hopper di Best Week Ever commenta così:
Here’s Julia Roberts appearing in an Italian commercial for Lavazza coffeemakers, where she was reportedly paid $1.5 million to watch Italian Keith Olbermann and an artist-looking dude banter then drink coffee and smile. This may sound high at first, in a world where 7,000 children will die instantly today solely because Lavazza didn’t give them .01% of that money for clean drinking water, but if you check the celeb Blue Book, that’s pretty much the going rate for getting Julia Roberts to stand, drink coffee, and smile (each action is 500k).
Ouch.
Gabe di Videogum fa leva su un argomento interessante, ovvero che Julia Roberts ormai ce la caghiamo solo noi:
Also, really, Italy? Julia Roberts? What, was Kathy Ireland unavailable? (Insert other examples of famously beautiful women who still look great not only for their age but for any age but also whom we can all agree have lost a certain cultural relevance when it comes to representing physical ideals.) At the very least, if you’re going to give Julia Roberts 1.5 million dollars, at least get some snappy sass from her. SNAPPY SASS!
Infine, anche un blog cinematografico come Cinematical ha qualcosa da dire sull'argomento, ipotizzando che le pubblicità europee e asiatiche siano ormai l'ultimo baluardo di uno star system morente:
If Julia, whose star power isn't what it once was, can command that much pay for a quick, silent job, one has to wonder if commercials will become a more prevalent source of celebrity income. As cinematic paychecks stay moderate, it's hard to refuse the opportunity to spend a day or two standing around, and get paid over a million bucks for the easy, breezy work.
In giornate come questa, cupe, fredde e un po' angosciose, in cui non rete non succede nulla di interessante e i dischi nuovi sembrano tutti un po' più brutti e meno ispirati di come dovrebbero essere, il post Big Jim: un pupazzo parecchio brutto, mille avventure, qualche figura di merda sul blog del Dr. Manhattan è il tipo di cosa che ti svolta la giornata:
Chi era Big Jim? Chi era Jim il grande (il grosso?), questo pupazzino di cui i giovani non sanno e i meno giovani invece sì? Questo tizio di plastica e gomma che tutti credevano fosse il vero uomo della Barbie, nonostante il fidanzato di facciata Ken? Che ancora oggi viene utilizzato nelle terre del Sud come metro di paragone per soggetti bellocci ma sgraziati ("mi pari 'nu bigjimm")? Che gli Elii hanno elevato a simbolo di tutti i servi della gleba a testa alta ("come dei simbolici biggimme, schiacci il tasto ed esce lo spaccimme")? Beh, era semplicemente Big Jim, era un pupazzo orribile della Mattel con dei veicoli molto fighi, e aveva alle spalle una lunga storie di sofferenze e parentele imbarazzanti. [...]
La storia di Big Jim parte dagli umili bassifondi del mercato dei pupazzini sportivi. Va, e si schianta quasi subito contro un muro. Per poi tentare tutta una serie di ripartenze praticamente alla cieca, con Mattel pronta a lanciarsi ora nel genere western, ora su atmosfere e personaggi salgariani, per poi infine trovare per la sua linea di
bambolottiaction figure una ragion d'essere nella linea sullo spionaggio. E chiudere più o meno in bellezza con quei cloni dei GI Joe della collana fantascienza. Ma procediamo con ordine e non facciamo i soliti precipitevolissimi.
LINEA BASIC (1972-1975)E' il 1972. Hasbro sta accumulando da oltre otto anni vagonate di paperdollari grazie alla sua prima linea di GI Joe, pupazzoni alti trenta centimetri con i vestitini da soldati. Mattel, con un tempismo da bradipo agonizzante, decide di provare a farle concorrenza: dopo il prototipo "Mark the Strong" viene lanciata così la prima linea Big Jim.
Il Big Jim originale, il primo della lunga stirpe di eroi con la riga di lato e la faccia da pirla, era questo:
[Continua su L'antro atomico del Dr. Manhattan]
[il titolo del post lo capiamo in tre, mi sa]
Appartiene alla lobby dei blogger romani, da anni e anni tiene uno dei blog più divertenti della rete e negli ultimi tempi è finito su giornali, radio e ora ha pubblicato persino un libro. Si chiama Achille e nei giorni scorsi ha presentato la sua guida semiseria Roma senza vie di mezzo (appena pubblicata da Pendragon) con queste parole:
Qualche tempo fa mi arrivò una mail con la seguente proposta: una casa editrice bolognese stava preparando alcuni volumi dedicati alle principali città italiane. Il format prevedeva una guida divisa a metà, da una parte le cose consigliate, dall’altra quelle da evitare. Mi andava, diceva la proposta, di scrivere la guida dedicata a Roma?
La proposta era allo stesso tempo attizzante e insidiosa per uno come me, un calabrese arrivato 15 anni fa nella capitale dicendo “sono solo di passaggio” che ha finito per mettere radici. Insidiosa perché Roma è una città complessa e infinita, che nemmeno i romani conoscono bene, e perché a me vien voglia di scrivere soprattutto delle cose che mi piacciono, ma il format era quello: per ogni posto che ami ne devi trovare uno che eviti, per ogni ristorante dove andare ce ne vuole uno che per carità, per ogni locale dove porteresti i tuoi amici devi tirarne fuori uno dove manderesti il tuo peggior nemico.
Da queste condizioni è venuta fuori una guida discutibile, personale, si spera piacevole da leggere, non dogmatica, cazzona già nelle intenzioni. Una serie di riflessioni su posti, piazze, pizzerie, pub, discoteche, negozi, usi, costumi e personaggi, in cui ogni cosa sta o di qua o di là. Con l’obiettivo altissimo di cogliere lo spirito della Roma di oggi e quello, più concreto, di scrivere una guida senza usare mai la parola “pittoresco”.
Il risultato si chiama Roma senza via di mezzo, e dice che esce oggi.
Stasera a Impronte digitali faremo quattro chiacchiere con Achille, per sapere qualcosa in più del suo libro, chiedergli dove si mangia il migliore abbacchio e se essere un blogger di successo aiuta a conquistare il gentil sesso. Dalle 19 alle 20 sui 103.1 MHz in FM a Bologna e provincia, oppure in streaming dal sito di Radio CIttà Fujiko (e domani, in padcast).
[Sempre lucidissimo, Saturday Morning Breakfast Cereal]
Mentre tutto il mondo giustamente parla delle più recenti rivelazioni divulgate da Wikileaks, il piccolo evento della giornata nel mondo indie è che in rete ha fatto la sua comparsa il nuovo singolo di Iron & wine Walking far from home, ballatone da manuale che anticipa il nuovo disco del barbuto Sam Beam Kiss Each Other Clean, che esce a Gennaio per una major e ha una copertina molto bella.
[e sì, lo so che tecnicamente non è un leak, ma non ho resistito al calembour]
MP3 Iron & wine – Walking far from home
Ho scoperto stamattina (grazie a Bandini) l'esistenza di A QWERTY story, piccolo grande esperimento letterario collettivo (ma volendo anche enigmistico) nato da meno di un mese, che ha regole strette che quando le leggi ti fanno un po' passare la voglia:
Scrivere una storia, con un suo senso, un suo inizio e una sua fine, già non è poi così semplice. A complicare il tutto, o meglio, a rendere questo progetto una vera sfida letteraria, un paio di piccole regole.
1) La storia deve essere fatta di 26 parole, tante quante sono le lettere della tastiera del computer.
2) Ogni parola deve iniziare infatti con una lettera della tastiera.
3) Le lettere devono essere usate una sola volta e nell'ordine in cui compaiono sulla tastiera. Ossia: qwertyuiopasdfghjklzxcvbnm.
4) Nessuna regola per la punteggiatura o per la lingua utilizzata.
Poi però scorri alcune delle produzioni inviate al blog (ce ne sono già più di 150, e alcune sono veramente incredibili) e non riesci più a smettere:
Questo West. Eravamo ragazzini tra yankee ubriachi in osterie puzzolenti. Apache, saloon, diligenze fatte galoppare “Hiyaaa”. Jane, Kid. La zona X, che valeva bottino nelle mappe.
[Macs]
Qui Woodstock. Esili ragazzi tracannano yucca underground, insieme. Ormoni, pace. Ascoltiamo sound deliranti, fatti. Grazie Hendrix, Janis, Kelly (la zoccola x).
Chiediamo veri baci. Non mordiamo.[Alice B.]
Questo weekend emerse Ruby. Too Young? Un incontro occasionale
per attingere sesso, deprecabile, fugace. Grand’hotel, jacuzzi, kapò lussurioso il buon esanime zombie. X compresse viagra! Buona notte, ministro![A. Lapadula]
…glielo dimostro anche da morto, con le 12 craziest headstones. C'è anche quella di Hello Kitty.
Ho la netta sensazione di non avere mai parlato su queste pagine dei Girls, e la cosa è abbastanza curiosa visto che nel 2009 il loro disco d'esordio è stato probabilmente il mio disco dell'anno. Ci sono voluti mesi prima che la band di Christopher Owens e Chet White si conquistasse il primato incontrastato nel mio lettore (quando non li conoscevo li ho persino visti live in apertura ai Grizzly Bear senza prestare la minima attenzione al loro set, limitandomi solo a prendere in giro il loro look hipster-fricchettone; che mi sia di lezione), ma una volta innamoratomi del loro sound in bilico tra indie e '60s e dei loro primi tre spettacolari singoli il danno era ormai fatto.
Non ero, però, sicuro che sarebbe durato; si sa che in questi tempi veloci si fa in fretta ad annoiarsi e perdere attenzione (o, per le band, a montarsi la testa e a bruciarsi) e non era affatto detto che il loro disco d'esordio non rimanesse un episodio isolato. Ma quando ci si è messo tanto ad innamorarsi – forse – l'effetto dura di più: così i Girls in questi giorni tornano con un nuovo EP (Broken Dreams Club, che esce su True Panther/Matador) e io ci sono sotto ancora più di prima. I pezzi sono forse meno immediati ma la scrittura è a livelli eccelsi (anzi, forse ancora più alti), gli arrangiamenti impeccabilmente classici ma mai di maniera, il mood schifosamente romantico e malinconico senza essere lontanamente stucchevole, e gli ascolti delle sue 6 canzoni si susseguono uno all'altro senza soluzione di continuità. E, a quanto pare, senza alcun rischio di arrestarsi.
Da maneggiare con grande cautela, soprattutto se siete inclini ai sogni infranti. Per non parlare del cuore.
Come ormai tutti sanno Amazon.it è da oggi una realtà. Gli acquisti natalizi avranno un'ulteriore possibilità online. Però prima di farci prendere dalla frenesia consumista o dal bilanciare offerte e promozioni come esperte massaie dal fruttivendolo, ad Impronte digitali facciamo i secchioni che vogliono capire qualcosa sull'e-commerce.
Stasera alle 19 su radiocitta'fujiko parleremo con Riccardo Mangiaracina, responsabile ricerca dell'Osservatorio e-commerce B2C del Politecnico di Milano. Vi anticipo ad esempio che i mercati digitali in Italia nel 2010 valgono "11,5 miliardi di euro, in crescita del 13% sul 2009" e che gli acquisti preferiti sono "viaggi, elettronica di consumo, assicurazioni, editoria, musica e abbigliamento". Provare per credere.
Rimani indietro un giorno con la lettura dei feed e finisci per leggere in ritardo la Pitchfork Gift Guide, che in mezzo a un sacco di altre cose interessanti segnala questo splendido, life-defining, poster firmato da Hunting Bears che incrocia gli Smiths con una grafica Penguin-style. Ora come ora ucciderei per averlo; come volevasi dimostrare è già sold-out.
MP3 Janice Whaley – How soon is now? (a cappella)
[sì, sono quelle Tatu lì]
Quei geniacci di Beautiful Lab, dopo la soap opera da cui hanno preso il nome e il travagliato rapporto Berlusconi Fini, l'hanno fatto di nuovo. E stavolta protagonista del video è la (in effetti folle) storia degli ultimi 20 anni di centrosinistra in Italia. Come al solito è impagabile.
Se ne parlava proprio qualche giorno fa, di quanto Common People dei Pulp sia una gran canzone, e di quanto il suo testo, dietro una storia apparentemente semplice, abbia sfumature assai complesse e in qualche modo persino fastidiose. La reunion appena annunciata per la prossima primavera (anzi, Primavera) è un'ottima scusa per mettere di nuovo sul piatto un anthem che abbiamo ballato un milione di volte ma che raramente abbiamo ascoltato con l'attenzione dovuta, come sottolinea anche Cabal che in un bel post segnala lo spettacolare documentario The story of Common People e la bellissima analisi della canzone fatta da 33 revolutions per minute:
So, Pulp are back and with them comes Common People: arguably the defining British single of the 90s (“a song that was in the right place at the right time,” reflected Jarvis Cocker), and probably the most oversimplified. One critic recently described it, in passing, as “a freak call-to-arms”, but that’s true of Mis-Shapes, not Common People. It sounds like an anthem to be sure, with its krautrock/Roxy rush and mounting intensity, but anthems are meant to unite, and Common People, on every level, is about division. It is desperate, vengeful, bitter, and brutal. The vast majority of Pulp fans planning to sing along to it at Hyde Park next year are excluded from a song which speaks for such a specific stratum of the class system that, if it is a call-to-arms, then the only person it’s calling to arms is Jarvis himself, and even he’s not entirely sure. [#]
E nel cercare un MP3 con cui corredare l'articolo ho scoperto che curiosamente, ma forse prevedibilmente, là fuori praticamente non esistono cover degne di questo nome di una delle canzoni più famose degli anni '90. Qualcosa vorrà dire.
Parte da Torino il tour della reunion Il Volume Della Pietra Centrale: Bruno Dorella, Stefano Pilia, Emidio Clementi, Giovanni Succi, Vittoria Burattini, Vasco Brondi, Egle Sommacal tornano insieme per suonare dal vivo e presentare il nuovo disco.
Non era un mistero, la ricomparsa della band, che tanti, forse tutti, avevano pensato come definitivamente trascorsa.
La band che ha ridisegnato parte di quanto scritto e musicato in Italia dagli anni 90 ad oggi.
Partendo dall'improvvisazione radicale, la band arriva alla definizione di un suono basato su strutture di matrice rock, su cui si innestano contributi da film e vecchi vinili, flussi noise e manipolazioni audio in tempo reale.
Il risultato è una miccia pronta ad esplodere che trova sul palco il momento della detonazione.
Una realtà consolidata, considerata tra le più interessanti e attive del panorama artistico musicale e letterario; il loro approccio musicale e il loro stile compositivo sono divenuti marchi di fabbrica inconfondibili.
Rappresentano uno di quei crocevia linguistici che l’attualità ci sottopone, evidenziando
nodi che vengono al pettine.
Rappresentante di un genere musicale che, purtroppo o per fortuna, riesce ancora ad evitare le contaminazioni commerciali o di massa.
La tempesta sonora pesante ed inesorabile, è innalzata al cielo da una line-up il cui background attraversa le migliori produzioni degli ultimi anni, uno shockumentary sonoro in cui le peculiarità del progetto vengono esaltate, sia dal punto di vista musicale che da quello narrativo.
Raffinati autori ma soprattutto amici di vecchia data, hanno intrecciato più volte la loro storia, convergendo in una visione comune a dispetto delle singole provenienze e delle singolari vicende musicali.
Una serata unica durante la quale presenteranno i rispettivi repertori ed i progetti comuni che li vedono coinvolti.
Il Volume Della Pietra Centrale: the loudest band?
Forse, probabilmente sì, ma soprattutto la migliore novità che il rock più intenso e irrazionale ci abbia proposto negli ultimi anni.
Chi li ha finora apprezzati non può mancare, chi non li ha ancora visti dal vivo non perda anche quest’occasione.
Il Volume Della Pietra Centrale – Stagnola nel sangue di Fausto
Scuoti i tuoi angeli drogati, Fausto!
Saluta la salute borghese con i tuoi 21 anni e muori
Io ti immagino a somiglianza della mia assurda voglia di vita
Leggero come una rondine stremata
Ferito dal nulla
Tu, che avevi il terrore del vuoto
Mi piacerebbe ogni tanto averti qui
Tu qui: insetto.
A riprenderti il giorno perso che ti è sfuggito
A sentire sparare a due passi dai cimiteri monumentali dai funerali di Berlinguer
Per mostrarti le cose che ho di te
Non mi do certezze che non ho.
Scalda la tua lingua sul mio livido.
E apri lo schrigno dei preservativi troppo costosi
Stasera ce ne andremo in giro per le vie del centro
Rovistando tra i futuri più probabili
Andiamo vedere le luci della centrale elettriche.
Allegri come vecchi bonzi ubriachi
Porta il peso
Di alghe e di ruggine
E non avere mai le mani fredde
Porta i chiodi
Di santi annegati
E ci piscino pure addoso gli angeli
Porta il remo
Di mute visioni
E proteggimi dai lacrimogeni
Porta i nodi
Di fragili rimandi
E proteggimi le sopracciglia dai manganelli
Porta una mina
Di aria e benzina
E non finire mai le sigarette
Dimentichiamo tutto questo
E continuiamo ad andare
Gli occhi chiusi
E le braccia aperte
Per ammazzare il tempo ci siamo sconvolti
Per ammazzare il tempo ci siamo sconvolti
In equilibrio nel nostro monotono sublime
Per ammazzare il tempo ci siamo sconvolti
Per ammazzare il tempo ci siamo sconvolti
In equilibrio nel nostro monotono sublime
E ora torni a bermi sorridente dissetandoti
Addio fottiti, ma aspettami.
E ora torni a bermi sorridente dissetandoti
Addio fottiti, ma aspettami.
Per questa sera ti sei chiuso in casa a disgustarti con gli splatter TG
Con i sadogiornalisti
Col parere ragionevole dei critici sentendo tutti come indistinti
La tua casa ha le persiane abbassate
e la polvere secca la gola fino a non poter respirare
ci umilia
ci esalta
ci affranca
c'inchioda
Adesso che sei forte,che se piangi ti si arruginiscono le guance
Si arruginiscono le guance
Si arruginiscono le guance
Si arruginiscono le guance
Tu, nella Kadett verde di Vittoria
Mi ricordi quel personaggio di Moebius che è vestito di un cielo stellato.
aspetti me che immergo le mani fino ai polsi nel fango
che ci sotterra
ci stana
ci macella
ci ama
per ripartire diretti
non so dove
chissà quando
e come
in quale sonno
in quale azione
Come dopo quell’incidente che ci è esplosa una ruota della macchina ai
centotrenta.
Vedrai che scopriremo delle altre americhe io e te
Tu non sai di cosa sto parlando
ma è così che finirà
Che ci fregano sempre
Che ci fregano sempre
Che ci fregano sempre
Te ne sei andato docile
Tra le mie braccia
Nella tua arida notte
Che un giorno sarà la mia
Così si muore uomo
In un giorno qualsiasi