i fought the law

martedì, 22 05 2012

Arrivano i Pirati

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Dopo i Grillni della settimana scorsa, ora tocca al Piratenpartei Deutschland. Saranno loro gli ospiti della puntata di stasera di Impronte digitali, ore 19 su radiocitta'fujiko. La corrispondente da Berlino Teresa Malice è andata ad una loro riunione e ha scambiato quattro parole con Martin Delius, capogruppo alla Camera dei Rappresentanti della capitale tedesca. Lì i Pirati hanno sfondato per la prima volta lo scorso settembre raggiungendo un 8,9%.

 

 

"Mettere in chiaro per cambiare" lo slogan, sotto l'mp3 doppiato e la trascrizione.

 

IMPRONTE DIGITALI – MP3 Maritn Delius

 

 

Il Partito dei pirati è nato nel 2006 da un piccolo gruppo di attivisti della libertà di informazione e contro le restrizioni della legge sul copyright. Ci sono molti movimenti in Germania ed Europa che si occupano della libertà di informazione e della difesa della democrazia. Ma noi siamo una nuova generazione, originale rispetto alla politica tradizionale, senza relazioni con i parametri della politica e senza legami con chi fa politica in Parlamento.

 

Possiamo dire che voi siete l'antipolitica oppure che andate oltre i contenuti della politica?

Entrambe non sono affermazioni esatte. L'era dei partiti politici non è arrivata alla fine, si sta evolvendo. In Germania i partiti tradizionali stanno perdendo voti, mentre nuove formazioni come il Partito Pirata stanno crescendo di numero. Piraten si sviluppa e concentra su particolari temi, e su questi dialoga con i partiti tradizionali, cerca di influenzare l'attività parlamentare. Per questo siamo un partito e non un movimento. Io adesso sono un politico, ricevo uno stipendio, noi ci consideriamo deputati. Grazie alla democrazia diretta su internet, ci vediamo come politici veri, possiamo incidere quasi direttamente nel Parlamento, avere più responsabilità anche rispetto ai politici ordinari dei partiti tradizionali. Quindi noi ci consideriamo dei politici.

 

Se foste al governo quale sarebbe la prima cosa che fareste?

Dimostrare che non serve far parte di una grande coalizione, di una grossa maggioranza o governo forte per fare politica in Parlamento. Secondo la nostra Costituzione federale, le leggi dovrebbero partire dal Parlamento, invece adesso sono sotto l'influenza dell'esecutivo. Non vogliamo opporci a questa tendenza. Il nostro obiettivo è che il Parlamento si riappropri del suo potere legislativo. Vorremmo ravvivare la democrazia con nuovi principi, come ad esempio la democrazia liquida.

 

Questo nuovo metodo, democrazia liquida, in cosa consiste?

Dipende da principi come open delegation, il voto delegato, basato sull'idea che l'innovazione della società è sempre arrivata e sempre arriverà da piccoli gruppi di persone. Noi pensiamo di rendere ciascuno in grado di portare i propri temi, idee, e renderli pubblici per poterli trasformare in maggioranza. Per questo ci si deve basare su principi come la delegation, perché, per ovviare al rischio di cadere nella polemica e nel populismo nella democrazia diretta, ci riferiamo al principio di democrazia liquida.

 

Il web è il vostro punto forte, quali sono le vostre politiche in materia di copyright, file sharing?

Dobbiamo trovare nuove vie per trovare e mantenere un equilibrio tra i creatori di contenuti, che vogliono guadagnare dai loro prodotti, e gli utenti, che ora sono criminalizzati dai parlamentari, dalle intenzioni e interessi dell'economia. Dobbiamo risolvere il problema dell'usabilità dei contenuti in ogni modo. Ogni contenuto è copiato ogni volta che viene letto, ogni volta che si apre un browser si legge una copia dell'originale, senza che sia rubata. Ma per l'opinione pubblica, o i gruppi di interesse, ogni volta che fai qualcosa con quel contenuto o quell'informazione devono esserci delle restrizioni rispetto ad un uso libero della rete. Noi vogliamo che si cambi direzione verso una maggiore libertà d'informazione e del suo utilizzo. Siamo davanti ad uno sviluppo della cultura, con una nuova definizione di proprietà verso un'accezione immateriale, diversa da quella classica. Vogliamo ridefinire il copyright, adesso in Germania non c'è il copyright, ma il non-copyright. E' un argomento molto vasto, per esempio se compri una bicicletta e hai le risorse per farne una copia, tu sei il proprietario della copia, potresti anche venderla, senza problemi. Ma se tu possiedi un bene immateriale, ci sono allora delle restrizioni che riguardano il tuo diritto di avere una proprietà.

 

Come spieghi gli ultimi successi elettorali?

Credo che la gente ci veda come una nuova generazione onesta verso i problemi della società. Noi facciamo le cose in modo diverso. Se si prova a crearsi un'opinione attraverso un percorso di gruppo, si affrontano le cose in gruppi aperti, attraverso decisioni condivise. La gente ha capito che questo può funzionare e credo questa sia la principale motivazione di chi vuole lavorare con noi.

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martedì, 08 05 2012

GlobaLeaks @ Impronte digitali

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Mentre Julian Assange si dedica al suo tv show e ai suoi arresti domiciliari, le domande poste da WikiLeaks rimangono: qual è il senso della nostra democrazia? Perché non funziona mai come vorremmo? I governi e le aziende lavorano per noi o per lo status e il ca$h quo? Qual è il confine tra trasparenza e segreti per la sicurezza nazionale?

 

 

Su questo terreno si muove anche GlobaLeaks, "the first open-source whistleblowing framework", letteralmente una piattaforma per fare le "soffiate". Piattaforma pensata perché media, giornalisti, attivisti politici, cittadini e aziende possano scambiarsi informazioni scottanti senza compromettere l'anonimato e la sicurezza delle fonti. Chi viene a conoscenza di una pratica illegale o non etica, può così denuciarla senza timore di ritorsioni. GlobaLeaks mette a disposizione il software, ovviamente free e open source, e una serie di "best practices". A differenza di WikiLeaks non esiste un filtro, una sorta di redazione o gruppo direttivo che decide cosa e quando pubblicare, tutti hanno lo stesso titolo di  "random GlobaLeaks contributor”.

 

Per chi volesse saperne di più, qui c'è una demo o meglio ancora può sentire Claudio Agosti, hacker e programmatore che fa parte del team di sviluppatori. Sarà l'ospite di Impronte digitali, stasera alle 19 su radiocitta'fujiko.

 

 

MP3 IMPRONTE DIGITALI – GlobaLeaks

martedì, 14 02 2012

Il dovere di scaricare @ Impronte digitali

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"Il dibattito è tra i più antichi del mondo": PIRATERIA Sì o No. Ultimamente ne hanno discusso Matteo Bordone e Andrea Girolami su wired.it

 

Per Matteo Bordone dobbiamo renderci conto – volenti o nolenti – che scaricare musica e film dalla Rete non è un diritto ma un furtoAndrea Girolami gli ha risposto per le rime, difendendo le ragioni degli scaricatori: il copyright ormai è superato. Ovviamente Bordone non ha perso l'occasione per una replica: "Non voglio mica che andiamo tutti in galera per dei download!".

 

Stasera Girolami sarà l'ospite di Impronte digitali su radiocitta'fujiko, alle 19. Continueremo il dibattito parlando di "se lo fan tutti", serie tv a portata di un click, megaupload, copyright anacronistici, atto politico, creatori di contenuti e majors. In sottofondo penseremo a quel tizio animato raffigurato nella carta moneta più nota nel mondo e che, ricorda Girolami, ha una responsabilità in queste storie.

 

IMPRONTE DIGITALI – Andrea Girolami MP3

mercoledì, 02 03 2011

Agorà digitale @ Impronte digitali

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Uno degli argomenti più dibattuti ad Impronte Digitali è quello dei diritti fondamentali della rete. Uno di questi è quello del diritto d'autore. Agorà digitale segnala una proposta che permetterebbe all'Agcom, garante delle comunicazioni, di bloccare automaticamente tutti i siti sospettati di ospitare violazioni di copyright. 

Luca Nicotra ieri sera a radiocitta'fujiko ci ha raccontato la campagna di Agorà digitale

 

"Il problema è quello della censura di qualsiasi tipo di contenuto. Lawrence Lessing dice che sul web è impossibile stare più di 5 minuti senza violare il diritto d'autore"

"Un discorso simile avvenne in Inghilterra con l'introduzione delle biblioteche pubbliche. Gli editori temevano che la gente non comprasse più libri. Sappiamo che non è successo e che pi si legge, più si compra"

 

MP3  IMPRONTE DIGITALI – Agorà digitale Luca Nicotra

 

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martedì, 01 03 2011

La revoluciòn

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martedì, 09 11 2010

Le news rap di Juice Media

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Date un occhio a queste rap news.

 

 

Sono fenomenali. Tanto che con Impronte Digitali siamo dovuti arrivare fino in Australia per contattare i due autori Hugo Farrant e Giordano Nanni. E questa sera li ospiteremo alle 19 su radiocitta'fujiko. Li trovate su www.thejuicemedia.com

 

Questa miscela delirante di informazione e musica è piaciuta anche a Julian Assange. L'uomo che con Wikileaks sta cercando di salvare il mondo, la politica e il giornalismo, ha voluto incontrare i due autori e iniziare con loro una collaborazione. Alcuni video sono scritti dopo la lettura dei famosi war log su Iraq e Afghanistan. 

 

Qui sotto potete sentire prima un'intervista ESCLUSIVA con Hugo e Giordano.

 

MP3  IMPRONTE DIGITALI – Juice Media

 

 

Qui invece spazio a proposte semi-serie su un rap news sull'Italia (inutile dire quale soggetto sarebbe protagonista), e un invito a chiunque fra voi lettori/ascoltatori voglia lanciarsi nei sottotitoli in italiani. Se volete contribuire scrivete a pirexf at gmail.com

 

MP3  IMPRONTE DIGITALI -Juice Media sbarca in Italia

 

 

martedì, 22 06 2010

Impronte digitali: nessuno tocchi i blog

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Il disegno di legge intercettazioni sì sa è stato pensato per limitare l'uso e la pubblicazione di intercettazioni rispettivamente da parte di magistrati e giornalisti. Dopo il voto al Senato dovrà passare per l'approvazione definitiva alla Camera: Berlusconi vorrebbe subito, Fini e Napolitano vorrebbero settembre con alcune modifiche, noi invece vorremmo mai. Oggi alle 19 a impronte digitali, su radiocitta'fujiko, parliamo con il cosigliere regionale lombardo del PD e blogger Giuseppe Civati sopratutto del comma 29 art.1 del ddl che obbliga i blogger alla pubblicazione delle richieste di rettifica in 48 ore o pagare fino a 12.500 euro.

 

MP3 – IMPRONTE DIGITALI Giuseppe Civati e "Nessuno tocchi i blog"

 

"Ma un blog non è un giornale, il blogger non è un redattore, spesso gli aggiornamenti sono saltuari. Si può rischiare una maximulta perché magari si è in vacanza o non si controlla la posta? Ciò significa rendere la vita impossibile a migliaia di siti e di blog, ben diversi dalle testate giornalistiche. Lo fanno dimenticando che la rete è proprio un'altra cosa".

 

Partendo da questa sacrosanta obiezione Civati insieme ai colleghi di PD, Paolo Gentiloni e Matteo Orfini, propone la campagna "NESSUNO TOCCHI I BLOG" attiva sul sito www.mobilitanti.it, portale del PD dedicato a campagne sul web.

martedì, 15 06 2010

Impronte digitali e la Repubblica degli Stagisti

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"L'Italia è un Repubblica fondata sullo stage" così Beppe Servegnini aggiorna l'art.1 della nostra Costituzione. E allora qualcosa bisogna pur fare per rimboccarsi le maniche e fronteggiare il nemico-stage perché non possiamo certo aspettare un cambiamento delle famigerate "congiunture internazionali" o che in Finanziaria il Governo si occupi degli stagisti e degli under 30. La prima mossa è andare su Repubblica degli stagisti, il cui direttore Eleonora Voltolina sarà l'ospite oggi alle 19 ad impronte digitali su radiocitta'fujiko.

 

MP3 – Impronte digitali – Repubblica degli stagisti

 

CHI SIAMO
"La Repubblica degli stagisti nasce nel 2007 come mio blog personale. Ha avuto successo perché in tanti come me pensano che uno strumento neutro come lo stage sia invece un modo per assumere a basso costo, e gli stagisti finiscono per diventare sottoproletariato. Ora il progetto si è allargato è diventato una testata redatta da giornalisti professionisti. E ospitiamo gli annunci delle aziende che propongono offerte di lavoro rispettose della carta dei diritti degli stage da noi elaborata".

 

QUALI STRUMENTI PER STAGISTI?
"Pubblichiamo informazioni di servizio. Non solo per chi cerca stage interessanti ma anche per segnalare quelle aziende che organizzano tirocini truffaldini. Molti ci chiedono aiuto a help@repubblicadeglistagisti.it. Qualche giornalista ci ha definiti sindacato degli stagisti, in qualche misura è vero. Anche se non vogliamo porci in maniera antagonista, ma al controrio vogliamo collaborare con le aziende e per quanto possibile stimolarle a migliorare le loro offerte".

 

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE = 29,5%
"L'Istat ha pubblicato i dati sull'occupazione: un giovane under 34 su tre non ha lavoro. Una situazione difficile che dipende dal sistema italiano e non solo. Ognuno però dovrebbe riuscire a accettare stage in modo consapevole, sapendo a cosa dir sì e a cosa no. Bisogna avere la dignità di dire sotto un certo contratto non lavoro. Invece purtroppo sentirsi con l'acqua alla gola crea cattiva occupazione".

 

LA FORMAZIONE PERENNE SERVE A QUALCOSA?
"Il ministro Sacconi inisiste sulla formazione, che va benissimo. Ma il problema è trovare lavoro, oggi tanti giovani sono iper formati, troppo formati. La formazione perenne significa che ogni volta che si cambia lavoro o stage, si viene comunque inquadrati come stagisti e si riparte da zero. Ci vorrebbe un cambiamento culturale delle imprese per cui chi ha nel curriculum 2 stage deve essere assunto. Il sogno è che questo passaggio sia normato per legge".

 

IL GOVERNO NON RIFORMA L'APPRENDISTATO O FA UNA LEGGE SUGLI STAGE
"Il Min. Sacconi in realtà ha riformato l'apprendistato ma quello che riguarda gli studenti 15enni delle scuole professionali. E qui c'è una frattura perché l'appredistato sarebbe un buono strumento, ma in Italia solo il 5% degli apprendisti ha un'istruzione superiore. I neolaureati invece cominciano sempre come stagisti, cioè senza tutele di nessun tipo. Questo è il problema".

 

CARTA DEI DIRITTI DEGLI STAGISTI
"Noi crediamo talmente nell'appredistato da citarlo nella carta dei diritti degli stagisti. che è il nostro manifesto. Chiediamo tutele contrattuali, un rimborso minimo e percentuale minima di assunzione dopo lo stage".

giovedì, 06 05 2010

Impronte ellenico-digitali

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Delle volte una brillante corrispondenza si può organizzare anche in famiglia, tra gli autori di uno stesso blog. E così per sapere in Grecia "come va? tutto a posto?" basta una telefonata via skype Bologna – Salonicco con  Benty e le sue Tragedie Greche. Ovviamente a cura di impronte digitali.

 

MP3 Impronte ellenico digitali con Benty

 

 

Parleremo della crisi, di Austerity e Sacrifici. Di proteste e manifestazioni. Di studenti inkazzati e di privilegi da pubblico impiegato. Dei tagli dei salari e dell'aumento vertiginoso delle tasse. Di sindacati, partiti, di destra e sinistra. Di fratellanza italo ellenica, il detto "una faccia una razza" non è stato inventato da Salvatores & Abatantuono, come ingenuamente pensavo. Di Dodecanneso, di Mondiali di calcio e Otto Rehhagel.

 

NB. L'intervista è stata registrata il 29/04/2010

mercoledì, 03 03 2010

Le impronte digitali di Alessandro Gilioli

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La settimana scorsa c'è stata la famosa sentenza Google – Vividown: tre dirigenti del motore di ricerca son stati condannati per violazione della privacy per aver diffuso "un video in cui un giovane disabile di Torino veniva vessato dai compagni di scuola". Una sentenza che afferma la responsabilità delle piattaforme sui contenuti inseriti dagli utenti e pone seri ostacoli alla libertà di informazione. Alessandro Gilioli, giornalista dell'Espresso e autore di Piovono Rane, il blog più influente in Italia, commenta la sentenza, parla di libertà di espressione, di web e politica a Impronte digitali ieri sera su radiocitta'fujiko.
Prima qualche link di commentatori:
• Alessandro Gilioli – Piovono rane
• la replica dei Pm del processo
Luca DeBiase
• Massimo Mantellini ManteBlog
• Elvira Berlingieri Apogeo

 

 

Ed ecco una trascrizione dell'intervista con Gilioli:

 

La notizia della condanna di Google ha fatto il giro del mondo e ha attirato molte critiche verso l'Italia. Il problema della tutela della privacy online però esiste: siamo solo noi italiani ad accorgercene oppure esageriamo?
Quella della privacy è una questione secondaria, la principale è: chi ha la responsabilità sui contenuti della rete? E' come se uno costruisce un muro, un altro scrive un insulto e il costruttore diventa coautore di quella scritta. E' vero che la piattaforma del web, che offe il servizio , guadagna dei soldi e quindi ha una corresponsabiltà, ma questa deve giocarsi nel rendere al meglio l'utente responsabile dei propri comportamenti. Qui sta la differenza tra una piattaforma di servizi e un editore di media.

 

 

 

Google è stato condannato per violazione della privacy ma non per diffamazione; la cosa lo avrebbe implicitamente inquadrato come editore e non semplice servizio di intermediazione. Questo vuol dire che chiunque sia un intermediario della comunicazione è responsabile per quello che passa sulle sue reti?
In attesa della pubblicazione delle motivazioni, la sentenza applica una legge emanata quando internet non esisteva. E ha quindi ha il problema di inquadrare una realtà nuova in strutture vecchie. Sancisce la responsabilità dei gestori di piattaforme verso contenuti inseriti dagli utenti, nonostante Google abbia fatto passare appena 26 ore dalla prima segnalazione alla rimozione del video. La legge dovrebbe invece stabilire che e come le piattaforme possono intervenire dopo la pubblicazione e non prima, altrimenti si soffoca la libertà di espressione e il web 2.0.

 

 

 

 

E' possibile immaginare una soluzione? Possono o potranno esistere metodi per garantire sia la libertà di espressione che la privacy delle persone, o siamo condannati a un eccesso in una direzione o nell'altra?
No. L'unica soluzione possibile oggi sarebbe quella umana, perché i software non bastano. Anche in Cina sono cyber-poliziotti a battere la rete e a censurare. Se fosse applicato per Google, youtube o anche un qualsiasi blog non premoderato, allora persone dovrebbero esser pagate solo per questo monitoraggio. Il che renderrebbe ogni piattaforma aperta, social network anti-economico e lo distruggerebbe.

 

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Luca DeBiase mette in risalto la contraddizione: "le piattaforme, da Facebook a Google, sono strutturalmente poco propense a garantire la privacy, i loro modelli di business sono anzi proprio legati alla conoscenza di dati relativi alle persone per fini pubblicitari. D'altra parte, la diffusione di informazioni rilevanti su persone che hanno una funzione pubblica è un valore decisivo per la democrazia; e la possibilità che all'informazione partecipi anche la cittadinanza che non si occupa professionalmente di informazione è un valore di primissima grandezza per lo sviluppo della convivenza civile". Come si esce da questa contraddizione?
In questi giorni molti sostengono il principio "Google fa profitti con la pubblicità e quindi deve esser responsabile dei contenuti". E' una logica da vecchi editori: il problema non è Google ma la libertà di espressione nelle piattaforme aperte e la possibilità che imprese private siano interessate a crearle. Come si può fare? Basta che tra le condizioni d'uso ogni utente (che abbia un ip), sia consapevole di essere lui il responsabile civile e penale dei contenuti creati. Così ci sarebbe anche un deterrente grave.

 

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E' verosimile pensare che questi anni di straordinaria evoluzione tecnologica e libertà della rete stiano per finire sotto i colpi della regolamentazione e delle industrie tradizionali oppure la rete continuerà a trovare il modo di sfuggire alle vecchie categorie e oltre a ridefinire i nostri comportamenti quotidiani riuscirà a ridefinire anche le leggi nazionali e il business?
Spesso si dice "in rete son più bravi …", però oggi accedono alla rete anche utenti "tardivi", e non possiamo permetterci di creare un ulteriore "digital divide" tra esperti e non. Se no si finisce come in birmania, o altri paesi autoritari dove chi può riesce ad essere uno smanettone, e chi non può rimane escluso da uno straordinario strumento di libertà.

 

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In questo contesto come giudichi il nuovo testo del decreto Romani "depurato ma con dubbi" dicono molti commentatori?
Son contento che la mobilitazione online abbia costretto Romani a cambiare il decreto. Non è più proibizionista, ora è ambiguo. Dire che solo "i siti senza scopo di lucro possono uplodare video senza autorizzarione" significa escluderne molti, e la definizione "scopo di lucro" è molto vaga: un piccolo blog che fa 300 euro all'anno con gli adds pubblicitari ha "scopo di lucro"? E' per questa cifra paragonabile ad una televisione?. Mi sembra sia un decreto che, insieme ad altri provvedimenti (vedi decreto Pisanu), voglia disincentivare l'uso della rete attraverso non la censura ma la burocrazia. Burocrazia illiberale e antistorica.

 

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Negli ultimi giorni si è assistito a due manifestazioni politiche organizzate sul web. No Berlusconi Day e Sciopero Migranti hanno avuto un successo straordinario e sono la prova che anche da noi la politica, anzi una politica diversa si può fare sul web.
Si è passati da fase in cui si riteneva che l'attivismo in rete fosse sono virtuale e non reale. Il No B Day ha mostrato come è possibile l'incarnazione tra una pagina di facebook e una manifestazione di un milione di persone. O sempre una pagina su facebook sta guidando la protesta contro le bugie del direttore del tg1 Minzolini sul caso Mills, e 100mila firme sul web diventeranno cartacee e saranno portate a Minzolini.

 

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sabato, 15 08 2009

Ho fregato la legge e la legge ha vinto (Quarta e ultima parte, con finale tragico)

“Sai cosa sembri quando fai così?”
“Un fottuto uomo pieno di buon senso, ecco cosa sembro.”

(Prologo)

(Struttura)

(Teoria e pratica)

Quest’anno ho spesso sentito prendere in giro i dialoghi di Twilight, e a ragione, forse.
Una battuta come “this is the skin of a killer” è una battuta profondamente kitsch, una battuta scritta per eccellenza, magari bellissima se arriva in un determinato momento nella vita di un personaggio di carta. E che se la metti in bocca a qualcuno su uno schermo nove volte su dieci si sgonfia. (1)
Ora, invito i detrattori di this is the skin of a killeeeeeer! a mettersi davanti ai dialoghi tra Logan e l’indiana, o a quelli tra Logan e Liev Schreiber – Fratello Cattivo, o ai monologhi patriottardi con cui Danny Huston cerca di tenere stretto il guinzaglio a entrambi.
Vi sembrano:
a. un gioco sugli stereotipi, come certe puntate di “True Blood”;
b. il tentativo di produrre un clima volutamente straniante;
c. il frutto di un Final Draft che non afferra la lingua umana e quindi traduce tutto a catchphrase e battute solenni ma generiche, tanto che non ci starebbe male un “… this is Sparta, and that’s how we roll dawg” ? (2)

Ovvio che se poi tutti parlano allo stesso modo (quello) anche il senso ultimo della loro presenza vada a farsi benedire. Anche le azioni diventano intercambiabili. Niente causa/effetto, ma nemmeno niente WTF? pseudo-liberatorio, alla Ghost Rider, perché esiste comunque una struttura da “prima vai qui, poi torna là”, per quanto mal congegnata (leggi: stupidissima e complicatissima insieme).
Il caso più macro: per il 90% del tempo il fratello vuole ammazzare Logan, lo insegue in tutto il mondo, organizza dei tranelli machiavellici, poi a cinque minuti dalla fine cambia idea e lo salva. Lo salva da un pupazzone digitale, però lo salva. (3) Ditemi perché. Un punto di svolta così grosso non può non esistere. Devo essermelo perso io, per forza. Non è possibile che sia bastato quel nanosecondo di ops, mi sa che La Legge sta fregando pure a me – pacina pacetta?. Specie dopo il ritorno in scena di un personaggio ucciso a metà film, con annesso Flashback Esposizione e voce off che scandisce “mi è stata iniettata una sostanza in grado di provocare la morte apparente”.
(Spoiler alert: Logan, va bene che non sei mai stato un fulmine, ma così? Intendo, mille anni da soldato mutante con un fratello mutante sempre in mezzo ad altri mutanti e non te ne eri accorto? “Sospensione dell’incredulità” non fa rima con “circonvenzione di incapace”. Naturale, in una storia più avvincente ci saremmo tutti passati sopra. La trappola sarebbe scattata. Ma dato che qui l’unico fattore motivazionale fa rima con “amica”, e sono tre film che ce la menano con te che sei un animale ma in fondo hai i sentimenti? Sparisci, tronco.)
(Che poi, chiaro, io sono una canaglia che di fronte a scene quali “lui chiude gli occhi del suo amore morto” comincia a canticchiare Dust In The Wind. Però, come dire, ci sono volte in cui lo faccio mentalmente e ci sono volte in cui lo faccio a voce alta. Meno male che l’avevi scaricato, direte voi. Giusto. Non ho disturbato nessuno. Dato che l’ultima persona ad aver ammesso di aver scaricato la  copia lavoro di questo film è stata licenziata, e lavorava per la Fox, confido che sarete voi a spedirmi le arance quando andrò in SVEZIA.)
Ecco, la cosa che non sono mai riuscita a mandare giù di tutti gli X-Men al cinema è questo insostenibile tono I am serious man / this is serious business, che non dico faccia rimpiangere i Batman di Schumacher ma quanto meno costringe a riflettere sul divario (qui un baratro) tra ambizioni e soluzioni.
Il lato positivo è quando poi scrivi tu ci stai un pelo più attento. Magra consolazione, oh. Se era questione di apprendimento, potevo apprendere dal buon esempio. Non sono un animale.
E al di là del monumentale odio per la razza umana che il vostro film ha suscitato in me, un risultato piccolo ma essenziale non l’avete portato a casa.
Sono ancora viva.

Conclusioni.
a. E’ tutto molto divertente finché qualcuno non si cava un occhio.
b. L’ingrediente segreto è l’amore.
c. Ryan Reynolds o ricomincia a spogliarsi o si dedica agli hobbies, che di scherzi così gliene si abbuona uno al decennio.
d. L’unica possibile ragione per cui il brutto siderale a volte ha senso è farci venire una botta di autostima. Il lettore scelga se regnare all’Inferno è davvero meglio che servire in Paradiso.

Entro l’estate 2010 Violetta Bellocchio finirà il suo secondo romanzo. Dopo di che si dedicherà agli hobbies.

1. Se poi la metti in bocca a Edward Cullen con ogni probabilità determina il punto di non ritorno dello sghignazzo, un po’ come il “non sono le mie sferzate che temono” di 300.
2. Copyright @ Morgenstern.
3. Però ne approfitta per dare voce a quello che tutti pensano a quel punto, cioè “se qualcuno ti ammazza sono io”. And that’s how we roll dawg.

venerdì, 14 08 2009

Ho fregato la legge e la legge ha vinto. (Terza parte: teoria e pratica.)

(Prologo)

(Struttura)

E fin qui, ci siamo lasciati guidare dal LOAL.
Il problema però non sta nel fatto che un film come Wolverine sia facilmente derisibile. Sta lì apposta, in un certo senso.
Il problema sta nel vuoto teorico che lo circonda.
Un vuoto che va a toccare questo tipo di progetto in particolare. Nessuno cerca di giustificare l’esistenza di La Meglio Gioventù da una prospettiva di centro-destra utilizzando strumenti teorici: al massimo lo si etichetta come un guilty pleasure, o si tirano in ballo argomenti molto personali (“che bella colonna sonora”). Non so bene come siano andando le cose in altri campi – musicale, letterario, teatrale. (Ditemelo voi. Sul serio, mi piacerebbe saperne di più.) Per quanto posso vedere, attorno all’intrattenimento per immagini si è creato un buco nero, tanto più spaventoso quanto più quell’intrattenimento è ovunque. O ci limitiamo a trattarlo con il solito taglio costumoso (quorum nos, quando lavoravo di più per i femminili), oppure finiamo a parare nel “la merce per sua stessa natura deve essere insoddisfacente eccetera”. Così poi quando persone per altri versi stimabili scrivono “ZOMG, Michael Bay è l’ultimo vero Autore del cinema americano” (1)  non solo nessuno guida una processione verso casa loro con torcia e forcone (2) ma ci sarà, per forza, qualcuno che li prenderà sul serio, e che di fronte al tuo più bonario ma magari anche un po’ sticazzi scusa ti accuserà di volerlo censurare, come I NAZISTI.
No.
Abbiamo tutti bisogno di modelli. E’ chiaro. La presenza di un modello ci spinge a migliorare, e, se siamo fortunati, a trovare una strada più autentica.
Ma esiste uno studioso come David Bordwell, che usa il suo blog come scatolone di sabbia dove abbozzare (con smalto già notevole) i futuri lavori accademici, ed esiste… cosa ?

Esempio. Quando in preda al masochismo giovanile guardavo Cruel Intentions, non ce ne ricavavo nulla tranne il piacere della conferma (“è proprio brutto come dicono”). Poi però trovavo Alberto Pezzotta (3) che ne parlava su Linus, e diceva cose interessanti sull’uso della colonna sonora in questi brutti film, e allora capivo che, sì, pompare trasgressione e ritorno all’ordine con la stessa musica non era mai una gran pensata, a meno che dietro non ci fosse una precisa scelta stilistica (fidatevi, è raro). E questi semini di buon senso applicato alle immagini me li sono portati dietro fino a qui. Bella per me.
Adesso però chi glielo spiega, a quelli che si sono fatti piacere Wolverine, che un utilizzo dei materiali simile è uno sputo in faccia alla narrazione? Che non si può imbastire una storia delle origini – perché Le Origini, come le fiabe, sono roba appassionante e molto reale – e pretendere di riassumere tutto in “mutanti che esistono e fanno cose”?
C’è un nesso. Per forza.
A narrazione di merda, critica di merda.
La pochezza è tale che viene la tentazione di rifugiarsi sul versante recensione degli abiti indossati dagli attori e/o quante volte (se) i suddetti attori mostrano chiappe e toraci. Un modo di affrontare il testo che il blogger Ohdaesu chiamava “carrellata di giudizi estetici aspesiani” e altri chiamano “dannunzianesimo”. Per capirci, quello che succede quando aprite un quotidiano nazionale cercando di capire cosa succede a Cannes o Berlino e ci trovate solo descrizioni di amplessi con molti gemiti. (4)
Il dannunzianesimo non giova a nessuno, e, va da sé, non genera figli normali.

Certo però che: Dominic Monaghan ha un abbozzo di superpotere e mezzo momento recitativo ma muore subito (fuori campo, mi sa con una lampadina in bocca); il giappo lavora di sopracciglio inarcato manco fossimo in un porno con ammazzamenti (non ho voglia di andare a cercare su IMdB chi sia l’attore, probabilmente una superstar coreana pagata a noccioline); Danny Huston somiglia sempre più a Vincent D’Onofrio e anche lui qui a tratti attacca delle faccine devastanti, a proposito, regista premio Oscar per Il suo nome è Tsotsi, gli attori magari dirigili, ti avranno assunto per qualcosa, e invece le scene d’azione sono orrende E gli attori vanno ognuno per conto loro, MA non è che andando ognuno per conto loro producono quel senso di WTF? complessivo che può anche risultare liberatorio, post-cinema lo chiamano, come quando per fare un film su una rapina in banca prendono il rapper del momento e gli dicono apra la bocca signo’ e lui butta lì un paio di yo homie e poi torna nella sua roulotte a progettare la distruzione delle isole Fiji, nel frattempo prendono anche un attore di “Lost”, un francese di quelli che si buttano dai palazzi, una mezza celebrità degli anni Ottanta Novanta e una giappa bona, li chiudono ciascuno nella sua roulotte e li tirano fuori uno alla volta solo quando c’è da girare i primi piani separati di loro che fanno le faccine [non so se avete visto Tropic Thunder, però immaginatevi una versione super-impettita del film che stanno girando i protagonisti nella giungla, dategli la patina di uno straight to DVD ungherese e avrete il film che vi sto raccontando, e che, ve lo giuro, cammina tra noi], ecco, qui c’è un andazzo tristissimo di minimo sindacale da tutte le parti, namo dotto’ oggi amo fatto presto, e poi voglio vederlo il classically trained actor slash director Liev Schreiber a tornare a casa da Naomi Watts di nuovo incinta e razionalizzare la sua vita fino a quel punto. Com’è andata oggi? Mah, son stato tutto il tempo a ripetere “ooh, shiny” davanti a un bluescreen. Mi stanno venendo come dei leggerissimi dubbi sul progetto. (Naomi si poggia le mani sulle reni. Oh, Liev. Sei sempre il solito baluba.) E hai voglia a recitare quando stai lì con il sudafricano più scasso in città, giuro, ti capisco. Oh guarda, un blue screen per terra. Namo dotto’ er cosmo è pronto. L’avanzo di serie televisiva per fratelli incestuosi dell’Oklahoma che fa Gambit almeno non parla con l’ascento franscése tuto così, ma, come dice il collega Nanni Cobretti, “dal film ho solo capito che il suo superpotere è mischiare le carte molto bene”. Mio padre dopo aver visto The Prestige è tornato a casa e ha detto uno con quella faccia può fare solo il Lord o il deputato, e aveva ragione, perciò prendiamo Hugh Jackman e cancelliamolo tutti dal nostro nervo ottico, ADESSO. Che a confronto la trilogia era un capolavoro di mezzi toni, e si vede tantissimo che si è rotto il cazzo, anche se è lui che co-produce questa roba. Kris Kristofferson ha zoppicato attraverso tre Blade tre e ha fatto una figura molto più dignitosa. Just sayin’, son. E mi piacerebbe sapere, ma proprio giusto per sapere, quali chiodi avevano in mano quelli che hanno crocifisso Terminator: Salvation, che tra parentesi aveva un production design decente, scoppiava roba di continuo e se non altro ti restavano impressi i cappotti.

Ci sarebbe anche da parlare di Deadpool, ma fa troppo ridere.

[Seguiva qui un lungo excursus sul mio orientamento sessuale, espunto perché uno, come esempio pedagogico di dannunzianesimo basta e avanza il pezzo qui sopra, due, il mio orientamento sessuale non interessa a nessuno e, tre, è comunque meno rilevante rispetto a quello di Deadpool. E non tocco l’argomento con un bastone di sei metri.
Termina il ricreativo, principia il culturale.]

Ci sono persone che hanno ricevuto La Chiamata per questo progetto.
Se è per questo, ci sono persone che non parlano dei loro sentimenti perché li hanno più profondi degli altri, e persone che non parlano perché dentro non c’hanno niente. (5)
Mi sfugge l’allure di David Benioff come sceneggiatore (Troy più Stay uguale Benzina ti presento Fiammifero) e già vedere il nome “Skip Woods” nei titoli non era stato un bel momento. Però poi è un falso problema. L’avranno anche firmato loro due, ma ci sarebbe da capire quante decine di mani abbiano strapazzato questo copione, quanti produttori associati abbiano chiesto o imposto “giusto una spuntatina”, quante professionalità abbiano contribuito a plasmare questo tragico figlio di nessuno, questo fratello leso da vestire a festa e portare controvoglia alle cene di famiglia (cit.), che se gli togli tutti i punti in cui Wolverine tira fuori gli artigli, li guarda basito / intenso / spavaldo e li ritira dentro resti con un minutaggio da pubblicità contro gli incidenti stradali. (6) Allora sì, se si tratta di allungare la zuppa buttiamoci dentro un grande obeso e il negro dei Black Eyed Peas come alleggerimento – naturalmente gestito con una mano di amianto, ma non è questo il punto: hai talmente poca fiducia nella storia che stai raccontando (e talmente tanto odio per chi la sta guardando) che ci devi inserire dei siparietti comici inopinati dopo un’ora e rotti? Per giunta con dei tagli di inquadratura e montaggio equivalenti a uno che ti racconta una barzelletta interrompendosi a ogni battuta e dicendo “eh? eh? niente male, eh?”. (7)
Giusto. Parliamo del montaggio.
Il montatore è il secondo padre di un film, e questo film ha avuto un’infanzia dickensiana. E’ impossibile montare così male a meno che il girato non sia stato predisposto in funzione di un montaggio simile, come accade. In quanti casi il regista non entra nemmeno in sala di montaggio? In tanti. Ci entra un delegato della produzione, ecco chi. Ma non è nemmeno possibile che la dipendenza da sedativi per animali di grossa taglia del poraccio di turno sia passata inosservata a chi doveva vegliare sul progetto. (8)
E allora perché questa roba esiste? Perché, come può capitare solo alla roba clinicamente dozzinale, perché si muove e sente e pensa e respira e pretende?
E soprattutto, cosa vuole da me?

(continua)

1. A volte senza ZOMG, ma abusando di termini come “aporia visiva”. Ragazzi, la vita è dura.
2. Se vi riconoscete nella descrizione appena letta, questa sono io che mi nascondo dietro il fienile.
3. Persona con cui poi ho avuto la fortuna di lavorare, e che mi ha quasi sicuramente salvato da una pessima fine. Se non potete averlo come collega, supervisore, insegnante o vicino di casa, potete sempre leggerlo. Fatelo. Per piacere.
4. Argomento che, al di là dei singoli casi, basterebbe a determinare l’attuale superiorità dei cineblogger sulla critica istituzionale. Almeno i film loro li vedono.
5. Questa la capiamo in tre, per cui facciamoci un giro di pacche sulla spalla a vicenda. Fingeremo di non riconoscerci quando ci rivedremo nell’aldilà.
6. La terza volta credo di aver pensato “cos’è, un’installazione?”. Poi mi sono messa a ridere.
7. David Benioff, ti sto guardando mentre faccio il gesto di Mystic River. Scusa se isolo te dal mucchio, ma dopo tutto la firma ce l’hai lasciata, no? Mica sarà sempre colpa di Paul Haggis.
8. E che invece in sottofondo urlava “più tortura! più tortura! ah ah ah ah ah!”.

giovedì, 13 08 2009

Ho fregato la legge e la legge ha vinto. (Seconda parte: struttura)


 

 

(Prologo)


Considerazioni preliminari:
La pura esistenza di questo film così com’è adesso è un atto di schadenfreude talmente potente che, in un altro momento, avremmo visto le fiamme inghiottire la 20th Century Fox e ardere nella notte come pozzi di catrame all’inferno.

Considerazioni preliminari /2:
Se Wolverine fosse uscito prima di Hot Fuzz, di sicuro in Hot Fuzz ci sarebbe stata una scena in cui Nick Frost chiedeva a Simon Pegg “have you ever held a dead body in your arms and gone aaaaaaaah?”.

Soltanto un anno fa c’era Iron Man.
Sarebbe a dire, un prodotto di successo che è piaciuto a più tipologie di pubblico – gli appassionati del fumetto, i visitatori casuali del multisala da sabato sera, gli estimatori di Robert Downey Jr., il mio amico Stefanino – grazie a una buona idea a cui era agganciato tutto il resto. Nel caso specifico, “uomo di quarant’anni subisce radicale cambiamento: cercherà di capire come far funzionare la roba nuova nel contesto della roba vecchia”. Un’idea abbastanza semplice e abbastanza precisa attorno a cui ruotavano personaggi, situazioni eccetera, ciascuno declinato in modo un po’ diverso per amor di varietà. Un sistema non troppo lontano da quello che, applicato al minimalismo, Tom Spanbauer chiamava “i cavalli”: la spia tematico-lessicale che accompagna il plot, “la diligenza”, dal punto A al punto Z.
Dicesi invece “fase pilota” quel micidiale ritmo establishing shot / primi piani / arriva qualcuno / esposizione pezzo trama / primi piani con i personaggi che fanno le faccine / establishing shot, ritmo tipico delle primissime fasi di una sceneggiatura, sia che si tratti di una puntata di una soap opera (e allora a volte resta così fino alla fine) sia di un film con maggiori ambizioni ma ancora parecchio al di là della scioltezza necessaria per entrare in produzione.
Un’ora e quarantacinque inchiodati alla fase pilota in cambio di tre minuti di Ryan Reynolds che spara cazzate a raffica (1) e Liev Schreiber che dice “funny, Wade, I didn’t think you liked girls” non sono un cambio accettabile.
Buttano benzina sul fuoco di mezzi spunti totalmente estranei all’opera, magari di roba mia, magari persino di roba sessuale mia, ma non c’entra. (2)
Questo detto da una che, senza motivazioni plausibili, si è inoculata (tra gli altri) Nicolas Cage astrofisico al M.I.T., La Meglio Gioventù da una prospettiva di centro-destra, Gesù e Predator tra i Vichinghi, Risparmiatevi la fatica che lui non torna e un’intera stagione di “Ashes to Ashes”. Conosco e comprendo l’attrazione per l’insoddisfacente. Se non fosse così, non avrei infilato tanto spesso la testa nelle fauci del leone. E non avrei mai noleggiato Overnight. (3)
Sul serio, adesso. Non ho alcun problema con il contenitore. Né con la definizione del giorno per etichettare un testo “altro”: prequel, AU, reboot, re-imagining, eccetera. Credo sinceramente che facciano bene alla fantasia. Soprattutto di chi all’inizio ci ha pensato un po’ sopra. Perché i risultati – il contenuto è un discorso diverso.
Per dirla con il Dogma Italico (vado a memoria), “non organizzo un concerto per chitarra classica se so suonare solo La canzone del sole, e pure male”. (4)
Ecco, la cosa divertente – l’unica – in un film simile è il retrogusto guardami guardami sto fregando la legge, perché dubito che una drammaturgia di bruttezza siderale sarebbe stata riscattata o compensata dal vedersi il prodottino finitino ripassato bene bene bene, e quantomeno così c’erano gli omini disegnati come sulle porte dei bagni che venivano sbatacchiati dai camion in transito e Ryan Reynolds attaccato ai fili, e quando ti ricapita, scusa. Io Ryan Reynolds attaccato coi fili al soffitto del tinello che spara cazzate non ce l’ho avuto mai. Forse nei paesi civili una volta all’anno lo Stato te lo passa. In SVEZIA, ad esempio.
Scusate, non lo faccio più. Torniamo a bomba.

Prendiamo la mostruosa parte con Logan e l’indiana in Canada (anche nota come “I’m a lumberjack and I’m ok”), giustamente sbeffeggiata da tutti, e a quella sono arrivata almeno preparata, ma non al fatto che lo stesso modulo si ripresentasse paro paro un quarto d’oretta dopo con i due vecchi e il fienile (5). Che se già di per sé la manfrina ehi lo sai figliolo tu non sei un animale anche se hai un aspetto diverso dal mio ma tanto in fondo siamo tutti figli di Diaaaaaaaaaah (muore) è un mezzuccio che andava messo fuori legge ieri, sbatterla due volte nello stesso film è una mancanza di rispetto atroce, atomica, annichilente nei confronti di chi guarda.

Stesso discorso per la caratterizzazione: se l’eroe è la parte più impari di un progetto simile (6), parteggiare per un cattivo che va avanti a suon di sguardi matti e denti aguzzi è come guardare Hulk 2 perché c’è Tim Roth (non mi avrete). E non sto facendo un discorso specifico sul fumetto di partenza, la cui continuity avrebbe fatto scoppiare la testa anche a gente migliore. E’ proprio la pessima abitudine che va per la maggiore negli adattamenti oggi: si prendono dei frammenti sul genere “solo parti originali”, li si infila più o meno a caso in una struttura rozza e ripetitiva e si pretende che lo spettatore in the know sia appagato da un paio di strizzate d’occhio. (Vedi la battuta che citavo all’inizio.) Ribellatevi, cazzo. Siete nerd? Usatela, la nerditudine. Non date più una lira a questa gente. (7) Non vi amano, non vi rispettano, non hanno a cuore i vostri interessi o la vostra felicità, non tengono bassa la voce quando vi chiamano “fissati”. Vi odiano.
Per inciso, non sappiamo nemmeno se un adattamento “molto fedele” degli stessi testi sarebbe stata la scelta giusta, date le condizioni. A me piacciono i libri di Harry Potter. Li ho letti con allegria. Questo non significa che i film tratti da quei libri non siano via via arretrati fino a ricordare un’accozzaglia di money shot tenuti insieme da rappezzi pesantissimi e personaggi che fanno le faccine. E lì la responsabilità è di chi, sfogliando un fascio di documenti, ha detto “ah però, visto che questi film incassano fiumi di denaro lo stesso, facciamoli BRUTTI”. (Poi è andato a rimuovere le minorenni thailandesi morte dalla roulotte di Tony Macello. Credo.)
Ma qui? Qui di chi è la responsabilità?

(continua)

 

1. Cosa desiderabilissima in ogni circostanza esuli dalla saga di Blade.
2. Il fanon va a correggere o integrare quanto è percepito come “suscettibile di miglioramento”, e magari lo fa in modo talmente incisivo (o prende talmente piede) che diventa parte del discorso. Va tutto bene, però farsi piacere un film fermo alla Fase Pilota solo per poter speculare sui gusti sessuali di un supereroe è un po’ come dire “mio marito mi ha spaccato i denti per vent’anni, però una volta mi ha portato un mazzo di fiori”.
3. Tempo speso bene, quest’ultimo, perché così in aereo non resto mai a corto di argomenti.
4. La collega Dolores Point Five mi ha confermato che, se ha accantonato il progetto “L’albero dei valori morali di Fast and Furious”, è perché non ha mai imparato a usare Excel. Per dire.
5. Santissimo Dio, perché non mi avete avvisato? Perché?
6. Innanzitutto va dimostrato, poi ne riparliamo nell’ultima parte.
7. E non scaricate questi film, da cui il titolo del triste apologo morale sotto i vostri occhi. Altrimenti la mia morte sarà stata inutile.

mercoledì, 12 08 2009

Ho fregato la legge e la legge ha vinto. (Un racconto di pura fantasia.)

Ormai, che scaricare significhi rubare l’abbiamo accettato praticamente tutti. Ma scarichiamo lo stesso. Ne abbiamo bisogno.

Perciò ognuno di noi, chi più chi meno, si costruisce la sua etica personale della situazione. Di solito ciò si traduce in una serie di domande a scelta sì/no, che vanno a formare un percorso, e alla fine di quel percorso c’è un dito su un tasto.
Ad esempio, forse voi vi chiedete sto rubando il pane di bocca a qualcuno (sì / no), pagherei anche solo mezzo centesimo per acquisire una copia legale (sì / no), mi dovrebbero pagare a me (sì / no), c’è possibilità che arrivi nel paese dove al momento abito (sì / no), c’è possibilità che vada in onda prima delle 02:00 di Ferragosto del 2015 (sì/no), ci sono già i sub (sì /no), la storia a cui sto lavorando potrebbe presentare punti di contatto con questa storia (sì /no), voglio aspettare di vederlo doppiato orribilmente senza rumori di fondo e proiettato in una sala dove c’è odore di puledro (sì / no). Giusto per citare le più comuni. (1)
Stando così le cose, scaricare una workprint è la cosa più scema si possa fare e il più sonoro schiaffo in bocca a un sistema vissuto come “corrotto”.
“Workprint” – copia lavoro – significa la versione provvisoria di un film: quella ancora suscettibile di aggiustamenti al montaggio, magari con suono o effetti speciali mancanti. (2) Nessuno dovrebbe vederla a parte chi ci sta lavorando sopra. Non è quello il suo scopo.
D’altro canto, anche quello che scelgo di vedere obbedisce a logiche non sempre chiare.
Ci sono cose di ovvio interesse, cose che appagano una curiosità, cose a cui bene o male un occhio ce lo si butta, cose da vedere in nome dell’affetto (presente o passato) per qualcuno che ci ha messo le mani, cose che ho visto perché sono stata pagata per farlo, e cose per cui a un certo punto ho pensato ehi, dovrei lavorare, ma sulla base della photo gallery credo che questo si qualifichi come “pausa estetica”.
E poi ci sono Gli Inspiegabili.
Magari sono pochini – sia come biglietti staccati sia come scaricamenti inopinati – però ci sono. Devono esserci. Fa parte del gioco.
Ora, la mia curiosità verso una copia lavoro è direttamente proporzionale al drama che la sua messa in rete ha suscitato.
Se Eli Roth non avesse frignato come una casalinga, non mi sarei mai sognata di depredarlo dei miei sette euro per Hostel 2 – anche perché, con ogni probabilità, non avrei mai visto il film. (3)  E aggiungiamoci pure che, per i bizzarri percorsi della vita, ho passato un anno a vedere film non finiti, capendo così che la qualità essenziale di qualcosa non dipende da un missaggio del suono preciso al mille per mille, e che se una casa di produzione col prodotto interno lordo di una piccola nazione in caso di leak attacca una sceneggiata a colpi di oh noes, per amor di Dio, aspettate di vederlo in sala, siamo indietro con gli effetti, non si interrompe così un’emozione, la pirateria ammazza il cinema, non fate piangere San Luigi, questo significa, senza ombra di dubbio e a prescindere dal contesto, che il film fa schifo.
Perciò ho scaricato la workprint di X-Men: Le Origini – Wolverine.
Ho poi naturalmente proceduto a ignorarla per quattro mesi, dando la precedenza a qualunque altra cosa, crogiolandomi nel pensiero che – ehi! – il film faceva schifo e tante brave persone in tutto il mondo l’avevano disprezzato, ma almeno non dovevo né pagare né uscire di casa per averne le prove. Se mai le avessi volute. E mentre il disco fisso mi guardava sussurrando apra la bocca signo’ io stringevo i denti. Il paradiso lo vogliamo in questa vita. (4)
Avanti veloci fino al sette agosto (venerdì), quando facendo pulizia sono andata a sbattere contro il classico dilemma del nerd. (5)
“Ok, abbiamo questo file, lo spostiamo dritto nel cestino dando retta al buon senso e a tutti i tuoi amici che con una sola eccezione (la quale poi non si capisce bene come è messa) hanno usato l’espressione  ‘brutto forte’, oppure ne guardiamo i primi 20’ tanto per essere sicuri?”
La risposta al dilemma è stata la più convenzionale.
Attorno al minuto 18’ arriva Ryan Reynolds che fa Deadpool. Lì ho capito che mi ero fottuta con le mie stesse mani.

[continua]

1. Io ci aggiungo “questo libro ha un prezzo tutto sommato ragionevole e mi arriverà entro due mesi (sì/no)”, ma sono in minoranza. Credo.
2. Oddio, c’è chi si spinge più in là: Rob Zombie nella copia lavoro di Halloween ha inserito un finale opposto a quello del montaggio finale, confermandosi l’indiscusso Re Del WTF.
3. E quindi non avrei mai versato calde lacrime nel vedere Heather Matarazzo appesa per i piedi. Per non parlare della bionda finita in mano a Ruggero Deodato. Come si dice, una storia a lieto fine.
4. Ogni tanto potrei anche aver picchiato un pugno sul tavolo.
5. Beh, io lo sono. Questa storia ne è la prova vivente.