la vita dopo coupland

lunedì, 12 03 2012

«The zeitgeist of 2012 is that we have a lot of zeit but not much geist»

Questa è una delle poche volte in cui mi rammarico di non avere un kindle: da giorni leggo un po' ovunque sul web americano ottimi pareri su Gods without men, ultimo libro di Hari Kunzru, e ora ci si mette anche Douglas Coupland sul New York Times, a dirmi che devo assolutamente leggerlo il prima possibile (e su amazon.it non c'è). E nel farlo, ci infila in mezzo una delle sue riflessioni couplandiane: 

 

One thing that struck me about the 9/11 footage shown during last year’s anniversary was that in 2001, the people on New York City’s sidewalks had no smartphones with which to record the events of the day. History may well look back on 9/11 as the world’s last underdocumented mega-event. But aside from the absence of phone cameras, the people and streets of September 2001 looked pretty much identical to those of September 2011: the clothes, the hair, the cars. I mention this because it has been only in the past decade that we appear to have entered an aura-free universe in which all eras coexist at once — a state of possibly permanent atemporality given to us courtesy of the Internet. No particular era now dominates. We live in a post-era era without forms of its own powerful enough to brand the times. The zeitgeist of 2012 is that we have a lot of zeit but not much geist. I can’t believe I just wrote that last sentence, but it’s true; there is something psychically sparse about the present era, and artists of all stripes are responding with fresh strategies. [#

lunedì, 21 02 2011

Player One e la denarrazione

Nell'ultimo romanzo di Douglas Coupland (che si chiama Player One ed è uscito in inglese da qualche mese; l'ho scoperto prima di Natale vedendolo sugli scaffali di una libreria londinese, cosa che fino a qualche anno fa non mi sarebbe mai successa, visto che facevo il countdown per le sue uscite) ci sono come al solito varie riflessioni in qualche modo meta-umane. Sono una delle cose che amo di più dei libri di quello che fino a qualche anno fa descrivevo senza esitazioni come il mio scrittore preferito (ora non saprei cosa rispondere), prima che la trama prenda il sopravvento e, negli ultimi libri, in qualche modo finisca per mandare tutto in vacca. C'è sempre qualche personaggio (spesso più di uno) che riflette sulla specificità degli esseri umani, su cosa li renda tali e su cosa ne muova le azioni; qualcosa che molto banalmente si potrebbe definire senso della vita, che però in Coupland appare come un concetto lontanissimo, completamente post-religioso, mistico in modo molto poco convenzionale e sempre più razionale che esistenziale.

 

Lo leggevo l'altra sera, in un'ora in cui mi ripeto sempre che farei bene ad essere già essere a letto, e la tesi, in qualche modo ovvia, è che una delle cose che ci rende umani è la tendenza (il desiderio, più che altro) a vedere le nostre vite come delle storie e delle narrazioni con una loro sequenzialità (a differenza di quanto succede agli altri animali, che vivono sempre e solo nell'hic et nunc), con corollario di concetti come 'tempo', 'ricordi', 'esperienza', 'futuro' alieni alle altre specie. La qual cosa naturalmente implica che siamo tanto più felici quanto più vediamo un senso e un progresso nella nostra storia, e che invece siamo tristi e smarriti (affetti da denarrazione, dice Coupland) se non riusciamo a vederne la strada. E' il tipo di cosa ovvia che ti sembra di avere sempre saputo, ma quando ci pensi ti rendi conto che no, in questi termini esatti forse non ci avevi mai pensato.

 

Io in passato davo poco peso a questa componente (uno dei primi sottotitoli del mio blog, in un'era preistorica in cui è improbabile che qualcuno di voi lo leggesse, era Se non sai dove stai andando, tutte le strade portano là), a causa probabilmente della segreta convinzione (ben nascosta da una robusta dose di cinismo) che la vita avrebbe continuato a riservarmi scoperte e sorprese esattamente come ha fatto tra i 16 e i 25 anni. Non c'è bisogno di dire che poco dopo il tempo ha cominciato a correre più veloce e più monotono, e che oggi molte cose, anche nuove, sembrano spesso già vecchie e scontate in partenza. Il sottotitolo del mio blog è cambiato varie volte in frasi sempre meno ottimiste, e se la vedo in termini couplandiani la mia vita da un po' di anni è una sequenza inorganica di esperienze, oggetti e riflessioni accumulate in modo famelico e assai poco lineare. Una storia che magari ogni tanto è interessante, ma che nella sua interezza è ormai quasi completamente priva di una direzione. Il tipo di storia che se la racconti, un po' ti annoi. Pensare di avere uno scopo con la S maiuscola è assurdo per qualunque persona con un minimo di spessore e curiosità, è ovvio. Ma un verso, una strada, una narrazione che sta andando da qualche parte anche solo vagamente definibile in questo momento mi appare come una cosa tutt'altro che indesiderabile.

Del resto è molto improbabile che scrivere queste cose su un blog avvicini anche solo di un millimetro il raggiungimento di una simile compiutezza. Oppure no?

 

 

Player One è il tredicesimo romanzo di Douglas Coupland, ed è bello. Non può essere bello come i primi (tutto è ormai troppo familiarmente couplandiano per colpire ancora come allora), ma non è deludente come molti degli ultimi. Non ho idea di quando (o se) verrà pubblicato in italiano. L'appendice terminologica Future legend (o A glossary of new terms for a messed up future) è ancora leggibile online qua. E, anche se non è nel libro, è consigliata anche la Radical pessimist's guide to the next 10 years.

venerdì, 06 06 2008

Giovanni 11,1-46 2.0

 
 

 

 

 

 

***

 

 

Il piccione volava distratto, sfiorando pericolosamente alcuni passanti più bellicosi e rapidi di altri, una bici, un pioppo, un paio di suv, un lampione – il lampione chiaramente nemmeno si era mosso.

Con un paio di volute affannate riuscì a sollevarsi ancora ed a posarsi sul tetto dell’edificio, vicino all’insegna. Casaleggio ed., LTD, si leggeva, e sulla T spiccava un volatile sovrappeso. Il piccione valutò la situazione e decise di restare lì a meditare ancora un po’ sul da farsi, mentre tre piani più in basso Miscavige entrava nell’edificio. Il traffico intorno al Madison Square garden continuava indifferente.

 

 

***

 

“Cin”

“Cin”

“… davvero, non è questione di aspirazione alla frustrazione.”

“Mh.”

“Il punto è che Hank piace perché noi abbiamo già tutti i suoi difetti: pensiamo da anni alla stessa persona, non abbiamo mai sfruttato davvero le nostre capacità, siamo infelici e incapaci.”

“…”

“E la differenza è che lui oltre a questo è un donnaiolo ed uno scrittore di talento. Non si desidera l’infelicità, si desiderano le capacità.”

“E la possibilità di fare l’allegro cazzone a quarant’anni.”

“Sì, ma sul serio. Io ero un quarantenne quando ne avevo venti, a quarant’anni vorrei essere un ventenne.”

"Cinico e un po' stronzo?"

"Cinico e un po' stronzo."

“…”

 

***

 

L’odore è ancora troppo penetrante quando riapre gli occhi. Le palpebre sono pesanti, ed il sevoflurano ancora in circolo nei polmoni rende troppo difficile da sopportare persino la voce altrui.

“Parlate di meno, lentamente, faccio fatica”, riesce a dire dal letto alle due persone che gli sono accanto, che conversavano animatamente. Tacciono. Gli occhi che spuntano dalle lenzuola bianche e grezze dell’ospedale sembrano confusi.

“Cosa…”, cerca di dire, ma la fatica ha la meglio e ritorna a dormire.

 

***

 

“Quand’è che questo gioco è diventato più grande di noi? Che non siamo più riusciti a controllarlo? Per esempio… Ironman, l’hai visto Ironman, tu?”

“Beh, io…”

“Sai cos’ha scritto Strade dissestate? Cinquanta righe di elogio – alla sceneggiatura, agli attori, alla regia, agli effetti speciali, alle metafore – con un lunghissimo panegirico sul sottotesto morale. Tu l’hai visto, Ironman?”

“No, com’è?”

“E’ orribile. Si salvano gli attori e gli effetti speciali. La regia è scontata e la sceneggiatura fa ridere – dove non fa tristezza. È un elogio degli americani buoni e delle armi usate per giusti fini, inframmezzato da gag più o meno divertenti.”

“…e?”

“E quando è diventato normale il camp? Quand’è diventato encomiabile? Da quando Ironman è globalmente un bel film?”

“Io non…”

“Siamo noi che abbiamo legittimato tutto questo?”

 

***

 

Occhi aperti. Fatica. Occhi chiusi. Ecco, ora sì. Oocchi aperti. Bene. Pensieri da coordinare. Parliamo, proviamoci. Sorridono. Come sta. Sto bene, dico, o forse ci provo soltanto, forse farfuglio “OEEE” e lascio a loro lo sforzo di interpretare. Ieri febbre, mi dicono, capita, è normale. Adesso flebo, da domani mangia, non la voglio la flebo, già mi fa male tutto, non la voglio la flebo voglio solo dormire, dormire, dormire e ricordarmi perché sono qui e che cosa ci faccio.

 

***

 

Io al concerto dei Battles non c’ero. Non ero in città, se ci fossi stato ci sarei andato.

Eppure lo so, come era quel concerto. Era un frullatore: elettronica, math-rock, improvvisazioni di jazz acido, noise, tasti suonati a caso. Mi piace? Mi piace, è la mia posizione ufficiale, oramai io sono le mie posizioni ufficiali. Mi piace l’elettronica, mi piacciono i Battles.

C’ero al concerto? No, ma se necessario sì. Se dovessi potrei parlarne, ne ho viste a decine di concerti così, non fa nulla che non fossi davvero sotto il palco a vedere Ian Williams che ballava sghembo con la sua chitarra violentando sincopatamente la tastiera.

Se dovessi potrei parlarne, io il concerto dei Battles l’ho visto anche se non c’ero.

 

***

 

“Ben svegliato.”

“Ciao…”

“…David.

“Ciao, David.”

“Ricordi?”

“Niente.”

“Normale. Domani comincia il tuo training. È stato così per tutti, stai reagendo bene. Beppe abbiamo dovuto legarlo il primo giorno”

Beppe. “Beppe…”

“Sì. È normale, te l’ho detto, non sei il primo. Dormi, riposati, domani ti spiegheremo.”

Dormo.

 

***

 

E non lo so fino a che punto è stata una scelta voluta e quanto invece le cose si sono impossessate di me. Fisso lo schermo e non riesco a rispondermi.

Io ci lavoro, davanti a quello schermo. Ci passo le giornate, mi sono detto, tanto vale dedicarci anche il tempo libero, mi ci trovo. Così – twitter, myspace, anobii, lastfm, flickr, non ricordo più neanche dove ho veramente aperto un account e dove ho solo pensato di farlo.

E le cose si impadroniscono di te così, lentamente, un passo per volta. Cosa importa se dopo nove ore di lavoro passo ancora altre due ore davanti ad un LCD. Non mi costa fatica. Non mi dispiace.

Uscire? Ancora un feed, ancora un commento.

La ventola ronza silenziosa mentre la luce passa tra i contatti, costante ed indifferente a dispetto di tutti i fan di nerooogle del mondo.

 

***

 

Oggi è diverso. Lo aiutano ad alzarsi, a lavarsi, lo vestono. Ti gira la testa? No. Va bene un discorso più lungo? Va bene. Vieni con noi. Va.

La stanza è un ufficio asettico virato in bianco, un ficus stereotipato, qualche foto alle pareti. Il titolo di commodoro, una foto dell’attore che salta sopra i divani impegnato a promuovere Narconon.

Dietro la scrivania ci sono due sedie, sulle sedie due marionette, o due persone, è tutto ancora così buffo. Parlano, una in inglese ed una in italiano, spiegano.

Non ti devi preoccupare di nulla, ci pensiamo noi. Tu non ricordi, è normale, è tranquillo, è tutto scritto. Indicano dei fogli, gli puoi dare un’occhiata se vuoi, alle prime pagine, riconosci la grafia?

Il resto non lo leggi però, funziona così. Riconosce la grafia.

Da adesso andrà tutto bene, da adesso non sei più solo, ci pensiamo noi, non ti devi preoccupare di nulla. Non sei il primo sai, sappiamo già cosa fare, in questo momento stai vedendo Cai Guo Qiang al Guggenheim. Tranquillo, leggi e ricorderai. La gente, la gente si aspetta delle cose da te, tu non ne potevi più, quelle cose gliele daremo noi. Non ti devi preoccupare di nulla, è normale.

La conversazione dura troppo e le palpebre sono di nuovo pesanti ed il ficus è più difficile da osservare adesso ed una delle due persone in camice se ne accorge perché la conversazione termina così.

 

***

 

“Ehi.”

“Ehi, quanto tempo… Come va?”

“Ti ricordi l’anno in cui Julian Cope si tagliò sul palco? Ti ricordi i concerti al Velvet? Ti ricordi la prima volta che ti accennato del gruppo svedese che a maggio avrebbe suonato a Bologna, la prima volta che ti ho parlato di Gibbard?

“Che hai?”

“Sono stanco.”

“Lavori troppo. Ma non è questo. Mi spaventi. Che hai?”

“Niente.”

“Mi chiami dal nulla, parli a fiume, non è vero che non hai niente. Che hai?”

“Sono sempre stato così?”

“…”

“Seriamente.”

“Così come?”

“Dai che lo sai che voglio dire”

“Sì. No. Uff. Che vuoi che ti dica?”

“Non lo so”

“Sei sempre tu, io ti conosco da tanto. Però non sei sempre stato così. Non posso parlare comunque, sto lavorando. Mi chiami dopo?”

“Mh.”

“Mi chiami dopo?”

“Va bene.”

“Va bene. Ci conto. Stai tranquillo e poi ne parliamo.”

“Sì. Ciao.”

“Ciao.”

 

***

 

Poi per un momento mi è sembrato di ricordare. Ero sveglio, dormivo, non lo so. Cioè lo so, razionalmente lo so, si chiama allucinazione ipnagogica. Di solito succede che credi di svegliarti e rimani paralizzato. Urli e non ti sente nessuno. Hai visioni, probabilmente è così che la gente parlava con dio anni fa. Allucinazioni ipnagogiche. Eppure mi è sembrato di ricordare.

Scrivevo, avevo questo… avevo un blog. Mi chiamavo… mi chiamavo Fabiano Frangia. Sì, Fabiano. Mi pare. Scrivevo di musica, scrivevo, la gente… maledetta indeterminatezza dei sogni. Non era così. Mi chiamavo… mi chiamavo Filippo. Filippo Facci. Sì, questo me lo ricordo, Filippo Facci, il nome me lo ricordo. Scrivevo di tutto, la gente leggeva e commentava, male commentava, la gente leggeva e mi insultava. Filippo Facci. Oppure no, la gente mi insultava davvero? Eppure per un momento mi è sembrato di ricordare.

 

***

 

La gente balla comunque, se metto elettronica ucraina o quel pezzo che adoro che dice Then you picked the wrong place to stay. La gente balla comunque, lo fa da sempre qui, eppure mi sembra diverso. Mi sembra che prima ballassero di tutto perché erano curiosi di tutto, era il sapere aude della musica. Ora ballano di tutto perché tutto gli è indifferente, non sono qui per la musica, non sono qui per scoprire, sono qui ma potrebbero essere al Billionaire se fosse di moda il Billionaire.

Meglio quando ce la tiravamo in trenta, quando Meloy era un cognome come un altro? Chissà. E chissà quanti lo hanno detto di me quando sono entrato qui la prima volta, quando guardavo io l’uomo con il box dei dischi dietro il palchetto rialzato scegliere la canzone successiva. Where are your friends tonight?, continua a chiedere, ed io la risposta davvero non la so.

 

***

 

“Reagisce meglio del previsto.”

“Sì, ottimo soggetto.”

“Il team come sta andando?”

“Bene. I nuovi si stanno integrando con quelli scelti da lui. Un po’ troppo anarchici.”

“Pensi che…”

“Solo se necessario.”

“I nostri?”

“Firmeranno a suo nome. Alcuni già lavoravano per…”

“Sì, chiaro.”

“E per Antonio.”

“Mh.”

“Cosa?”

“Ce n’era davvero bisogno?”

“Lo sai anche tu che non ho fatto niente stavolta, è stato lui”

“Sì, ma…”

“Sarà utile, non ti preoccupare.”

 

***

 

Ieri ho passato il limite. Dal nulla hanno cominciato a parlarmi in tre su googlechat. Ho detto che stavo uscendo e ho salutato tutti affrettatamente.

Poi mi sono deciso, non ne posso più, ci pensavo da un po’. Basta, davvero.

Sono andato alla libreria e l’ho preso. Il web è morto, viva il web. Non ho potuto fare a meno di ridere. Com’è ironico il fato, i segnali che ci manda quando si diverte a prendersi gioco di noi.

Ho controllato la quarta di copertina mentre cominciavo a premere i numeri sulla tastiera.

 

“Pronto?”

“Gianroberto?”

“Chi parla?”

“Mi chiamo Francesco. Però scommetto che conosci il mio blog. Vorrei proporti un patto. So come funzionano le cose, vorrei farne parte anche io.”

“…”

“Beh?”
“Non parliamone qua. Ci incontriamo per un caffè e ne discutiamo un po’, ti va?”

“Va bene.”

“Senti, se ci trovassimo d’accordo… ti piacerebbe vedere Sutton Square di persona? Sai, mi pareva che ti piacesse…”

“Sì.”

“Bene. Mi faccio sentire. Ciao”

 

***

 

Mi hanno lasciato quelle quattro pagine sul comodino. Francesco Fungo, c’è scritto grosso nella prima, e la grafia è la mia, il nome è il mio. Continua con una serie di dati inutili per una pagina e mezza. Salto. Leggo. Dipendenza, recupero, collaborazione, editore fantasma, amnesia indotta, 2.0. Rileggo, non ci posso credere. Io sottoscritto Fungo Francesco… non ci posso credere. Però comincio a sentirmi meglio. Respiro. Non ho neanche voglia di dormire.

Entrano, gli chiedo se posso tornare in quell’ufficio, devo chiedere una cosa. Nessuna sorpresa. È tutto normale, certo, non sono il primo, eccetera.

E adesso, domando. Adesso ci pensiamo noi. E se volessi aggiungere qualcosa? Puoi, chiaro che puoi. Beppe aggiunge sempre delle battute qua e là. E gli altri? Gli altri li hai scelti tu, da prima. Io? Tu.

 

You think over and over, "hey, I'm finally dead.”

 

Io. Va bene allora, scriverò qualcosa io, voglio sancire il passaggio, voglio marcare la differenza. Non esiste e non è mai esistito, è una vostra proiezione mentale, batto in terza persona come da protocollo, rido da solo adesso nella luce fioca della stanza, e altrove continuo, dopo 5 anni e mezzo, da queste parti comincia l'era due punto zero.

 

Tenetevi forte.

 

 

mercoledì, 12 12 2007

Francesca is playing at my house (my house) /3

Promemoria per madre natura: grazie

Quando è successo, ero in una palestra piena di palloni che palleggiavano.

 

Ho tirato su la testa, ho cercato mio figlio in mezzo ai palleggi, mi sembravano tutti uguali, quei palleggi di bambini, avrete tutti l’acne, intorno ai diciassette anni, e una qualche allergia a qualche tipo di derivato del latte, le femmine impareranno ad arrossire un attimo dopo di voi, ma non saranno mai in grado di metterla a canestro così come state facendo voi in questo momento. Perlomeno la palla. Vi sorprenderete al primo gesto carino che vi sarà rivolto e distribuirete baci con la stessa difficoltà (o facilità) con cui avete invaso il Kamchakta a Risiko, l’ultima volta a casa del vostro migliore amico, che nel frattempo sarà cambiato quella decina di volte e non temiate, avrà l’acne, l’allergia e un fracco di pensieri anche lui.

Ho guardato un po’ in mezzo a tutto quel sudore necessario, e l’ho trovato. Mi sorrideva, ed era diverso dagli altri perché aspettava che anche io gli sorridessi. E soprattutto non imbroccava un canestro.

È stato in quel momento che è successo. La fine del libro è arrivata.

 

Caro Coupland,
questi siamo noi, o meglio sono io, e ti devi fidare, visto che noi, o meglio io, non sono te, e certe cose non ci sogneremmo mai di scriverle. Ci piacerebbe, eccome. Guarda, te lo dico, io ogni libro tuo che inizio penso sempre: cazzo, questo è proprio è il libro che se fossi una scrittrice vorrei scrivere io. Poi quando finisco, mi finisce il mondo, insieme ai palleggi e ai pensieri quotidiani. Inizia l’apocalissi, a quel punto, nella mia testa, il mondo mi sembra sempre che mi debba amareggiarsi un pochetto di più a ogni romanzo. Per poi crollare in un collasso di nevrastenie scoperchiate, frasi da citare alle cene con gli amici, madri improbabili, figli che tu non hai mai visto sorriderti da dietro un palleggio, perché non ne hai tu, di figli, e mi piacerebbe tanto, cazzo, sapere come diamine fai a sapere così tanto di verità, quando dici cose come Non si è mai preparati al funerale del proprio figlio. Cazzo. È da quando quell’essere palleggiante in palestra mi è uscito dalla pancia, che vivo di questa assurdità da pensiero ignobile (sebbene abbia pensato di ammazzarlo più volte), di questo Conto Delle Probabilità Statistiche Per Cui Un Figlio Può Morire, e non si deve neanche dire, una cosa del genere.

Tu la scrivi. Tu fai morire qualcosa come tre quattro figli in un’unica, condensata voragine di esistenza pre-apocalittica.

Perché ci hai ingannati, quando con tutta la tua dolcezza lirica ci hai cullato preannunciandoci la fine del mondo nel centro commerciale.

La fine del mondo te la stavi tenendo al caldo con questo dannato meraviglioso fottutissimo libro che ho appena finito in un tonc tonc di linoleum e palloni. Tu, maledetto, scrivi che sembri facilissimo, da scrivere, intendo. Perché mica stiamo parlando del romanzo sul nazismo dal punto di vista del nazista. Macché. Non stiamo parlando di filologia da biblioteche francesi targata einaudi, qui. Parliamo di olocausti quotidiani.

 

 

 

C’è puzza di gomma, in palestra. I bambini sudano e puzzano di una puzza diversa dagli adulti, roba intollerabile uguale, intendiamoci, e il tutto si va a mischiare con l’odore della gomma delle scarpe da tennis, il linoleum rosso con le righe della lunetta scricchiola, i palloni palleggiano, le mamme gridano ai loro franceschi e leonardi, mio figlio non infila un cesto che sia uno, probabilmente Dio ha già fatto come dire parecchie scelte sui suoi futuri campioni di basket, io non sono agitata, faccio solo una x sulla lista di cose che mio figlio non diventerà, e ci divertiamo anche, io e lui, per ora abbiamo scartato senza indugio alcuno il disegnatore, il saltatore con l’asta, il saltatore in alto, l’attaccante alla paolorossi, Totti, il campione di basket da due minuti, rimane in buona posizione sempre un Johnny Depp versione pirata idiota, il matematico puro, il lettore di tolkien, il collezionista nerd di figurine, il cantante dei Pixies.

Bisogna abituarsi a convivere con il proprio dolore, sembro suggerirgli mentre Gianluca, due anni in meno di lui gli fotte la palla da sotto il naso e va liscio a canestro.

Avrai un fracco di dolori, il primo su tutti saranno i canestri che non vanno a segno, mentre Gianluca sì. Poi arriveranno nonni che ti muoiono, e quando avrai finito tutti i nonni, cominci con le ragazze. Ci saranno le sparizioni, le ricomparse, le comparsate, i passanti, o i semplici pedoni che ti attraverseranno la vita senza guardare le strisce, e ci sarà un momento in cui giocherai tantissimo col tuo gloriometro personale, e la smetterai quando scoprirai il gloriometro di un qualsiasi Gianluca più piccolo di te che funzionerà molto più ad hoc del tuo e a quel punto probabilmente vedrai lo sguardo di una ragazza come non l’hai mai visto prima, comincerai a capire l’importanza della confidenza, di un bacio rubato, della nouvelle vague tutta quanta, compreso quel rompipalle di Romher, e da lì a pochi attimi sarai già dentro a una palestra, a guardare il tuo, di figlio, che cannerà ogni rimbalzo e ti metterai le mani nei capelli, perché tu sarai il padre, e i padri, si sa, a certe cose ci tengono un casino.

 

Sarai pronto per passare direttamente da Tolkien a Coupland. Come ha fatto un mio amico che in questo momento ospita i miei pipponi su di te e sulla fine del mondo che coincide inaspettatamente con la fine di un libro e questo mio amico non si sogna minimamente di averci una relazione con me, benché mi ospiti, a me e ai miei pipponi, e nonostante quello che il mondo vivente, affranto, non-finito, pensi di noi.

Stiamo nel tempo da cui certi figli e certi nonni se ne sono andati, ma nel quale noi tutti viviamo aspettandoci il peggio. Per esempio il funerale di un figlio. O, ancora, di un nonno. Ci sorprendiamo ancora, se qualcuno ci tratta male, se uno scrittore ci massacra, se c’è un massacro a scuola, se continuiamo a vedere le cose come sempre. Perdendole. Con vaghe e irrisorie possibilità che ci vengano rese indietro, poi. Quando saremo dall’altra parte del sole sbagliato, quando il peggio sarà passato, e tu sarai preparato, figlio mio, sarai preparato perché tua madre, malgrado Coupland e Nostradamus, ai miracoli non ti ci ha per niente abituato,

Promemoria per Madre Natura: grazie, dirai. E te ne andrai per la tua strada. Sparendo, come tutti.

 

[Douglas CouplandHey Nostradamus (Frassinelli)]

 

venerdì, 09 11 2007

Il nero dopo Coupland

Il primo forse non lo sa, ma per certi versi Sacra famiglia mi fa pensare a lui.

La seconda non ha mai letto Microservi (solo quello) perchè esige di mettere le mani su una copia tutta sua (non lo vuole neanche prestato) ma il libro è fuori catalogo; e considera questa cosa come una delle più grandi tragedie della sua vita.

Il terzo non so neanche se lo conosce o meno, quel che è certo è che è un personaggio che sembra uscito direttamente dalle pagine di Fidanzata in coma.

Il quarto ha letto TUTTO, e sul suo blog ha persino una categoria apposita.

I quattro cavalieri dell’Apocalisse di Get Black e Douglas Coupland. Era destino.

 

Venerdì a Get Black parliamo di Douglas Coupland, e i motivi per farlo ci sono tutti. All’inizio del mese negli States è uscito il suo ultimo romanzo, The Gum Thief, che segna il ritorno a quel realismo tendenzialmente intimista che gli ultimi romanzi surreali avevano lasciato da parte (ed è un bel ritorno, fidatevi). In Italia, invece, è appena uscito Hey Nostradamus, che era ancora inedito nonostante risalga a diversi anni fa (io l’avevo letto in originale, parere esteso: 12). Pochi mesi fa invece era stata la volta di Everything’s gone green, il primo film nato da una sua sceneggiatura originale; un esperimento forse non completamente riuscito, ma che dà vita ad alcune delle ossessioni e degli scenari dell’autore canadese in maniera inaspettatamente interessante. E come non citare Souvenir of Canada, il documentario tratto dai due omonimi libri di Coupland, che tenta di spiegare al mondo (e, soprattutto, ai canadesi) cosa significa provenire da questo bizzarro, sterminato, paese? Come già anticipato giovedì 15/11 il documentario sarà proiettato a Bologna  (al Polo Culturale Gorki Centofiori, in Via Gorki 16, alle 21), ed io (con Enzo) avrò l’onore di dire qualche parola di presentazione. 

 

E non è finita qui. Venerdì a Get Black parliamo di Douglas Coupland, e lo facciamo nientemeno che con Fabio De Luca. Giornalista, scrittore, deejay, blogger, tumblrer e da sempre devoto couplandiano, Fabio sarà in città in occasione del Vitaminic Restyling Party (per cui salirà in consolle al Covo insieme alla redazione della webzine dopo il live degli Asobi Seksu), e ci farà l’onore e di esplorare con noi (con il nostro solito stile semiserio -o, che dir si voglia, cazzone) vita e opere dello scrittore canadese. E non mancherà ovviamente di raccontarci il suo recente viaggio-pellegrinaggio in Canada (documentato nel suo tumblr: 12), in cui ha esplorato a dovere molti dei luoghi cari a Coupland. Appropriatamente, per il Quiz Black regaleremo una copia di Discoinferno, ottimo ultimo libro di De Luca che è tra i migliori saggi socio-musicali mai usciti in Italia (altre parole di lode qui).

Vi serve altro, per decidere di esserci?

 

[i contatti sono i soliti: diretta dalle 21 alle 22.30 sui 103.100 MHz in FM a Bologna e dintorni, oppure in streaming nel resto del globo. Podcast tra qualche giorno scaricabile da qui. Feedback in diretta su black AT getblack.it e SMS al 333 1809494]

 

venerdì, 06 07 2007

Tutto verde

Prima di guardarlo, di Everything’s gone green sapevo solo una cosa (ma ve la dico dopo). Per il resto non avevo mai sentito nominare il regista Paul Fox (che infatti ha diretto appena una manciata di film a me ignoti e un po’ di episodi di serie Tv a me ignote), nè il protagonista Paulo Costanzo (che ha fatto un po’ di teen movies di poco riguardo e interpretava il nipote del protagonista nello spin-off di Friends, Joey), non avevo letto recensioni di alcun genere nè il film mi era stato consigliato (è uscito negli Usa solo da un paio di mesi, e prima solo in Canada); insomma, non avevo assolutamente idea di cosa mi sarei dovuto aspettare.

 

Titoli di testa. Metropoli occidentale. Maschio quasi trentenne, WASP. Nel giro di un giorno per motivi futili perde casa, lavoro e ragazza, per lo più insoddisfacenti. Ha una famiglia bizzarra. Non sa cosa vuole dalla vita. Un paio di eventi curiosi. Un paio di incontri fatali ma irrisolti. Trova un nuovo lavoro. Conosce nuova gente. Guarda il mondo da un oblò, si annoia un po’. S’innamora, ma anche no. Fa i soldi. Si monta la testa, ma anche no. Finale. Titoli di coda.

 

Sembra ordinaria amministrazione, già. Il nuovo Garden State? La commedia indipendente che vince il Sundance ma che non piace neanche alla sua giuria? Muccino, magari?

Macchè: Coupland. Everything’s gone green è il primo film interamente scritto da Douglas Coupland.

 

Di film su trentenni che non sanno cosa vogliono dalla vita ne abbiamo visti a decine, e di solito fanno schifo. Alcuni hanno qualche buona idea, o la colonna sonora giusta, oppure sono semplicemente ben fatti; e anche se siamo ben consci del loro valore, basta poco per rispecchiarcisi e attribuirgli un valore superiore a quello che hanno. Funzona così. 

La cosa che stupisce è che un nome leggendario come Coupland, già autore di 3/4 libri assolutamente fondamentali e di almeno altrettanti (i più recenti) progressivamente sempre più insoddisfacenti, scelga un genere così ritrito per il suo esordio come autore cinematografico.

Non che la sua penna non si veda. tutt’altro. Il film è pervaso (funestato, direbbe qualcuno) da parecchi temi cari alle sue produzioni più recenti: genitori che invecchiando diventano incoscenti come bambini (e finiscono per impegnarsi in strane coltivazioni nel seminterrato), Vancouver e la sua surreale abbondanza di set cinematografici, l’ossessione per le professioni bizzarre (ma che lavoro è il ‘designer di campi da golf’?), la Cina e la mafia cinese, rapporti sessuali e sentimentali raccontati (e forse vissuti) nel modo meno sessuale che si possa immaginare, e così via. Coupland che cita Coupland, anche qui.

 

Ed esattamente come nel recente JPod (del quale, peraltro, è in preparazione nientemeno che una serie Tv, che debutterà in Canada già il prossimi Gennaio; ho i brividi al solo pensiero), Coupland vuole strafare, e, mettendo troppa carne al fuoco, nella seconda parte del film rovina anche quanto di buono ha seminato nella prima metà. 

Perchè, e questa è forse la scoperta più lieta di tutto Everything’s gone green, la trasposizione dello stile letterario di Coupland sullo schermo funziona, e il suo spirito rimane intatto, perdendo in verve ma guadagnando in forza e nitidezza, nutrendosi dei paesaggi mozzafiato di Vancouver e dell’ottima recitazione dei protagonisti, per riuscire nell’impresa sempre improbabile di rendere su schermo le peculiarità di un autore sulla carta.

Come al solito le buone idee ci sono (alcune sono ottime, come le riflessioni sul rapporto col denaro, e forse anche col capitalismo, che delineano l’immagine di un Coupland quasi politico che mi incuriosisce molto), ma vengono progressivamente ignorate a favore di un intreccio confuso e piuttosto futile che sfocia in un finale dimenticabile che lascia l’amaro in bocca. Volendo vedere il bicchiere mezzo vuoto, la piega narrativa che stanno prendendo gli ultimi lavori di Coupland è inspiegabile e inquietante; concentrandosi sul bicchiere mezzo pieno, il Coupland cinematografico ha un suo perchè che in futuro potrebbe darci qualche soddisfazione. Chissà. Finchè continua coi titoli presi da canzoni inglesi degli anni ’80, semaforo verde, siamo con lui.

 

lunedì, 27 11 2006

Solo una parola: Oop!

E’ bello sapere che quando trovate un Lego link vi viene in mente di segnalarmelo: BlockCAD, ad esempio, è un CAD che permette di creare modelli costruiti con i Lego. Undici anni dopo Microservi, Oop! (o meglio, la sua versione non visionaria) diventa realtà.
[grazie ad Abgely]

mercoledì, 18 10 2006

Berryserfs

Nel nome di un sacrosanto Di questo passo dove andremo a finire, Michele mi segnala che il nostro Douglas Coupland, come potete agilmente scoprire navigando qui, è diventato testimonial del Blackberry.
Coupland (il cui ultimo romanzo JPod -su cui mesi fa ho scritto un post di cui sono molto fiero- è appena uscito in Italia) fa bella mostra di sè in una serie di pagine che magnificano le capacità dello smartphone più stronzo di tutti i tempi, da sempre simbolo del businessman cool e pieno di soldi che non deve chiedere mai.
Certo, la Blackberry è canadese e Coupland ci tiene a difendere i tesori nazionali, e certo, il modello che Coupland pubblicizza (il Pearl) rappresenta un tentativo di raggiungere il ricco e sterminato mercato degli utenti consumer; si tratta, però, di attenuanti minime di fronte all’associazione coatta di un nome da sempre alfiere di un modo altro di guardare alle tecnologie con quello dell’oggetto che ormai simboleggia più di tutti il potere economico più chiuso ed esclusivo.
[Chè, poi, per dire, io non l’ho ancora capito quanto costa, in Italia o in USA, un Blackberry (e, soprattutto, il suo abbonamento)]
Si vede anche dalle piccole cose: lo stiamo perdendo.

giovedì, 03 08 2006

La fine dei Microservi

Non più di un paio di settimane fa, mentre facevo di nuovo notte al lavoro, mettendo mano ad alcuni seccanti bug last-minute e contemporaneamente discutendo coi colleghi di doppiatrici di icone hollywoodiane di serie B e del colore della cravatta che avrei indossato il giorno successivo (arancio), mi è arrivato un sms. Diceva «Ho chiamato a casa tua e mi hanno detto che sei ancora al lavoro. Volevi diventare un Microservo? Eccoti accontentato». La cosa mi ha fatto sorridere, perchè era al contempo vera e falsa, come quei sillogismi che partono da un’affermazione assurda per finire per dimostrarne una vera. Tutto incredibilmente couplandiano, metafora compresa.
Voglio dire, se ci pensi veramente.

Qualche giorno dopo aver scoperto di essermi ritrovato a pennello nello stereotipo del geek senza una vita, che cena da solo guardando i divx di vecchie puntate di Futurama e passa le serate a costruirsi competenze inutili, «un triste assemblaggio di influenze di cultura pop ed emozioni cancellate, guidato dal motore zoppicante della più banale forma di capitalismo», ho finito di leggere Jpod, ultimo libro di Coupland, presentato come seguito ideale ed aggiornato di Microservi. E lì la cosa si è fatta davvero ironica: quella che sulla carta doveva essere la ratifica e la celebrazione del valore artistico e generazionale del vecchio romanzo di Coupland è in realtà un requiem del suo modello (e del suo stile, e forse anche della sua utopia), in maniera tanto chiara e irrevocabile da risultare quasi dolorosa.

Chiariamoci: il libro non lo dice, mai. Ma il fatto che Jpod sia a conti fatti un libro deludente parla da sè. Non è una questione di esito artistico: nessuno ormai si aspetta più che i nuovi romanzi dello scrittore canadese abbiano la forza delle sue prime opere. La prima domanda che ci si fa leggendolo, alla fine, non è se sia un bel libro o no, ma dove e come si collochi nella partita tra Coupland e il mondo, tra il suo sguardo sagace e la prospettiva sghemba che riesce a dargli. Non dipende quindi dai personaggi per nulla tridimensionali, che ai problemi di interfaccia con il mondo reale dei protagonisti di Microservi fa succede invece bizzarrie gratuite variamente assortite che non portano il significato che vorrebbero nè alla vita dei personaggi nè alla loro caratterizzazione. Nè dal fatto che a un certo punto Coupland stesso compaia come personaggio del suo romanzo, mostrandosi come il cattivo di turno, cinico e approfittatore (psicologia del contrario, anyone?), e che proprio attorno a lui, a un certo punto, cominci a girare intorno il fulcro della vicenda, anche se per il lettore comincia ad essere davvero troppo. E sarebbe troppo facile fingere di non vedere in questa trovata una drammatica carenza di idee e tirar fuori qualche teoria su Coupland che si couplandizza, e ricorre all’espediente postmoderno definitivo come esito ultimo del suo percorso artistico. Siamo bravissimi a trovare giustificazioni, noi fan.

Coupland che si couplandizza è triste, e un po’ banale, questa è la verità. Se lo fa, probabilmente, è solo per tentare un inseguimento disperato di se stesso sull’infido terreno del romanzo postmoderno, a cui proprio lui una decina di anni fa ha dato tanto e che adesso (anche se non da ora) sembra averlo superato in maniera irrimediabile. Persino Eggers, a tratti, rischia di sembrare più convincente, e ho detto tutto. Non che la lettura non sia più che piacevole, comunque. Rimangono le mille osservazioni geniali, l’ironia caustica, le perle di intelligenza e l’acume spiazzante; non è poco, anche se da lettori di Coupland ci siamo talmente abituati da non notarlo quasi più. Il resto sono sottotrame molto più che surreali, gangster cinesi e scuole di ballo, coltivatrici di erba e lesbiche militanti col nome scritto in minuscolo, manager eroinomani e acquisti immobiliari citazionisti, che intrattengono il giusto ma palesemente non vanno da nessuna parte. Ripensando alla graniticità mascherata da frammentazione dei suoi primi lavori, è quasi doloroso procedere nella lettura e constatarne lo sbando narrativo, e prendere atto di un come sempre di grande qualità che non riesce a salvare un cosa decisamente carente di sostanza.

Che lo sbando narrativo sia voluto è difficile non pensarlo, come è difficile non pensare che più che la santificazione di un modello questa volesse essere la ratifica della sua morte, il funerale mascherato da omaggio, il requiem sotto le mentite spoglie dell’inno. E la cosa avrebbe potuto funzionare. Ma come spesso successo ultimamente, Coupland ha tentato di fare il passo più lungo della gamba, e ha tirato fuori qualcosa di drammaticamente irrisolto, che appare tanto più insoddisfacente quanto si mostra ambizioso in termini complessità paratestuale («3.14159265358979323846..»), ricchezza ipertestuale (www.jpod.info) e riferimenti intertestuali («Jpod updates Microserfs at the age of Google»). Se fosse l’opera prima di un giovane scrittore lo etichetteremmo come un esordio promettente ma irrisolto; dallo scrittore che ha dato forma alla Generazione X, ha raccontato in maniera brillante l’utopia dei Microservi e ha toccato la perfezione nello spietato ritratto delLa vita dopo Dio, era lecito attendersi qualcosa di più significativo. Di più: era doveroso.

Se non altro, però, si può tirare un respiro di sollievo.
La rivoluzione è finita.
Il romanticismo è andato.
Il glamour è passato altrove.
L’utopia è sbiadita.
Rimangono Ronald McDonald e il penis enlargement spam, le aste su Ebay che aggiornano le materie di Jeopardy e le disfunzioni alimentari, le bevande gasate e i computer che hanno un incoscio, le tastiere non standard e le tecniche per sopravvivere ai meeting di lavoro. Rimangono la carenza di tempo libero e le lievi forme di autismo altamente funzionale, gli occhiali strambi e i problemi di socialità, la sindrome del tunnel carpale e le inutili ossessioni for an accelerated culture.
Ci si costruisce così, al giorno d’oggi.
E tanto deve bastare.

martedì, 04 07 2006

Io sono un autistico

«After having worked at my current tech firm for the larger part of a year, I have come to the conclusion that my co-workers aren’t so much idiots as they are fellow citizens in the thrall of various modes of persistent low-grade autism.
The clinical definition is that they are suffering from mild versions of "pervasive development disorders" or "sensory integration dysfunctions". Asperger’s syndrome is one variant that has recently garnered much media hype. People with this sort of condition are known as "high functioning" autistics because they can more or less operate in the day-to-day world. Some people like to think of high-functioning autism as a trendy disease. Wrong. It is not a disease, it’s a condition. Most high-functioning autisticts resent being talked down to and value their condition. It is not a badge of victimhood for them – it’s merely who they are.
Perhaps the broadest way of understanding the world of the high-functioning autistic is to treat all stimuli that impact on the human body not as sensory input but as information bombardment. Most people are able to sift out the day’s excess information without ever thinking about it, but to the tech worker exhibiting autistic – ok let’s just say the word: geek – to most geeks, a hug is not a hug, it’s the fisical equivalent oh holding a novelty marine foghorn up to the hear and blasting it directly into the central nervous system. When you hug a geek, you’re overloading them in a manner they find intolerable. They feel and express shock and revulsion when touched.»
(Douglas Coupland, Jpod, Bloomsbury 2006, p. 290)

mercoledì, 22 03 2006

The music-loving novelist and the book-loving musician

Douglas Coupland vola a Roma per intervistare Morrissey.
Ed è già leggenda.

«To me, interviews are mostly about trying not to make the interviewer think I’m too much of an asshole. I think that’s the experience with most interviews these days, mine and most everybody else’s. Let’s face it, pretty much any info you need is already out there on Google. Interviews never go away any longer. They just pile up and up and up for the rest of time. If people want to know something about a subject, they can just find it themselves. All that remains is control of the asshole yes/no switch. Do you want an interviewer to flip it? Remember – if you don’t want people thinking you’re an asshole, it means you allow your interviewer to torture you. It all boils down to how strongly you believe in the totemic Sony.»

«And maybe what all this further boils down to is the fact that Morrissey is interview-proof. Don’t bother. He’s not an asshole and he’s not the Dalai Lama, but you could interview him for a thousand years and you’d learn nothing. And this is just fine.»

lunedì, 10 10 2005

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Cinder and smoke

Come lasciava a intendere Emmebi giorni fa, tra qualche mese Frassinelli pubblicherà in Italia l’ultimo romanzo di Douglas Coupland, Eleanor Rigby. La notizia non mi sconvolge come potrebbe perchè: 1. l’ho già letto 2. non mi è piaciuto granchè 3. sono già proiettato nella spasmodica -e lunghissima- attesa del prossimo JPod, che uscirà nel Maggio del 2006 (qui la copertina). Non è
invece dato di sapere cosa ne sarà in Italia del suo penultimo libro, Hey Nostradamus (che ho letto e su cui ho scritto un paio di post più di 2 anni fa, qui e qui), che mi era piaciuto decisamente di più.
Questo resumè solo per dire che è Autunno ed è un periodo complicato, e come in tutti gli Autunni complicati da queste parti c’è un deciso bisogno delle parole di Coupland per tirare avanti. A proposito di ciò ho scovato un nuovo, devastante, mini-racconto inedito, Diamonds ans soot. Vi regalo il link, fatene tesoro.

lunedì, 24 01 2005

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Da dove cominciare?
Dal fatto che Douglas Coupland sta scrivendo il seguito del suo capolavoro Microservi, e che lo intitolerà JPod?
Dal fatto che non so come farò a resistere fino alla sua pubblicazione, visto che il suo ultimo romanzo, Eleanor Rigby, è stato pubblicato da poco?
Dal fatto che ha fatto coming out (via Violetta), e io ero pure convinto che fosse sposato?
Dal fatto che la sua conversazione con Naomi Klein sia di una noia mortale?
O dal fatto che sto leggendo Eleanor Rigby proprio adesso, sono arrivato quasi alla fine, e non mi sta convincendo neanche un po’?

mercoledì, 15 09 2004

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La vita dopo Coupland (4)
Dunque: è mia convinzione che quasi tutti i ricordi fondamentali della vita arrivino entro i trent’anni. Dopo, la memoria diventa come acqua che trabocca da un bicchiere già pieno. Le esperienze successive non rimangono impresse allo stesso modo e con lo stesso impatto. In questo momento potrei essere a farmi di eroina insieme a Lady Diana su un aereo che sta precipitando, e non sarebbbe emozionante neanche la metà di quella volta che avevamo sedici anni e gli sbirri ci avevano inseguiti per ore perchè eravamo entrati nel giardino dei Taylor e gli avevamo buttato tutti i mobili del patio dentro la piscina. Non so se mi capite.
(da Il mio anno in pensione, in La vita dopo Dio di Douglas Coupland)

domenica, 12 09 2004

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La vita dopo Coupland (3)
Da giovane, mi preoccupavo spesso della solitudine. Che nessuno potesse amarmi, o che io fossi incapace di amare. Col passare degli anni, le mie preoccupuazioni sono mutate. Temevo di essere diventato incapace di intrattenere una qualsiasi relazione, di offrire la mia intimità. Mi sentivo come se il resto del mondo vivesse in una casa al caldo di notte, e io mi trovassi fuori da quella casa e nessuno potesse vedermi, proprio perchè ero all’esterno, al buio. Ma adesso dentro a quella casa ci sono anche io, e la sensazione è esattamente la stessa.
A trovarmi qui, ora, di nuovo solo, sento riaffiorare tutti i miei timori atavici, quelli che mi illudevo di aver sepolto con il matrimonio. La paura della solitudine, la paura che innamorarsi e disamorarsi troppe volte renda impossibili da amare, la paura di non conoscere mai un amore vero; la paura che qualcuno un giorno o l’altro s’innamori di me, si avvicini come mai nessuno prima, scopra tutto quello che c’è da scoprire sul mio conto e a quel punto levi le tende. La paura che, in fondo, l’amore conti solo fino a un certo limite, oltre il quale praticamente tutto è trattabile.
(da Gettysburg, in La vita dopo Dio di Douglas Coupland)

venerdì, 10 09 2004

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La vita dopo Coupland (2)
Ho pensato ancora un po’ agli animali.
Il che, a sua volta, mi ha indotto a pensare agli esseri umani. Per essere più precisi mi sono domandato cosa sia esattamente a rendere gli umani…bè…
umani. Cosa sia esattamente il comportamento umano. Per esempio, sappiamo tutti benissimo che cos’è il comportamento canino: i cani fanno cose da cani. Corrono a riprendere i bastoncini, annusano il posteriore a tutti e allungano la testa fuori dal finestrino quando sono in macchina. E sappiamo anche che cos’è il comportamento felino: i gatti rincorrono i topi, si strusciano contro le caviglie quando hanno fame e quando gli si apre la porta fanno una fatica enorme a decidersi se uscire o stare in casa. Per cui che cos’è esattamente che fanno gli esseri umani e che sia specifico della razza umana? […]
Ho pensato a quanto è strano che al mondo vivano miliardi di persone e nessuna possa dirsi certa di sapere cos’è esattamente a rendere gente la gente. Ho pensato a quali sono le attività tipiche della razza umana prive di qualsiasi equivalente animale, e mi sono venute in mente solo il fumare, il culturismo e la scrittura. Non è poi molto, visto quanto ci consideriamo speciali.
(da Animaletti, in La vita dopo Dio di Douglas Coupland)

giovedì, 09 09 2004

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La vita dopo Coupland (1)
In periodi del genere, lo tiro fuori sempre. Succede almeno un paio di volte l’anno, quando le giornate si fanno più corte e i pensieri più ingarbugliati; non me ne accorgo neanche, ed ho già in mano La vita dopo Dio di Douglas Coupland.

Poi ho cominciato a vagare coi pensieri. Ho pensato: com’è strano che ciascuno di noi, ogni giorno, viva alcuni brevi momenti che possiedono un poco più di risonanza di tutti gli altri. Per esempio, sentiamo una parola che ci rimane impressa nella mente; oppure magari ci capita qualcosa che ci trasporta fuori da noi stessi, anche solo per un attimo, o, per dire, ci troviamo chiusi in un ascensore con una sposa in abito bianco oppure uno sconosciuto ci regala un pezzo di pane per darlo alle anatre della laguna; o magari incontriamo un bambino con cui facciamo conversazione dfentro a un Diary Queen, o magari, com’è successo a me, si vedono due macchine simili a confetti con le ruote alla stazione di servizio di Husky.
E se noi decidessimo di raccogliere tutti questi piccoli istanti in un quaderno, annotandoli per mesi, di sicuro vedremmo in questa collezione una specie di filo conduttore. Verrebbero alla superficie determinate voci, voci che da tempo cercano di raggiungerci. E capiremmo che abbiamo vissuto una vita parallela, una vita di cui non immaginavamo neppure lo svolgimento dentro di noi. E forse quest’
altra vita è molto più importante di quella che consideriamo «reale», quella quotidiana, ingombrante, fatta di mobili e rumori e metalli. E forse sono davvero questi attimi minuscoli e silenziosi a scrivere la storia della nostra vita.
(da Patty Hearst, in La vita dopo Dio di Douglas Coupland)

martedì, 09 09 2003

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Eleanor Rigby in a coma (sembra il titolo di un mix bastard pop…)
In una lunga (e un po’ noiosa) intervista Douglas Coupland annuncia che sta già lavorando al suo nuovo romanzo, Eleanor Rigby, che parla di all the lonely people, where do they all come from. Messa così è un po’ terrorizzante…ma invece di scrivere per 12 mesi all’anno (Hey Nostradamus!, di cui ho scritto qui e qui, è uscito in America da non più di un paio di mesi), non potrebbe prendere le cose con calma e pensare anche a *cosa* scrive?
[grazie a Bout de la nuit per la dritta]

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martedì, 05 08 2003

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La Sacra famiglia è questa; quella era solo psicotica
Come sapete se leggete queste pagine da un po’, il titolo del precedente romanzo di Douglas Coupland, All families are psychotic, è stato inspiegabilmente tradotto in italiano come Sacra famiglia. Non sono stato il solo a chiedermi il perchè di tale bizzarro adattamento: il titolo originale era assai più carino, con quel retrogusto da saggio di serie B, e assai più adatto alla storia narrata rispetto al banale Sacra famiglia. Tanto più dopo l’uscita di Hey Nostradamus! (di cui parlavo già ieri), che -quello sì- parla di una famiglia in qualche misura sacra.
Hey Nostradamus, è inutile girarci attorno, parla di religione. Forse non l’argomento più attraente del mondo, ma, in molti modi, nulla di nuovo per Coupland. Già La vita dopo Dio parla di spiritualità e significati superiori (sotto forma di minimali prose poetiche assolutamente incantevoli), Fidanzata in coma rappresenta un punto di rottura con il passato, in cui l’autore mostra di aver iniziato ‘credere’ in qualcosa. Ma -anche lì- si tratta più della ricerca di una spiritualità personale e di un senso alla propria vita piuttosto che di ‘religione’ in senso classico. Hey Nostradamus! invece prende la cosa di petto, e parlando di gruppi religiosi, di anima, di aldilà, di Bibbia e di dogmi cristiani, l’esamina sulla lunga distanza.
Se mi chiedessero di cosa parla Hey Nostradamus! (su, chiedetemelo) risponderei: religione e rapporti genitori-figli.
Non mi ero mai accorto di quanto quest’ultimo argomento stia a cuore a Coupland. A ben pensarci, è centrale in quasi tutti i suoi romanzi (su tutti Microservi e Sacra famiglia), molto più di quanto lo sia nei libri di molti altri autori contemporanei assai più nobili e di lustro. E non credo sia solo l’età e l’approssimarsi della maturità per Coupland ad aver reso questo argomento così importante: si tratta invece di una componente centrale nell’universo narrativo dell’autore canadese. Il mondo sempre più veloce e senza punti di riferimento che Coupland ha da sempre tentato di descrivere, in cui il benessere e le possibilità materiali di autorealizzarsi sono un dato acquisito, in cui ogni modello su cui basare la propria esistenza è già vecchio e in cui ogni generazione è costretta a mettersi continuamente in discussione, non può ignorare le figure dei genitori, spesso tragiche, ancor più spesso ironiche, ma talvolta eroiche nel rapporto coi figli, e con una realtà che li ha ormai lasciati indietro, fuori tempo massimo per cambiare significativamente la propria vita.
A questo punto, tutto torna. Il susseguirsi nei libri di genitori in crisi d’identità, costretti a reinventarsi un lavoro, una famiglia e qualcosa in cui credere, non è altro che la logica prosecuzione del discorso cominciato da Coupland con il suo primo romanzo, Generazione X. Quelli che prima erano visti come esempi di un mondo vecchio, con regole che hanno ormai smesso di funzionare, ora sono gli emblemi del mondo accelerato da sempre ritratto dall’autore canadese. Le cose cambiano, ma solo, come diceva qualcuno, per rimanere sempre le stesse.

lunedì, 04 08 2003

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God is nowhere / God is now here
La prima cosa che ho pensato non appena ho finito di leggere l’ultima pagina di Hey Nostradamus!, ultimo romanzo di Douglas Coupland da poco uscito negli USA, è stata: ce l’ha fatta anche stavolta, ‘sto bastardo.
Eppure, questa volta come non mai, sono stato dubbioso fino alla fine. La trama è insolitamente claudicante, il linguaggio meno brillante del solito, non ci sono nè l’intreccio ad incastri di Miss Wyoming, nè la densa poesia di La vita dopo Dio, nè la schietta quotidianità postmoderna di Microservi, e, fino alla fine, non sembra esserci nulla in grado di sostituirle. Un paio di giorni fa l’avrei descritto come un romanzo confuso, che non arriva al punto e che forse quel punto neanche ce l’ha (pointless, si direbbe in inglese), pieno di simpatiche ‘storie nella storia’ che sembrano volerti distrarre per non farti notare che l’impalcatura generale è assai scricchiolante. Poi, certo, si tratta di Coupland, ed il marchio di fabbrica, pur se un po’ appannato, non tradisce, e regala frasi intelligenti e situazioni paradossali quasi ad ogni pagina. Questo pensavo.
E invece niente: a due pagine dalla fine tutto si è fatto inspiegabilmente nitido, quasi luminoso, qualche pezzo è andato a posto (molti no, ve lo confesso), e Hey Nostradamus! è riuscito a colpire qualcosa dentro di me, facendomi addirittura commuovere. Non so come faccia, ma Coupland riesce sempre a scrivere dei finali straordinariamente commoventi, benchè la sua scrittura non possa essere definita tale e benchè il suo lirismo sia sempre nascosto sotto innumerevoli riferimenti minimi al mondo contemporaneo, metafore creative ed osservazioni sagaci.
Il romanzo segue una parabola speculare rispetto alla storia che racconta: l’inizio è di quelli promettenti -una strage scolastica in stile Columbine, con la narratrice, una ragazza molto religiosa segretamente incinta, a narrare la sua morte- ma man mano che il libro muta epoca e narratore la storia comincia a sfaldarsi, esattamente come la vita dei personaggi di cui racconta le vicende. A ben guardare, da quel punto in poi la trama non si ricompone più, ma comincia a vagare tra flashback illustrativi e personaggi per cui l’esistenza è ormai un tempo morto, disperatamente incapaci di risollevarsi dal vuoto che ne ha colpito le vite, e dall’impossibilità di trovarvi un senso. Il finale -le ultime dieci pagine, per la precisione- riesce nell’impossibile: dare un senso al libro. Non aspettatevi finali a sorpresa o rovesciamenti di prospettiva stile Il sesto senso, non è lo stile di Coupland, e tantomeno del Coupland di questo libro. L’unica cosa che potete sperare di capire è perchè la storia non può che essere vuota ed irrisolta, e perchè il messaggio di Hey Nostradamus! è proprio nel confronto tra la densa accoratezza delle ultime dieci pagine e la vacua mancanza di speranza che le precede.
Non vi biasimerei se, arrivati alla fine, per voi non fosse abbastanza. Ma per me, a due pagine dalla conclusione, in una frase che -a rileggerla ora- non ha nulla di speciale, lo è stato.

(continua)

lunedì, 09 06 2003

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La vita dopo Douglas Coupland
Sull’ultimo numero di Pulp -di cui parlavo qualche tempo fa– c’è anche una bella monografia di 4 pagine su Douglas Coupland. Uno dei miei scrittori preferiti, se foste stati distratti gli ultimi 6 mesi.
L’articolo, scritto da Claudia Bonadonna, ripercorre tutta la sua produzione, a cominciare da Generazione X, il suo esordio, datato 1992.
Coupland è motlo bravo nel dipingere questo tableau vivant dell’apatia di una generazione di "profughi della Storia". Una generazione che ha fatto della confusione e della pigrizia il proprio credo, che ha introiettato la rabbia dei padri trasfrmando la rivoluzione in un cinico ideale interiore, che sguiscia veloce attraverso concetti e catalogazioni, e che resiste passivamente.
Il libro seguente è Shampoo Planet (1994, tradotto furbescamente da noi col titolo di Generazione Shampoo), definito un modo molto ben strutturato per raschiare il fondo del barile e gettare in faccia agli insaziabili reporter di trend giovanili gli avanzi scaduti del sistema. Un libro effettivamente minore, di cui però si nota il nucleo: La magnifica utopia della guerra civile dei padri (durante i mitologici anni ’60) trasformata in distopia dai figli, nel mondo esploso e cinico del presente. (…) Ma la reazione non è violenta. Al contrario è un lasciarsi ribollire con freddezza e spavalderia, è un ridersi addosso con spleen superiore, è un raccontarsi con leggerezza graffiante e pop.
L’unico passo falso dell’articolo è probabilmente il modo in cui viene trattato La vita dopo Dio (1996), forse il libro di Coupland che a tutt’oggi preferisco. Un libro di un’intensità e illuminazione tale che definirlo una riposante parentesi verso un ordine maggiore delle cose sembra davvero un crimine. Prima o poi mi metterò giù, e scriverò un post per spiegarvi il valore di quel libro.
Microservi (1996), altro capolavoro del nostro, è uno di quei libri di cui un blogger che si rispetti non può fare a meno: è infatti scritto in forma di diario minimo -più o meno come un blog- e parla di un gruppo di amici e colleghi che lavorano alla Microsoft. E’ un libro di una ricchezza impressionante, pieno di osservazioni semplici e geniali sul mondo e sulla vita, e la sua intelligenza continua a stupirmi. Rispetto ai libri precedenti, Microservi ha il sapore di una gioiosa metafora di apertura alla vita, di un ottimismo giocattoloso e vagamente sentimentale che prende teneramente in giro certe inclinazioni narcolettiche. Dan e i suoi compagni sono nerd, è vero, eterni bambini aggrovigliati in un reticolo di chip e byte, spasmi d’amore e problemi d’interfaccia con il mondo reale, eppure escono e vivono. Rischio di essere retorico, ma è un libro che mi ha davvero insegnato qualcosa.
Una raccolta di saggi, articoli e racconti sparsi, eppure decisamente organica: Memoria Polaroid (1997) è il ritratto dello spaesamento per un’epoca che ha consumato in fretta i suoi miti e perso ogni senso storico d’appartenenza. Per un mondo che vive sui ricordi effimeri delle istantanee e delle cartoline, che ripiega sulla memoria a breve termine, come la RAM di un computer.
Gli ultimi 3 libri di Coupland vengono liquidati, forse inevitabilmente, abbastanza in fretta. A parte il più ambizioso Fidanzata in coma (1998) –che fiorisce, a cominciare dal titolo, di citazioni tratte dal repertorio degli Smiths, mentre il resto della storia trascolora in un bizzarro (diciamo pure, per l’ennesima volta, postmoderno) e calibrato cocktail di fantascienza, favola, tragedia e commediaMiss Wyoming (2001) e il recente La Sacra Famiglia (2003) sono piccoli capolavori di plateale divertissment e di commistione spiazzante di generi, che regalano piacevoli ore di lettura ed una narrazione sagace ed acuta ma meno originale che in passato.
Un gran bell’articolo, per un autore che tra qualche decennio comparirà senza dubbio sui libri di letteratura. Consigliatissimi a tutti; sia Coupland ed i suoi libri che questa notevole monografia.

giovedì, 16 01 2003

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Di persone e cabiamenti
Una volta credevo che le persone non cambiano, e che diventano solo più se stesse. Ora penso che non facciano altro che cambiare. Il tempo cancella sia il meglio che il peggio di noi.
(sempre Douglas Coupland, sempre da All families are psychotic…quando si vogliono decidere a tradurlo…)
Ma…è vero? O hanno ragione i Coldplay, che cantano We never change? E, in caso, è positivo?
(serata di dubbi cartesiani)

giovedì, 09 01 2003

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Mi presento
Douglas Coupland -sempre lui, ma, che ci volete fare, ora come ora sono in fase molto couplandiana- ha un modo molto originale di presentare i personaggi dei suoi libri. In All families are psychotic (di cui, leggo ora, presto uscirà il film, prodotto da Michael Stipe dei REM) ne presenta alcuni esclusivamente descrivendone le ossessioni. In Microservi (il suo capolavoro) va oltre, presentando i protagonisti attraverso le materie per cui si presenterebbero ad un quiz televisivo. Ad esempio:
"Se la mia vita fosse una partita al quiz tv Jeopardy!, le sette materie per cui mi presenterei sarebbero:
> i prodotty Tandy
> la tv spazzatura dei primi anni settanta e dei primi anni ottanta
> la storia della Apple
> le angosce da ambizioni di carriera
> i quotidiani sensazionalisti
> la flora marina del nord ovest del Pacifico
> Jell-O 1-2-3"

 

Da quando l’ho letto, ho sempre desiderato farlo anch’io…
Se la mia vita fosse una partita a Lascia o raddoppia? [doveroso adattamento culturale], le mie sette materie [ma erano sette anche in Lascia o raddoppia??] sarebbero:
> la musica rock/alternative degli anni novanta
> le torte salate
> scrittori anglofoni giovani e molto di moda
> il peer to peer
> depressione immotivata e tendenzialmente inspiegabile
> vita morte e miracoli di Nick Cave
> l’Interazione Uomo Macchina
Ecco, l’ho fatto.

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giovedì, 09 01 2003

nessun titolo

Questa la prossima volta la uso anch’io
Prese un pennarello nero dal suo astuccio, e scrisse la parola ‘laringite’ su un foglio di carta. Per il resto della giornata non sarebbe stata costretta a parlare con nessuno con cui non volesse farlo.
(da All families are psychotic, ultimo delizioso romanzo di Douglas Coupland, ancora inedito in Italia)

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