Daft Punk – Giorgio by Moroder
Adrian Tomine – New York Drawings
Mad Mern s06e06
L'enchillada di Alma a Red Hook
Phoenix – Chloroform
Gli Ava Luna alla Brooklyn Bowl
Daft Punk – Giorgio by Moroder
Adrian Tomine – New York Drawings
Mad Mern s06e06
L'enchillada di Alma a Red Hook
Phoenix – Chloroform
Gli Ava Luna alla Brooklyn Bowl
Da quando esiste il concetto di «video virale» e da quando esistono i social network per veicolarlo, abbiamo avuto occasione di vedere in rete molti esempi fatti bene e ancor di più fatti male. I casi fallimentari ce li scordiamo quasi subito (ed è esattamente il motivo per cui sono tali), quelli buoni, che promuovano una marca di ketchup, un'automobile o un anticalcare, invece fanno sorridere anche solo a nominarli.
Quando si scende nel terreno della promozione non di un prodotto ma di un concetto o di un valore sociale, i casi positivi sono ancora più rari (a me vengono in mente quasi solo gli eccezionali video con le istruzioni di sicurezza della Air New Zealand); c'è però un esempio piccolo piccolo che nella settimana appena finita ha avuto molta visibilità in una certa parte di web. Dumb ways to die è la campagna di sensibilizzazione per promuovere una maggiore sicurezza nell'uso dei treni da parte della Metro Australia. Il messaggio però non viene passato in modo banale e didascalico, ma indiretto e assai ironico, attraverso una canzone indie-pop (provvista di video super-cute) che elenca in foma di filastrocca i modi più stupidi in cui si può morire, scritta all'uopo dall'ignota band australiana Tangerine Kitty. In 5 giorni il video ha avuto più di 4 milioni di visualizzazioni e la canzone più di 17mila ascolti e 13mila download, e se non è un successo questo non so bene cosa lo è.
A riprova della completezza dell'operazione, c'è anche il tumblr con le GIF animate tratte dal video, per dire. Chapeau.
Cose stupide che ti fanno pensare che il marketing non è morto (e che fanno molto ridere): la campagna di video virali Lavatrici finite male di Maccio Capatonda e la sua crew per Calgon.
(grazie a Checco)
Adweek raccoglie i 10 milgiori spot diretti da Wes Anderson, che a modo loro sono quasi tutti dei piccoli film. Il migliore, probabilmente, è quello dell'American Express del 2006, ma ce ne sono anche di più vecchi e meno famosi, com questo dell'IKEA:
Non so chi di voi guardi abitualmente la tele, e non dico il televisore, dove sparate le cose che vi scaricate sugli ardìsc voi giovinastri, intendo proprio i canali della tele, la Rai, la Mediaset, la Sette. Se avete acceso uno di questi canali negli ultimi giorni avrete probabilmente visto questo spot del caffè Lavazza.
Niente di nuovo, anzi, forse è meglio Julia Roberts zitta che l'inguardabile faccione della zia di Vincent Vega alle prese con Cocahunziker. Ma se i più svegli di voi osserveranno che il copy di questa roba è un po' polveroso e triste, alcuni dei più noti blog americani di pop culture non trovano per nulla normale che Julia Roberts prenda, pare, e dico pare, un milione e mezzo di dollaroni per una comparsata in cui non dice nemmeno, che ne so, "lavazza", "mamma mia", o "pizza spagheti bellusconi".
Ad aprire le danze è Jessica Coen su Jezebel, il cui breve post si intitola "The Most Lucrative 46 Seconds Of Julia Roberts' Career":
She who eats, prays and loves has also been paid $1.5 million to appear in an Italian commercial for Lavazza coffee…in which she doesn't say one word. Though she does make three or four facial expressions, including "contemplative" and "joyous."
A seguire, Dan Hopper di Best Week Ever commenta così:
Here’s Julia Roberts appearing in an Italian commercial for Lavazza coffeemakers, where she was reportedly paid $1.5 million to watch Italian Keith Olbermann and an artist-looking dude banter then drink coffee and smile. This may sound high at first, in a world where 7,000 children will die instantly today solely because Lavazza didn’t give them .01% of that money for clean drinking water, but if you check the celeb Blue Book, that’s pretty much the going rate for getting Julia Roberts to stand, drink coffee, and smile (each action is 500k).
Ouch.
Gabe di Videogum fa leva su un argomento interessante, ovvero che Julia Roberts ormai ce la caghiamo solo noi:
Also, really, Italy? Julia Roberts? What, was Kathy Ireland unavailable? (Insert other examples of famously beautiful women who still look great not only for their age but for any age but also whom we can all agree have lost a certain cultural relevance when it comes to representing physical ideals.) At the very least, if you’re going to give Julia Roberts 1.5 million dollars, at least get some snappy sass from her. SNAPPY SASS!
Infine, anche un blog cinematografico come Cinematical ha qualcosa da dire sull'argomento, ipotizzando che le pubblicità europee e asiatiche siano ormai l'ultimo baluardo di uno star system morente:
If Julia, whose star power isn't what it once was, can command that much pay for a quick, silent job, one has to wonder if commercials will become a more prevalent source of celebrity income. As cinematic paychecks stay moderate, it's hard to refuse the opportunity to spend a day or two standing around, and get paid over a million bucks for the easy, breezy work.
Come ormai tutti sanno Amazon.it è da oggi una realtà. Gli acquisti natalizi avranno un'ulteriore possibilità online. Però prima di farci prendere dalla frenesia consumista o dal bilanciare offerte e promozioni come esperte massaie dal fruttivendolo, ad Impronte digitali facciamo i secchioni che vogliono capire qualcosa sull'e-commerce.
Stasera alle 19 su radiocitta'fujiko parleremo con Riccardo Mangiaracina, responsabile ricerca dell'Osservatorio e-commerce B2C del Politecnico di Milano. Vi anticipo ad esempio che i mercati digitali in Italia nel 2010 valgono "11,5 miliardi di euro, in crescita del 13% sul 2009" e che gli acquisti preferiti sono "viaggi, elettronica di consumo, assicurazioni, editoria, musica e abbigliamento". Provare per credere.
Linkare video virali sul blog fa troppo 2007, lo so (del resto avere un blog fa troppo 2005, quindi), ma farò un'eccezione per Fast Lane. La Volkswagen non è nuova a questo tipo di iniziative (ricordate le Piano Stairs?) e che vi devo dire, l'idea è elementare e l'effetto promozionale discutibile ma è esattamente il tipo di cose che, se le incroci nella vita reale, per una frazione di secondo possono migliorare un pò la tua giornata. Ti pare poco.
Pochi ingredienti ma semplici:
1) un servizio furbo che tappa un'esigenza reale
2) un target mirato con scaltrezza e precisione
3) una brillante idea di packaging
4) un pezzo dei Vampire Weekend in sottofondo (ok, questo serve solo come esca per Inkiostro…)
Ecco a voi Lavonline.it, lavanderia e calzoleria a domicilio, e il ragionamento vincente con cui si sono immessi nel mercato:
La risposta, ovviamente, è: niente.
Non sembrano però pensarla allo stesso modo quelli dell'ADIDAS, che in occasione dei mondiali di calcio hanno lanciato uno spot in cui un gruppo fantasiosamente assortito di celebrità della musica e del calcio (dai Daft Punk a Snoop Dogg, Noel Gallagher e Ian Brown, da David Beckham a Franz Beckenbauer, più vari altri che non so bene chi siano, anche se sono sicuramente *qualcuno*) mettono in scena la celebre sequenza della Cantina di Guerre Stellari. Proprio una bella idea, eh?
Come al solito esilarante (e molto condivisibile) il cinico commento di Hipster Runoff:
adidas made some commercial, and I am not sure what it has to do with the World Cup. I think we are sorta in a phase where every ‘high budget’ commercial has to be aimed at ‘getting tons of youtube plays’ on the internet by people who aren’t even interested in soccer/football/the world cup / adidas. I guess adidas feels pressure from Nike, since Nike always makes better commercials than they do.
adidas basically put Daft Punk, Snoop Dogg, some guy from Oasis, David Beckham, and a few other famous ass holes who appeal 2 different demographics in this video. Felt ‘pressure’ to blog about it, since it was such a strategically created meme. Overall feel like it is ‘boring.’ Star Wars is chill/memorable after riding a chillwave for a few hours, but still just feel ‘whatever’ towards this video just because I am too young for the Star Wars brand to 100% resonate with me. Like it was theoretically ’successful’ but didn’t really even add anything substantive to the brand, except maybe that they were willing 2 pay LucasArts to use Star Wars footage. [#]
Spiace copiaincollarla di sana pianta, ma la spettacolare infografica del sempre eccellente Information is beautiful che illustra quanto deve vendere al mese un musicista in ciascun formato per arrivare al salario minimo va vista nella sua interezza. Impressionante ma non esattamente eloquente (ha senso paragonare l'acquisto di un disco fisico allo stream in un servizio flat?), e proprio per questo molto indicativa della confusione che regna sovrana nel settore. Ormai l'idea di vivere solo grazie alle vendite di musica registrata (in qualsiasi forma siano) è una pia illusione anche per le star?
(via)
In casa Ghost Records per promuovere il nuovo disco dei Canadians The fall of 1960 (in uscita il 9 Aprile) hanno avuto una buona idea.
In controtendenza rispetto alle solite strategie che vogliono l'esclusiva dello streaming data a questo o quel sito, il secondo disco della band indie-power-pop veronese da oggi si può ascoltare su una cinquantina di siti grandi e piccoli (lista completa), e chiunque può andare qui e reperire il codice per partecipare e diffonderlo a sua volta. Un'anteprima diffusa e democratica che rompe le vecchie regole e consente a tutti di ascoltare un disco che vede i Canadians ampliare il proprio spettro sonoro senza però perdere le coordinate Weezer / Grandaddy che ce li hanno fatti amare dall'inizio e che, anche se intitolato all'autunno, è gradevolmente primaverile. E in queste giornate Yes Man e Carved in the bark ci stanno da Dio.
L’immagine qua sopra, una chiara (e sacrosanta) celebrazione delle doti modulari di un PC nei confronti della costosa eleganza di un fighettissimo Mac, è al momento il post più votato all’interno della piattaforma di social news Digg.Com, nonostante sia ovviamente uno spot (della Dell). A che serve pagare per creare della pubblicità quando basta dire la verità e farsi aiutare dai propri utenti?
Proprio ieri (grazie a Francesca) mi sono imbattutonella bella gallery di manifesti e pagine pubblicitarie (l'ennesima), da cui è tratta la pubblicità qua sopra, e direi che non c'è moro migliore per presentare la puntata di Impronte digitali di questa sera.
Dalle 19.00 sui 103.1 FM di Radio Città Fujiko (a Bologna e provincia) faremo quattro chiacchiere con Mr. Minimarketing Gianluca Diegoli, già tenutario di uno dei più brillanti, longevi e seguiti blog sul nuovo marketing nonchè autore dell'illuminante Minimarketing. 91 discutibili tesi per un marketing sostenibile ai tempi di Facebook, agile e fulminante libercolo leggibile online o in versione cartacea.
E proprio l'uscita della nuova edizione cartacea del libro sarà la scusa per chiedere a Gianluca se davvero il marketing tradizionale è condannato alla morte, e per farci spiegare cosa ci dobbiamo aspettare dalle strategie pubblicitarie ai tempi della grande conversazione del web 2.0. Scorreremo le sue 91 discutibili tesi con dovizia di dettagli e di esempi, per capire cosa possono fare i social network e il web nel rapporto tra i consumatori e i prodotti e, in definitiva, se la nostra vita ne uscirà migliorata o peggiorata.
Impronte gitiali: il sottoscritto e FIlippo Pirex Piredda stasera dalle 19.00 alle 20.00 sui 103.1 FM di Radio Città Fujiko a Bologna e provincia, oppure, per tutti gli altri, in streaming.

Vi ho già parlato de La musica liberata, lo spettacolare libro di Luca Castelli che racconta come nessun altro i cambiamenti tecnici, economici e sociali subiti dall'industria discografica e dal nostro modo di scoprire, ascoltare e condividere la musica negli ultimi dieci anni. Tra Napster, iPod, blog e Radiohead, una lettura indispensabile per chi sia appassionato di musica e/o di tecnologia e semplicemente imperativa per chiunque si trovi a lavorare (in modo amatoriale o professionale) nel settore.
Stasera alle 19 avremo l'onore di avere Castelli in collegamento telefonico su Impronte digitali, il magazine di web e tecnologie che conduco ogni martedì con Filippo 'Pirex' Piredda sulle amichevoli frequenze di Radio Città Fujiko, a preludio della presentazione che il nostro terrà domani alle 21.30 alla libreria/osteria Modo infoshop (Via Mascarella, Bologna), per la rassegna curata dai cugini radiofonici di Maps.
Un'ottima occasione per farci raccontare la genesi del libro e i suoi passaggi fondamentali, per 'costringere' Castelli a
Difficilmente avevo visto così tanto kitsch tutto assieme.
La campagna Lavazza 2010 – The Italian Espresso Experience, oltre a un calendario di dubbio gusto firmato Miles Aldridge propone una versione di Nessun Dorma (dalla Turandot di Giacomo Puccini, chevvelodicoaffà) cantata di Antony e suonata dalla Roma sinfonietta orchestra.
Un profondo abisso di oltritudine che sembra fatto apposta per farvi andare il caffè di traverso.
Dubito che riuscirete a dormire ancora, e non sarà l’effetto de caffè.
(grazie ad Affensoldat)
Antony & The Roma sinfonietta orchestra - Nessun dorma (MP3)
Come fare in modo che il 66% delle persone in più, all’uscita dalla metro, scelga le scale al posto delle scale mobili? Semplice: trasformandole in un enorme pianoforte.
E’ una pubblicità virale (per laVolkswagen), ma chi se ne frega. Solo quelel piccole cazzate che migliorano la vita.
Voi probabilmente non ve ne rendete conto, ma ogni giorno il sottoscritto, solo per il fatto di avere questo blog, riceve tra le 10 e le 30 e-mail di band, etichette, promoter, agenzie di booking e amici e parenti delle suddette che presentano qualche artista o gruppo chiedendo spazio su queste pagine.
Avendo io un lavoro vero che mi succhia l’anima e il tempo, degli hobby, una specie di vita privata e -ahimè- il bisogno di dormire almeno 6 ore a notte, non ho praticamente mai il tempo materiale da dedicare all’esame di tutte mail che mi arrivano e (men che meno) all’ascolto delle canzoni o dei dischi che propongono. Al 90% cestino questo tipo di mail senza neanche aprirle (sono crudele, lo so; ma nei miei panni lo fareste anche voi); qualche volta però il subject o il mittente contiene un nome o una parola che attira la mia attenzione e finisco per fare click.
Questa mail arrivata nei giorni scorsi (il cui oggetto menzionava un «CD liberato il 23 Novembre») non solo ha attirato la mia attenzione, ma si è rivelata talmente esilarante che non posso non pubblicarla. Non faticherete a capire il perchè.
From: distraction records <info@distractionrecords.com>
Hey!
Speranza siete bene! Per lasciarli appena voi sapere che stiamo liberando un CD dal gruppo post-rock elettronico Tempelhof il 23 novembre e lo amerebbe per controllarlo fuori e per giocarlo sulla vostra esposizione!
Ho allegato il comunicato stampa e potete trovare le piste in questione in linea a:
[link]
Anche se se li volete trasmettergli un CD, appena dicami il vostro indirizzo e trasmetteremo uno fuori immediatamente. Se ci sono niente altro li volete o avete bisogno di, lasciate sapere!
Speranza godete dei suoni! Prendala facile,
Darren (Distraction Records)
P.S. Scusi il mio italiano dei poveri!
–
music for the strange kid at school / musica per il capretto sconosciuto alla scuola
www.distractionrecords.com
Figurati per il tuo italiano dei poveri, Darren dell’etichetta di musica per il capretto sconosciuto alla scuola!
Ti meriti il link a un MP3 dei Tempelhof (che peraltro sono di Mantova; potevi dirmelo che sono miei connazionali) anche solo per le risate che mi hai fatto fare:
Tempelhof - Song for Lily (MP3)
Come si notava l’altra volta: prendi qualcosa che si mangia (o meglio, la sua confezione) e suonalo.
La musica liberata di Luca Castelli è un libro molto bello e intelligente già dalla copertina. Il fatto che poi al suo interno contenga la più ricca, precisa e competente ricostruzione di quello che è cambiato nel nostro modo di fruire la musica negli ultimi dieci anni (da Napster in avanti, più o meno) è un semplice dettaglio.
Davvero: difficile immaginare una disamina così completa e ben fatta del fenomeno (dagli MP3 al file-sharing, dai blog a Youtube e Myspace, dall’iPod ai social networks, dalle net-label alla morte dei negozi di dischi), che mette ordine nella straordinaria quantità di cose che sono riuscite a cambiare per sempre la nostra idea della musica, i suoi modelli di business e il nostro modo di scoprirla, ascoltarla, viverla e parlarne.
Castelli (già giornalista per La Spampa, Il Mucchio, XL e chissà cos’altro, nonchè di casa sul suo blog Il Pozzo di Cabal) compone con i pezzi del puzzle un quadro ricchissimo e multiforme, spiegato con lo stile leggero che è proprio dei grandi divulgatori e la passione di chi sta vivendo in prima persona la rivoluzione che sta raccontando.
Come dice Rossano Lo Mele (che ha cavallerescamente intervistato Castelli per Rumore di Luglio – online in due parti: uno | due) è «uno di quei libri che se fosse pubblicato in Inghilterra o negli Stati Uniti farebbe del suo autore un pensatore tech da seguire come uno sciamano».
Se ruscite a interpretarlo, il sommario dà qualche idea dei contenuti:
1.0
1. MP3 (La mosca / Seattle / Preistoria / Mpeg-1 Audio Layer 3 / Sacrilegi)
2. Napster (I 331kb che sconvolsero il mondo / Pirro / Gratis / Tutto / Noi)
3. Le major (Vade retro, tecnologia / Il diamante / DRM / Rootkit / Perdita di controllo)
4. iPod (Pray / Music Store / Monopolio / Shuffle / iGod)
2.0
5. Il laboratorio (Libertà è partecipazione / Dire / Fare / Baciare / Lettera /Testamento)
6. Gli artisti (The artists formerly known / Giovani turchi / Premio fedeltà / It’s up to you / Ghosts)
7. Dura lex (Jammie Thomas / Il dilemma del linguaggio / Il dilemma della copia / Il dilemma del remix / Il dilemma dell’autore e del produttore / A due velocità)
3.0
8. Macchine (Streaming / AI / Ovunque / Eroi)
9. Where Have All the Good Times Gone? (La qualità / I giornalisti / I negozi di dischi / Gli album)
10. L’onniutente (Intelligenza / Furore / Generosità / Responsabilità)
11. La musica liberata (I Mille / Neointermediazioni / L’oceano / Serendipity)
Lettura consigliatissima per chiunque si interessi di musica negli anni ’00 (e non lo dico perchè a pag. 117 è citato pure Inkiostro), e semplicemente imprescindibile per chiunque pretenda di lavorare nel settore, con menzione speciale per i dinosauri del giornalismo e della discografia.
La musica è stata liberata, fatevene una ragione.
Una volta c’era Eliza.
Ora i tempi sono cambiati, e ci dobbiamo accontentare di Anna, la commessa virtuale dell’IKEA scoperta grazie alla segnalazione di Personalità Confusa su FriendFeed. Eccellente per le serate solitarie, gli esperimenti di Intelligenza Artificiale e i consigli su come arredare il salotto.
Spinning in the grave – The three biggest reasons music magazines are dying è esattamente quello che sembra: un articolo (firmato da Jonah Weiner, ex senior editor del defunto Blender, e pubblicato su Slate.com) sulla morte dei giornali musicali.
Chiudono i negozi di dischi, le case discografiche vanno in rovina, l’intero settore dell’industria musicale barcolla senza essere in grado -pare- di trovare la soluzione per convivere con le nuove tecnologie. E i giornali musicali? Chiudono anche loro.
Negli States hanno già cominciato da un po’, qui da noi sembra tutto immobile (ma forse è solo perchè siamo come al solito in ritardo, oppure perchè la crisi colpisce meno duro se un settore è già perennemente in crisi), ma il fenomeno è cominciato, e difficilmente si attenuerà.
Weiner non si limita a rilevarlo, ma cerca anche di spiegarlo: quali sono le ragioni per la fine dei giornali musicali? Queste le sue risposte:
1. There are fewer superstars, and the same musicians show up on every magazine cover.
2. Music mags have less to offer music lovers, and music lovers need them less than ever anyway.
3. Music magazines were an early version of social networking. But now there’s this thing called "social networking" … [#]
Il punto 1 a me non pare così fondamentale, ma forse chi bazzica giornali con tiratura e pubblico più ampio di quelli che leggo io (XL o Rolling Stone, per dire) può confermarne l’importanza.
Il punto 2 è sacrosanto: la rete contiene tutto quello che contengono i giornali, con in più contenuti multimediali e funzionalità interattive che la carta non potrà mai avere. I giornali li puoi leggere in treno, sotto l’ombrellone o in bagno e vederli impilati fa un bellissimo effetto, ma difficilmente la cosa basterà a salvarne la maggior parte dal (fisiologico?) rimpiazzo da parte dei siti web.
Il terzo punto è interessante, e si distanza un po’ dalle solite argomentazioni. Non sono solo Pitchfork e Drowned in sound (gratuiti, ben scritti, aggiornatissimi e pieni di contenuti multimediali) a uccidere i giornali, ma anche e soprattutto i blog e la loro rete, e poi Facebook, Twitter, Last.Fm, i forum, i fan site, le mailing list, tutti i posti in cui l’appassionato di musica incontra i suoi simili, si scambia dritte e opinioni (e da un po’ direttamente i dischi) e coltiva la sua identità musicale come una volta faceva anche e soprattutto grazie ai giornali musicali e ai negozi di dischi.
E la mitologica figura del critico musicale? Si sta trasferendo sul web, ma secondo Weiner è comunque destinato a ridimensionarsi non poco:
Meanwhile, with the proliferation of online music, sanctioned and otherwise, music fans don’t need critics to play middleman the way they once did: If a fan wants to decide whether he likes a new album, there are far easier ways than waiting for a critic to weigh in, from streaming tracks on MySpace and YouTube to downloading the whole thing on a torrent site or .rar blog. The value of the music reviewer has always been split between consumer service (should people plunk down cash for this CD?) and art criticism (what’s the CD about?), but of late the balance has shifted from the former toward the latter—answering the question of whether to buy an album isn’t much use when, for a lot of listeners, the music is effectively free. It’s a valid point that the professional critic still wields an aura of authority rare in the cacophonous world of online music, but between taste-making blogs and ever-smarter music-recommendation algorithms like Apple Genius and Pandora, the critic’s importance is being whittled down. [#]
E’ davvero l’inizio dela fine? I giornali musicali riusciranno a mantenere un loro ruolo o il loro settore (per definizione multimediale e interattivo) ne decreterà la morte? La nascita e l’evoluzione del web, per sua natura più adatto a gestirne i contenuti e in grado di dare un’esperienza più ricca al lettore, determinerà la fine dei giornali musicali così come li conosciamo?
Stop Motion DJ by Heinz.
Mi è improvvisamente venuta voglia di ketchup.
Josh Freese, già batterista degli A perfect Circle, dei Devo e dei Vandals, e in passato anche dei Nine Inch Nails, dei Guns’n'roses, dei Queens of the stone age, degli Offspring e di dozzine di altre band, ha fatto un nuovo disco solista. Per promuoverlo, il nostro ha messo in piedi una campagna "a pacchetti" assolutamente clamorosa. Non fosse che è confermata da più parti (qui, qui e qui, ad esempio), sembrerebbe davvero una bufala. A seconda di quanto offrite (e le offerte più costose sono disponibili solo per un numero limitato), oltre al disco vi portate a casa più o meno piccoli pezzi di vita di Freese e dei suoi amici (e che amici).
Per capirci:
Per 7$ vi scaricate il disco.
Per 15$, vi arriva il cd.
Per il 50$ il cd, la maglietta, e una telefonata di 5 minuti con Freese.
[e già non è male]
Per 250$: cd, maglietta, bacchette della batteria autografate, e un pranzo con Freese da PF Changs o alla Cheesecake Factory.
Per 500$, oltre al resto, un giro per Venice, California con Freese, e poi cena a base di bistecca o gamberi.
Con 1000$ i pezzi della batteria aumentano, e oltre alla cena, Freese vi lava la macchina o vi fa il bucato (o voi fate il suo, a scelta), e alla fine vi tagliate i capelli a vicenda in un parcheggio.
Con 2500$ nel lotto c’è una lezione di batteria, una gita al museo delle cere insieme anche a un membro dei Vandals o dei Devo a scelta, e 3 indumenti presi dal suo armadio.
[il meglio deve ancora venire, eh]
Con 5.000$ Freese scrive una canzone su di voi e poi la mette in vendita su iTunes; in più vi fa co-dirigere il videoclip per la canzone stessa. Poi vi fa da cicerone in un tour di Disneyland, vi ubriacate insieme (se volete a casa di suo padre) e Stone Gossard dei Pearl Jam vi manda una lettera per parlarvi della sua canzone preferita del disco di Freese.
Se pagate 10.000$, tra le altre cose, Freese e Twiggy Ramirez (ex chitarrista di Marilyn Manson, ora nei Nine Inch Nails) vi offrono una cena da Roscoe’s Chicken ‘n’ Waffles a Long Beach. Poi fate un giro a Disneyland, e alla fine Freese vi regala la sua Volvo Station Wagon (a patto che gli diate almeno un passaggio a casa).
Per 20.000$ Freese, Maynard Keenan dei Tool e Mark Mothersbaugh dei Devo vi portano al minigolf e poi vi abbandonano sull’autostrada e vi filmano per mettervi su YouTube. Freese vi fa fare un tour estensivo di Long Beach, compresa la scuola dove andava Snoop Dog e il barbiere di due dei NOFX; poi passate la notte sulla Queen Mary (cabine separate). Freese scrive due canzoni su di voi, le mette su iTunes e sul prossimo disco, e voi potete partecipare (vanno bene anche i cori o l’handclapping).
E infine, per 75.000$, vi fate un po’ di giorni in tour con Freese, le canzoni scritte su di voi diventano cinque (un intero EP sulla vostra vita), vi portate a casa una sua batteria intera, e vi fate un giro per Hollywood sulla Lamborghini di Danny Carey dei Tool. Freese entrerà nella vostra band e ci resterà un mese; se non avete una band, per lo stesso periodo vi farà da assistente personale. Vi fate un giro in limousine a Tijuana a fare cose illegali non meglio specificate, e nel lotto c’è anche una lezione di trapezio acrobatico con due dei Nine Inch Nails.
Poi magari il disco fa schifo. Ma quest’uomo è un genio.
[tutti i dettagli qui]