Daft Punk – Giorgio by Moroder
Adrian Tomine – New York Drawings
Mad Mern s06e06
L'enchillada di Alma a Red Hook
Phoenix – Chloroform
Gli Ava Luna alla Brooklyn Bowl
Daft Punk – Giorgio by Moroder
Adrian Tomine – New York Drawings
Mad Mern s06e06
L'enchillada di Alma a Red Hook
Phoenix – Chloroform
Gli Ava Luna alla Brooklyn Bowl
Non so se è successa la stessa cosa anche a voi, ma nonostante il mio lettore ultimamente abbia visto un’impressionante infilata di dischi nuovi di nomi a me molto cari (da Nick Cave ai The National, dai The Knife a James Blake, dai Perturbazione ai Vampire Weekend, dagli Strokes ai Phoenix), credo di aver accumulato più ascolti di Random Access Memories dei Daft Punk nell’ultima settimana che di tutti i dischi sopra citati nei due mesi precedenti. Non è un disco perfetto (per certi versi è persino pigro), ma a quanto pare era esattamente quello di cui avevo bisogno in questo momento.
Mentre sono occupato ad ascoltare Giorgio by Moroder col repeat (l’ho fatto) e poi a recuperare i dischi di cui sopra (perchè lo farò), voi ascoltatevi i Brassft Punk, una brass band di New Orleans che ha messo online questo clamoroso EP che contiene 4 grandi classici del duo francese interamente rifatti a base di fiati. Lo amerete.
Eggià, è tornato quel momento dell'anno in cui la stagione si scrive con la lettera maiuscola, perchè non si riferisce a un periodo dell'anno ma al Primavera Sound, il miglior festival musicale d'Europa (gli altri ormai neanche ci provano più) che tra meno di una decina di giorni sarà di scena come al solito al Parc del Fòrum di Barcellona. L'ultima volta che ci sono stato mi ero ripromesso di non tornarci a breve (non perchè sia brutto, anzi) e di provare a esplorare anche altri festival; poi però qualche mese fa è uscita la line-up (presentata con un video spettacolare) e davanti a nomi come Blur, Nick Cave & the bad seeds, Phoenix, Postal Service, The Jesus & Mary Chain, The Knife, James Blake, My Bloody Valentine, Tame Impala, Grizzly Bear (e potrei continuare) non ho saputo resistere e mi sono assicurato un biglietto per la tre giorni catalana.
Quest'anno ho idea che la quantità di italiani tra il pubblico sarà ancora superiore al solito, quindi saremo in tanti ad avere l'annoso problema degli incastri nella composizione della propria time-table personale. Come sempre le pagine sul sito ufficiale non aiutano, e sono più utili questa versione aggiornata della time-table su Clashfinder (che è possibile personalizzare per creare il proprio percorso. Il mio è qui: in verde le cose imperdibili, in blu le alternative), o quelle stampabili (come questa in excel o questa in PDF) create dagli utenti del forum. E non dimenticate di studiarvi la mappa, in cui potrete scoprire che quest'anno il palco principale (l'Heineken Stage) è quello più lontano all'ingresso (quello che due anni fa si chiamava Llevant e l'anno scorso Mini) e che quindi per seguire i nomi più grossi e alternarsi tra quello e il Primavera Stage ci sarà da pedalare. Un buon modo per smaltire la birra, no?
Si definisce un «crowd-sourced music video», e all'inizio quel «please note that we are recording your pointer» suona come una sciocchezza. Poi partono le istruzioni (un po' videogame, un po' sondaggio, un po' videoarte, ma diverso dai video interattivi che si erano visti finora), e scopri che sei arrivato fino alla fine della canzone anche se il gruppo non l'avevi mai sentito nominare. Per la cronanca, si chiamano Light Light e hanno avuto una bella idea per il video del loro pezzo Kilo. Che peraltro non è neanche male.
La liason tra i Kings of Convenience e il Bel Paese è cosa nota (vedi puntate precedenti: la cover di E la luna bussò al Not.fest, il video per difendere La Pillirina di Siracusa, Erlend che entra al Covo mentre sto mettendo i dischi), quindi stupisce poco che il beneamato due norvegese in questi giorni sia di nuovo in Italia (magari per lavorare al nuovo disco?) e di nuovo dalle parti di Siracusa (dove Erlend ha una casa). Ma ciò non ci rende meno lieti di scoprire questa spettacolare cover di Una ragazza in due, classico portato al successo da I Giganti nel 1965 (che poi è la versione italiana della ballad americana Down came the rain), cantata in italiano senza amplificazione una notte dalle sedie di un bar in Piazza Duomo a Siracusa. Wow.
Una lettura perfetta per il pomeriggio di una piovosa domenica di fine inverno: 5.4 – Pitchfork, 1995 – present. Risale a un paio di mesi fa, ma l'ho incrociata solo oggi (grazie a Pop Topoi), e del resto solo oggi avrei avuto il tempo di leggere le sue quasi 60mila battute. Inizia ripercorrendo la storia del sito musicale più famoso e controverso della rete e finisce come un saggio di sociologia del consumo; non sono completamente d'accordo col suo punto di vista, ma contiene alcune riflessioni notevoli e un livello di approfondimento abbastanza raro.
That project—an ever evolving, uncontroversial portrait of contemporary tastes in popular music—addressed one problem surrounding music in the file-sharing era to the exclusion of all others. Faced with readers who wanted to know how to be fans in the internet age, Pitchfork’s writers became the greatest, most pedantic fans of all, reconfiguring criticism as an exercise in perfect cultural consumption. Pitchfork’s endless “Best Of” lists should not be read as acts of criticism, but as fantasy versions of the Billboard sales charts. Over the years, these lists have (ominously) expanded, from fifty songs to 100 or 200, and in 2008 the site published a book called The Pitchfork 500: Our Guide to the Greatest Songs from Punk to the Present. Similarly, Pitchfork’s obsession with identifying bands’ influences seems historical, but isn’t. When a pop critic talks about influences, he’s almost never talking about the historical development of musical forms. Instead, he’s talking about his record collection, his CD-filled binders, his external hard drive—he is congratulating himself, like James Murphy in “Losing My Edge,” on being a good fan. While Pitchfork may be invaluable as an archive, it is worse than useless as a forum for insight and argument. [#]
E in un mondo in cui chi ha una vita non può sperare neanche lontanamente di arrivare per primo su un nuovo nome o progetto musicale perchè c'è sempre qualcuno che ha già scoperto, divorato e digerito qualunque cosa minuti dopo che viene messa per la prima volta online, è una strana sensazione quella di incrociare una band eccezionale e scoprire che in giro non ne ha ancora parlato quasi nessuno. Loro si chiamano Bowmont, vengono da Brooklyn e sono la creatura del cantante e poli-strumentista Emil Bovbjerg e del fonico e produttore (ha vinto pure un Grammy, pare) Jeremy Loucas. Escono tra una decina di giorni con l'Ep d'esordio Euphorian Age, ma il bellissimo pezzo di apertura Ruphmiup (che sta per «Rough me up») è già online da quasi un anno nel silenzio generale. E non me ne capacito: pattern vocali notevolissimi (vengono in mente i Grizzly Bear, ma la tonalità è tutta diversa) in una elegante cornice elettro-pop (può ricordare le cose meno spudorate di Twin Shadow), con una trasversalità che può piacere tanto al fan dell'indie quanto agli ascoltatori di una radio FM. Roba di quelle che partono come un piccolo fenomeno e poi magari vanno in cima alle classifiche.
A segnalarci i Bowmont è il nostro inviato nell'East side Matte, che nelle vesti di Plastic Health, come musicista e remixer, avete già incontrato su queste pagine. Proprio Ruphmiup è caduta sotto le sue grinfie, e a forza di congas e loop il nostro è riuscito ad aumentare il suo già alto potenziale da aperitivo (e un po' pure quello danzereccio) senza fagli perdere un briciolo della sua eleganza. Mica roba da tutti.
Non so nulla di questi Maddai e non so neanche come abbia finito per imbattermi nel loro videoclip d'esordio Fingo di essere un nerd; so solo che a occhio l'operazione di giocare sagacemente con gli stereotipi dell'hipster nostrano non mi sembra esattamente riuscita. Ma ditemi anche voi: si sa che noi veri nerd su queste cose tendiamo a essere un po' esigenti.
Ammetto di aver cliccato Play sul video La svolta – Storie di conversioni al cristianesimo dedicato da Giovanni Lindo Ferretti postato dal Many su Piste più in cerca di qualche nuovo aneddoto sulla tarda svolta religiosa dell'ex leader dei CCCP e CSI (ricordiamo quando circa 3 anni fa invitava a votare Lega Nord) che con una vera intenzione di guardare tutti i suoi 28 minuti.
Invece devo dire che ho trovato un ritratto molto ben fatto di un uomo che non cessa di essere uno straordinario affabulatore e un completo alieno, e ho finito per guardare tutto il video. Checchè si pensi del suo percorso (che qui sembra un po' meno fondamentalista di quanto è più volte parso in passato; ma io non mi illuderei), un personaggio che continua a rimanere completamente fuori dagli schemi.
Ieri sera, non so bene perchè, l'ho dedicata tutta agli LCD Soundsystem. O meglio, in realtà lo so perchè: su Stereogum mi sono imbattuto nella riflessione Filling the LCD Soundsystem void e, anche se la parole di Chris DeVille non mi hanno soddisfatto, ho pensato che si contano sulle dita di una mano le band per cui qualcuno si dà la briga di ragionare in termini di astinenza e vuoto da riempire.
Pochi giorni prima avevo scovato le foto della lezione di enologia tenuta da James Murphy sulla S.S. Coachella, la crociera musicale ai Caraibi organizzata dallo staff del mega-festival californiano prima di Natale (per un perodo non breve ho seriamente considerato l'ipotesi di andarci, e so che non sono stato il solo); Giacomino aveva proprio l'aria di divertirsi, probabilmente più di quanto si sia divertito negli ultimi anni con la sua band.
E alla fine ho dovuto trovare il tempo per guardare la mia copia di Shut up and play the hits, il documentario sul concerto finale del Madison Square Garden che stazionava di fianco alla mia tv da quasi un mese, e di sfogliare il bel libro fotografico LCD di Ruvan Wijesooriya che non avevo ancora avuto il coraggio di aprire. La nostalgia è una brutta bestia.
Qualcuno, però, lassù deve avermi ascoltato. Proprio stamattina ho visto su Consequence of sound il regalo che i Pulp di Jarvis Cocker hanno fatto per Natale ai propri fan: una registrazione del classico minore (finora rimasto inedito) After you, in una nuova versione assai danzereccia prodotta proprio durante la suddetta crociera (di cui la band era headliner) da James Murphy. I suoni sono esattamente quelli degli LCD, la batteria spinge come in certi classici del combo di New York, il basso è saturo come se venisse da un disco post-punk della collezione di Murphy, sul finale il pezzo esplode in una coda fatta apposta per ballare, e qua e là giurerei di sentire anche una cowbell. Polpa di LCD Soundsystem, è il caso di dire. E una bella dose di quella buona per noialtri stupidi che dall’Aprile dell’anno scorso aspettiamo solo la reunion.
Un anno un po' fiacco? E' un commento qualunquista, e anche un po' da vecchio, ma guardando indietro mi pare che 2012 non mi abbia dato quanto i precenti in termini di musica. Ho faticato a stilare questa lista, e se gli anni scorsi di solito c'erano troppe cose che mi spiaceva rimanessero fuori, questa volta arrivare a 10 dischi non è stato facilissimo. Non ricomincio con la solfa che parte con la sovraproduzione e si conclude coi tempi di consumo sempre più veloci, la conoscete già tutti, e immagino valga anche un po' per voi. Occore farci i conti senza troppa malinconia e concentrarci nel trovare le poche cose buone che dopo 12 mesi rimangono. Stilare una top ten è sempre un utile esercizio di sintesi ed ecologia dei pensieri e alla fine, dai, mi sa che questi dischi in futuro me li ricorderò.
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10
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Woods – Bend beyond (Woodsist) |
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9
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White Rabbits – Milk famous (TBD) |
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MP3 White Rabbits – Heavy metal MP3 White Rabbits – I'm not me
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8
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Pinback – Information retrieved (Temporary residence) |
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MP3 Pinback – Proceed to memory
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7
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Hot Chip – In our heads (Domino) |
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MP3 Hot Chip – Look at where we are
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6
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Divine Fits – A thing called divine fits (Merge) |
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MP3 Divine fits – The Salton sea
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5
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Jens Lekman – I know what love isn't (Secretly Canadian) |
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MP3 Jens Lekman – I know what love isn't MP3 Jens Lekman - Become someone else's
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4
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Chelsea Wolfe – Unknown rooms, a collection of acoustic songs (Sargent House) |
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MP3 Chelsea Wolfe – The way we used to
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3
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Chromatics – Kill for love (Italians do it better) |
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MP3 Chromatics – Into the black (Neil Young cover)
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2
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Colapesce – Un mearviglioso declino (42 Records) |
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MP3 Colapesce – Restiamo in casa MP3 Colapesce – Oasi |
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1
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TV Girl – The Wild, the Innocent, the TV Shuffle (Greadhead presents / autoprodotto) |
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Ceremony dei New Order (anche se forse sarebbe più corretto dire dei Joy Division) è certamente una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi, e non posso che essere lieto che ai tantissimi che l'hanno coverizzata recentemente si siano aggiunti i Chromatics, già autori di uno dei miei dischi dell'anno. La loro versione languida ed elegante rimane una spanna sotto l'inarrivabile versione disperata degli XIu Xiu, ma parliamo comunque di interpretazioni che colgono (in modo opposto) l'essenza dell'originale e la ripropongono esattamente come se fosse roba loro. Che non è da tutti.
Come sempre, a Dicembre, lo sport nazionale ed internazionale di blog e magazine è quello di indulgere nelle inevitabili cover dei classici natalizi che musicisti di ogni ordine e grado non ci fanno mancare ad ogni anno che passa. Nonostante il buon senso e il grado nullo di mood natalizio mi dicano il contrario, non mi tiro indietro e vista la buona compagnia (1, 2) rilancio con un'altra versione di uno dei pochi anthem moderni (oddio, moderni: sono passati 19 anni) del genere, incrociata in modo blasfemo con Creep dei Radiohead dalla giovane (e non esattamente originalissima) band inglese Peace. Per niente indispensabile; quindi perfetta.
MP3 Peace – All I want for Christmas is you / Creep (Mariah Carey / Radiohead cover mash-up)
Gli Unstoppable Death Machines li ho intravisti una volta dal vivo, ma non ricordo molto, a parte che erano molto casinisti e molto divertenti. Grazie a Giavasan li ritrovo ora su Spin con il piccolo anthem Do the Devo, che oltre a essere una bella tirata garage-punk un po' in stile Death from above 1979 ha un video MERAVIGLIOSO e francamente incredibile. E con una gran bella storia:
"Nick filmed UDM performing the track in the main gallery space of Clocktower Gallery. He then made a cut and we printed out every frame. For Nick's residency at the Clocktower, we made a giant light box table and invited friends to trace over the video frames as a reference, and draw in any style and medium. We did that for a few weeks — hand drawing every frame, including backgrounds. Probably over 100 friends contributed. With Nick, we then photographed every frame with the help of Tod Seelie, so we could take the stills and animate the video. The result is the most beautifully chaotic animated music video possibly ever created. I had such a good time hanging out, drawing, and working with so many inspiring people. I was actually surprised as to how much it all gelled. So many different styles and ideas came together almost seamlessly." [#]
AVevo tanta, tanta paura quando ho cliccato Play sullo streaming di We no who U R, nuovo singolo di Nick Cave coi Bad Seeds che arriva 5 anni dopo il deludente Dig!! Lazaurs, DIg!!! e 2 dopo quella schifezza del secondo disco dei Grinderman. Il titolo un po' gangsta faceva presagire un ulteriore passo sulla strada della triste crisi di mezza età che l'ha colpito negli ultimi anni, ed è stato un sollievo sentire che almeno stavolta non è così.
We no who U R è una ballad un po' ipnotica con suoni per nulla classici e un testo abbastanza incomprensibile; è una scelta bizzarra come singolo e non cambierà le nostre vite, però preferisco cento o mille cose del genere all'ennessimo pezzo cazzone e caciarone che non fa giustizia alla storia e al talento del cantautore australiano. Con la speranza che sia il primo indizio che la crisi creativa degli ultimi anni è ormai solo un ricordo.
La mia reazione al primo ascolto de Il giorno più lieto, pezzo che apre il Made in centocelle EP (Christmas Edition) degli Sputerò sulle vostre tombe, non è stato un sorriso sardonico per il nome della band (che cita Boris Vian) e dei suoi presunti membri nè per il titolo dell'EP, ma è stata: dove ho già sentito questa voce? Non è un po' troppo simile a quella del cantante di una certa band romana che recentemente ha avuto una certa visibilità? Non è che si tratta di un divertissment sotto mentite spoglie? Magari poi no, eh. Però ascoltate il pezzo e ditemi anche voi.
Peraltro il pezzo, anche se pare poco più di un demo, non è affatto male. E anche il resto dell'EP, a parte l'abuso di auto-tune, nasconde un certo tocco e un po' di buone idee. Chissà.
Da quando esiste il concetto di «video virale» e da quando esistono i social network per veicolarlo, abbiamo avuto occasione di vedere in rete molti esempi fatti bene e ancor di più fatti male. I casi fallimentari ce li scordiamo quasi subito (ed è esattamente il motivo per cui sono tali), quelli buoni, che promuovano una marca di ketchup, un'automobile o un anticalcare, invece fanno sorridere anche solo a nominarli.
Quando si scende nel terreno della promozione non di un prodotto ma di un concetto o di un valore sociale, i casi positivi sono ancora più rari (a me vengono in mente quasi solo gli eccezionali video con le istruzioni di sicurezza della Air New Zealand); c'è però un esempio piccolo piccolo che nella settimana appena finita ha avuto molta visibilità in una certa parte di web. Dumb ways to die è la campagna di sensibilizzazione per promuovere una maggiore sicurezza nell'uso dei treni da parte della Metro Australia. Il messaggio però non viene passato in modo banale e didascalico, ma indiretto e assai ironico, attraverso una canzone indie-pop (provvista di video super-cute) che elenca in foma di filastrocca i modi più stupidi in cui si può morire, scritta all'uopo dall'ignota band australiana Tangerine Kitty. In 5 giorni il video ha avuto più di 4 milioni di visualizzazioni e la canzone più di 17mila ascolti e 13mila download, e se non è un successo questo non so bene cosa lo è.
A riprova della completezza dell'operazione, c'è anche il tumblr con le GIF animate tratte dal video, per dire. Chapeau.
E quando diventi un riferimento nelle canzoni degli altri, vuol dire che un segno l'hai veramente lasciato. Con l'indimenticabile verso «Volevi il tormentone come Lady Gaga, ti ho portato un Toblerone come gli Offlaga» all'interno di Ti porto sfiga, gli a me ignoti (ma è giusto) nu-metallari italiani Nemesi namedroppano gli Offlaga Disco Pax con una leggerezza al contempo naturalissima e sconcertante. Forse ci hanno davvero preso tutto, ma anche noi qualcosa ce lo siamo preso, dai.
[gli Offlaga suonano stasera a Bologna alle Scuderie Bentivoglio di Piazza Verdi. Ci vediamo là]
Su queste pagine ho già scritto molte volte di Suzanne Vega, e ogni volta dico con parole diverse più o meno le stesse cose. Ad esempio, un paio d'anni fa, parlando di Close-up, Vol. 1 – Love songs, scrivevo:
Se non è da sempre, sicuramente è da molti anni che Suzanne Vega è fuori dai giri cool (provate a cercarla su Pitchfork: zero risultati). Una carriera lunga e lentissima (7 album in 25 anni), intermezzata da anni di silenzio e da una vita placida lontana da ogni tentazione di jet set (anche di quello indipendente). Nel 2010 è tornata in studio, non per incidere materiale nuovo ma per dare nuova veste e nuova vita a molte delle canzoni pubblicate negli anni, spesso non valorizzate da arrangiamenti inutilmente barocchi e produzioni pallide figlie dei loro tempi. Qua c'è la voce, la chitarra e il minimo indispensabile di strumenti per dare personalità al sound: il resto è la canzone, nuda, con melodie bellissime e testi inarrivabili. Un disco nuovo. [#]
Nel mentre la serie Close-up è arrivata al quarto e ultimo volume Close-up, Vol 4 – Songs of family, che è quello che contiene meno canzoni famose dei quattro, ma forse alcune delle più belle. La raccolta si apre con Rosemary, che, benchè non stia su nessun album, è la mia canzone preferita della folksinger newyorkese (8 anni fa vi ho spiegato il perchè) e continua con parecchi dei brani migliori della sua produzione più recente.
Brani che certamente non mancheranno nelle date sel suo tour italiano, che parte stasera da Bologna e continua fino a venerdì passando anche per Salerno, Caserta e Roma. Sinceramente ho perso il conto di quante volte l'ho vista dal vivo (una quindicina, a occhio), e ovviamente anche a questo giro non posso evitarlo (ma ho preferito la data di Roma di venerdì alle due esose date bolognesi di oggi e domani). Che l'abbiate già vista dal vivo o che non la conosciate, fossi in voi non me la perderei.
La prima volta che ho sentito il nuovo singolo degli Amari, Il tempo più importante, non sapevo bene cosa pensare. Gli Amari che abbiamo sempre amato sono sempre lì da qualche parte, col loro talento nel riuscire a parlare sempre di noi (da Part(y)-time jobs, a Campo minato a Manager nella nebbia, se le metti tutte in fila erano sempre la canzone giusta al momento giusto, e questa non fa eccezione), la produzione sempre curatissima e la classe indiscutibile. Il vestito però stavolta è più classico che mai, quasi sanremese (facile pensare che c'entri qualcosa il fatto che da un po' Dario 'Dariella' Moroldo è anche autore di pezzi per gli artisti della Sony), e per i fan della prima ora è facile rimanere spiazzati. Dopo qualche ascolto, però, il verdetto non può che essere positivo: Il tempo più importante è un gran pezzo, e se gli darà finalmente un po' della visibilità che meritano e gli farà conquistare un po' degli ascoltatori di Lattemiele, sarà una buona cosa.
Certo, il loro sound delle origini, soprattutto quello del periodo più indietronico, un po' ci manca. E forse è quello che ha pensato anche il buon Maxcar, che è tornato sul suo Batteria ricaricabile per postare un mash-up indicativamente intitolato Il Tempo + Importante (Non Escludo Il Ritorno Andropausa Mashup), che mischia gli Amari col DJ e produttore inglese Boddika (che non ha neanche uno straccio di pagina wikipedia per far finta di sapere chi sia; a occhio è o era del giro dubstep, visto che ha firmato un po' di singoli con Joy Orbison) ottenendo quella che potrebbe quasi essere una outtake dei Notwist epoca Neon Golden.
Anche se i bei vecchi tempi del glitch-pop forse non torneranno più, i vecchi fan sono accontentati. E ora spazio a quelli nuovi: l'anno prossimo vogliamo vedere la nostra band friulana preferita sul palco dell'Ariston.
E' un vero spettacolo vedere per una volta uno dei musicisti più leggendari e stronzi (e leggendariamente stronzi) della storia della musica veramente terrorizzato. Ci è riuscito Stephen Colbert, che ieri sera ha messo Morrissey sulla graticola per 5 minuti di esilarante botta e risposta in cui si potevano letteralmente contare le gocce di sudore sulla fronte del Moz. La regina, la reunion degli Smiths, il suo vegetarianesimo: questo e altro per 5 lungjissimi minuti di puro disagio. Vogliamo tutti bene a zio ciuffo, ma è difficile non godere un po' a vederlo per una volta soffrire un po'.
(via)
In questo blog, a differenza di quanto avveniva prima, da un paio d'anni a questa parte si parla piuttosto raramente di musica.
(Non perdo occasione per ricordarvelo, lo so. Ma visto che ben 1295 persone hanno votato inkiostro.com come miglior sito musicale ai Macchianera Internet Awards, facendolo finire davanti ad alcuni blog che rientrano davvero nella categoria e che meritavano assai di più quei voti, forse è il caso di continuare a ripeterlo)
Quando mi chiedono il perchè, faccio sempre un po' fatica a spiegarlo. Ho molto meno tempo libero di una volta, è vero, e quello che ho preferisco spenderlo divesarmente dallo scandagliare il web in cerca di dischi belli e spiegare qui per quale motivo meritano di essere ascoltati. Ha a che fare con me e con una crescente sensazione che le cose meritevoli di attenzione là fuori siano sempre di meno, e che la mostruosa quantità di roba che viene prodotta e diffusa ogni giorno abbia ormai portato un certo tipo di approccio musicale esplorativo al suo punto di non ritorno. Ma quella, forse, è una questione personale (anche se meno personale di quanto sono portato a credere, a occhio). Ha a che fare però anche con la rete, i blog e il loro ruolo nel parlare di musica, ruolo che ha molto meno senso ora di quanto ne avesse anni fa.
Come è già successo altre volte, le parole per spiegare questa condizione le ha trovate Hipster Runoff, nel suo recente post How Indie finally officially died: the broken indie machine. Al di là del solito cinismo cosmico, dei commenti tranchant ad alzo zero e dell'ironia parodistica meta-tutto che caratterizza sempre i suoi post, Carles esprime molte delle cose che mi ronzano per la testa da un po' di tempo a questa parte. Il post è lunghissimo e pieno di fuffa, ma al suo interno contiene non pochi sprazzi di verità; se avete tempo e siete un po' stanchi, vi consiglio di leggerlo.
As for ‘blogs,’ there isn’t really any incentive to ‘curate’ a legitimately authentic flow of content any more. Once again, not a new point, but just another part of the broken indie machine. Due to the symbiotic relationship between the media and the artists, we can never have buzz the way it once was. It’s just the same old song & dance over and over again. s00oo0oo0o bored. [...]
When I first started this blog, I used to be excited to contribute to an ongoing discussion about art, artists, music, 'the internet indie scene', and any sort of forward progress when it came to ‘the little genre that could.’ Sure, ‘indie’ as we once loved it has been dead for a while, but I can’t help but wonder if things are going to change, who is interested in bringing about change, and if there is anything to culturally look forward to any more. I used to feel like I was sharing a real part of myself when it came to the excitement and curation of independent artists, but now I am basically just bored, resentful, bored, and disconnected. [#]
Quanto a me, credo che ancora per un po' giocherò a questo gioco, con le nuove regole che non mi sono mai realmente dato ma che mi richiedono poco continuando però ancora a darmi qualcosa. Poi, a un certo punto, mi stuferò, e andrà bene così.

Sfera Cubica, Locomotiv Club & AICS Bologna
in collaborazione con Prodezze Fuori Area
presentano
Dopo il successo dell'edizione 2011 con 8 etichette partecipanti, banchetti, live e tanti artisti in campo, torna Tutto Molto Bello, il primo Torneo di Calcetto per Etichette Indipendenti (e non solo!) giunto alla II edizione, in programma domenica 30 settembre 2012 nell'area esterna al Locomotiv Club di Bologna in via Sebastiano Serlio 25/2.
Una seconda edizione ricca e variegata, con 16 etichette partecipanti (il doppio della prima edizione!), che si scontreranno su due campi dalle ore 15 fino a tarda sera, con intermezzi musicali, arbitri professionisti e sottofondi musicali. Accesissime partite di calcio a cinque con protagoniste agguerrite compagini formate da artisti, produttori, promoter, tecnici del suono, tour manager, operatori del settore indipendente italiano
L'evento sarà arricchito dagli showcase dei musicisti delle etichette in campo, open stage, food & drink, area expo con i banchetti delle label, finalissima in notturna, diretta radiofonica e ovviamente… prodezze fuori area!
Jennifer Gentle
L'anno scorso ci sono capitato un po' per caso e mi sono molto divertito, quindi anche quest'anno se il tempo tiene non mancherò di fare un salto domenica pomeriggio al Locomotiv di Bologna per Tutto molto bello, il secondo torneo di calcetto delle etichette indipendenti. L'ingresso è gratuito, il logo è splendido, il sorteggio dei gironi fatto da Max Offlaga e condotto da Michele Orvieti è avvincentissimo e una discreta dose di performance calcistiche assai discutibile è assicurata.
Custodie per telefoni e iPod, portafogli, cinture e persino un pianoforte, ma anche lampade, attaccapanni, opere d'arte varie e mobili in 11 cool things made from old cassettes.
Nei giorni scorsi ho letto un sacco di cose sul tour dei Radiohead, ma nessuna che sottolinesse abbastanza quanto incredibile fosse il loro palco. Su un palco del genere sarei uscito stravolto persino da un concerto dei Modà.
Fidatevti: ho visto tanti concerti nella mia vita, ma il palco di questo tour dei Radiohead credo sia il più bello in assoluto. Il miglior uso di luci, schermi e video non fine a se stesso che io abbia mai visto in un live. Smentitemi.
Se me lo chiedessero direi che la miglior canzone mai scritta dai Radiohead è Idioteque. E per quanto sia bella, non hanno ancora imparato a suonarne una versione live che le renda giustizia.
Un concerto dei Radiohead è un' esperienza talmente straordinaria che a un certo punto il pubblico si è messo a battere le mani a tempo su Kid A (la canzone). Ce l'avete presente? L'avreste mai immaginato quando 12 anni fa avete sentito per la prima volta Kid A (il disco)?
Il calo di prezzo dei LED è la cosa migliore successa alla musica live dall'invenzione degli amplificatori Marshall.