kulturkritik

lunedì, 28 03 2011

Dare un nome alle cose

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martedì, 15 03 2011

Pop icons

Angry Banksy Birds

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lunedì, 14 02 2011

Oltre lo strateggismo

Ruby e Alfonso Luigi Marra, io non so davvero più cosa dire.
[E vogliamo parlare delle versioni doppiate? No vabbè, è troppo]

giovedì, 10 02 2011

Quanta verità

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mercoledì, 01 12 2010

«Ricordate, Krakatoa?»

In giornate come questa, cupe, fredde e un po' angosciose, in cui non rete non succede nulla di interessante e i dischi nuovi sembrano tutti un po' più brutti e meno ispirati di come dovrebbero essere, il post Big Jim: un pupazzo parecchio brutto, mille avventure, qualche figura di merda sul blog del Dr. Manhattan è il tipo di cosa che ti svolta la giornata:

 

Chi era Big Jim? Chi era Jim il grande (il grosso?), questo pupazzino di cui i giovani non sanno e i meno giovani invece sì? Questo tizio di plastica e gomma che tutti credevano fosse il vero uomo della Barbie, nonostante il fidanzato di facciata Ken? Che ancora oggi viene utilizzato nelle terre del Sud come metro di paragone per soggetti bellocci ma sgraziati ("mi pari 'nu bigjimm")? Che gli Elii hanno elevato a simbolo di tutti i servi della gleba a testa alta ("come dei simbolici biggimme, schiacci il tasto ed esce lo spaccimme")? Beh, era semplicemente Big Jim, era un pupazzo orribile della Mattel con dei veicoli molto fighi, e aveva alle spalle una lunga storie di sofferenze e parentele imbarazzanti. […]

 

La storia di Big Jim parte dagli umili bassifondi del mercato dei pupazzini sportivi. Va, e si schianta quasi subito contro un muro. Per poi tentare tutta una serie di ripartenze praticamente alla cieca, con Mattel pronta a lanciarsi ora nel genere western, ora su atmosfere e personaggi salgariani, per poi infine trovare per la sua linea di bambolotti action figure una ragion d'essere nella linea sullo spionaggio. E chiudere più o meno in bellezza con quei cloni dei GI Joe della collana fantascienza. Ma procediamo con ordine e non facciamo i soliti precipitevolissimi.

 

LINEA BASIC (1972-1975)

E' il 1972. Hasbro sta accumulando da oltre otto anni vagonate di paperdollari grazie alla sua prima linea di GI Joe, pupazzoni alti trenta centimetri con i vestitini da soldati. Mattel, con un tempismo da bradipo agonizzante, decide di provare a farle concorrenza: dopo il prototipo "Mark the Strong" viene lanciata così la prima linea Big Jim.
Il Big Jim originale, il primo della lunga stirpe di eroi con la riga di lato e la faccia da pirla, era questo:

 

 

[Continua su L'antro atomico del Dr. Manhattan]

 

[il titolo del post lo capiamo in tre, mi sa]

mercoledì, 20 10 2010

L’inferno del cinema

[Piccolo capolavoro dantesco a opera di Manu di Secondavisione. Clicca per ingrandire un po']

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giovedì, 07 10 2010

Innovazione e linguistica e visione del mondo nella musica degli 883

Voi pensate che il titolo di questo post sia ironico, e invece no: esiste davvero un saggio con questo titolo, ed è un saggio serissimo, molto ben scritto e dannatamente interessante. E' un po' lunghetto, ma vi posso assicurare che vale la lettura, soprattutto se non siete tra coloro che pensano già che gli 883 siano stati il più importante fenomeno musicale italiano degli anni '90. Un assaggio preso quasi a caso (ma fidatevi, è tutto così, e anche meglio):

 

A noi sembra che l’innovazione vera contenuta nei testi del gruppo non attenga al lessico, ma allo sguardo sul mondo. Attraverso il ricorso a parole di uso comune gli 883 hanno sviluppato e talvolta introdotto nell’ambito del pop delle porzioni di realtà anonima e quotidiana che pochi altri prodotti culturali di consumo avevano saputo mettere a fuoco con altrettanto nitore. Le parole di Pezzali, spesso di uso comune, sanno fissare ambienti, situazioni e oggetti legati a realtà note ma fondamentalmente indicibili tanto per la poesia ‘alta’ quanto per la letteratura triviale. L’incipit di Sei un mito, secondo singolo estratto da Nord Sud Ovest Est, è da questo punto di vista davvero esemplare:


Tappetini nuovi arbre magique
deodorante appena preso che fa’ [SIC] molto chic
appuntamento alle nove e mezza ma io
per non fare tardi forse ho cannato da Dio
alle nove sono già sotto casa tua
(Sei un mito, NSOE)

Volendo, ci si potrebbe soffermare anche qui sull’occorrenza di sintagmi ed espressioni gergali – a cominciare dall’eponima Sei un mito, più che mera formula vera e propria categoria dello spirito per le giovani generazioni (17) ; ma colpisce soprattutto la presenza affascinante e davvero inedita di quell’arbre magique – per quel che ci consta, un hapax legomenon nel corpus della canzone italiana – deodorante a forma di piccolo abete, ben noto agli automobilisti italiani, il cui violento, artificiale profumo si somma a quello crediamo altrettanto intenso del «deodorante appena preso che fa molto chic» (che dato il contesto sarà lecito identificare con uno spray a buon mercato, per niente chic dunque): la rima magique: chic, virtuosistica, potentemente ironica, allaccia genialmente in un solo giro sintattico e ritmico lo stilema per eccellenza dell’eleganza aristocratica a due esemplari correlativi del gusto piccolo borghese: l’arbre magique e il deodorante economico. Si noti che le innovazioni linguistiche e l’ironia metrica, qui e altrove, non sono fini a se stesse; servono invece a predisporre l’irruzione di realtà che colpisce come un pugno, il referto millimetricamente esatto di uno scenario emotivo convincente e pieno di verità – non importa fino a che punto portato a coscienza dal paroliere. Consapevolmente o no, l’energia linguistica degli 883 lavora al servizio di una regia superiore, capace di nominare e spesso di illuminare liricamente settori di realtà solitamente elusi dalla cosiddetta canzone d’autore, in genere tentata dall’imitazione passiva  (e fallimentare) della cultura ‘alta’ (18), e per questo ancora fedele a una visione del mondo iperletteraria e iperselettiva; né il discorso cambia per quelle canzonette più triviali – compresa molta produzione di area sanremese – che per essere prodotti dichiaratamente  ‘bassi’ e di consumo non per questo sanno votarsi a un plurilinguismo sostanziale e davvero generoso (anzi, spesso si distinguono a maggior ragione per conservatorismo linguistico, stereotipia, ricerca aprioristica di effetti di lirismo). Il plurilinguismo degli 883 informa invece un io lirico che non palesa debito alcuno nei confronti della poesia ‘alta’ (anche perché con tutta probabilità la ignora del tutto), ma che di fatto esprime un’antropologia e una visione del mondo sottili e attendibili, ricche oltretutto di sfumature inconsce e di ritorno del represso. [#]

 

 

 

 

Bonus: Max Pezzali – L'ultimo bicchiere (demo)

 

 

 

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lunedì, 28 06 2010

Bieberology

Ancora per qualche giorno consideratemi morto. Nel mentre, leggetevi il post di Pop Topoi su Justin Bieber, che contiene le risposte alle domande che alcuni di voi hanno fatto a un mio post qualche mese fa, che vi farà scoprire e amare Lesbians who look like Justin Bieber, e che mi dà la scusa per postare qui sotto The great Justin Bieber Mosaic, che avevo trovato su non più che m-blog settimane fa e non osavo postare.

Che ci volete fare, son tempi difficili.

 

Justin Bieber è la giovane promessa della musica brutta e tu hai svariate ragioni per odiarlo:

 

– Ha sedici anni ed è sotto contratto da quando ne ha tredici. Fu notato per aver messo su YouTube alcuni video e pare ci sia anche stata una guerra tra Usher e Justin Timberlake per chi dovesse accaparrarselo. Usher vinse e infatti la sua musica fa schifo. Sua madre voleva per lui “una label cristiana” e invece  è stato scoperto da un talent scout ebreo (Scooter Braun) e il suo pigmalione Usher pare si sia convertito a Scientology. DOV’È IL TUO DIO ORA?

 

– Mettiamo subito le cose in chiaro: Justin Bieber non è un bambino prodigio. È una scimmietta ammaestrata a colpi di fon e autotune alla quale la Universal ha bloccato la crescita. Ciò nonostante, negli ultimi due anni ha accumulato più soldi, fama e fica di quanto tu possa anche solo immaginare nel corso della tua inutile vita.

 

– Ogni tanto incontro gente che che ancora non sa chi sia, e a me questa cosa stupisce perché il mio internet è pieno di Justin Bieber. È costantemente un trending topic su Twitter e negli ultimi tempi ho visto più Biebers che LOLcats. Tant’è vero che c’è persino chi ha inventato Shaved Bieber, un’estensione per Firefox che elimina automaticamente il suo nome e la sua immagine dal tuo browser con pratiche pecette. [#]

 

mercoledì, 07 04 2010

Una mezz’oretta per Lady Gaga

Che la amiate o che la disprezziate, che vi sia indifferente o che facciate finta di non sapere chi sia, nel biennio musicale 2009 – 2010 non potete non fare i conti con Lady Gaga. Il come, il cosa e il perchè ve lo spiega la lunghissima feature di copertina del NY Mag della settimana scorsa, che se avete una mezz'oretta libera  da dedicare a un'icona pop che sa cosa sta facendo merita la lettura.

 

Gaga’s presence also introduces the formerly unthinkable idea that Madonna, another voracious Italian girl, may really, truly, finally be on her way out. Her new look is an appropriation of Madonna’s circa “The Girlie Show” and “Blonde Ambition” (the darkened brows, the platinum-blonde hair, the red lips), and her music-video director, Jonas Åkerlund, is a major latter-day collaborator of Madonna’s. But the two are very different: Madonna hasn’t had a sense of humor about herself since the nineties, where Gaga is all fun and play. At her core, she’s a young art-school student, full of optimism and kindness, childlike wonder at the bubble world. Though she may not be bisexual herself—of the many friends of hers interviewed for this article, not one of them recalls her ever having a girlfriend or being sexually interested in any woman offstage—her politics are inclusive, and she wants to promote images of as many sexual combinations as are possible on this Earth. Gaga says she’s a girl who likes boys who look like girls, but she’s also a girl who likes to look like a boy herself—or, rather, a drag queen, a boy pretending to be a girl. There’s little that gives her more pleasure than the persistent rumor that she is a hermaphrodite, an Internet rumor based on scrutinizing a grainy video. That’s not Madonna. Madonna wouldn’t pretend she has a penis.

 

But that’s the genius of Gaga: her willingness to be a mutant, a cartoon. She’s got an awesome sense of humor, beaming tiny surreal moments across the world for our pleasure every day—like the gigantic bow made of hair she popped on her head last year. “One day, I said to my creative team, ‘Gaultier did bows, let’s do it in a new way,’ ” she says. “We were going back and forth with ideas, and then I said”—snaps finger—“hair-bow.” She giggles. “We all fucking died, we died. It never cost a penny, and it looked so brilliant. It’s just one of those things. I’m very arrogant about it.” Her videos are global epiphenomena, like the Tarantino-flavored “Telephone,” with its lesbian prison themes and Beyoncé guest appearance. “Gaga doesn’t care so much about the technical part, but she’s involved in every creative aspect,” says Åkerlund. “We just allow ourselves to be very stupid with each other, and then you get ideas like sunglasses made of cigarettes.” [#]

 

 

Bonus:

The Morning Pages – Telephone (Lady Gaga cover)
[una versione niente male, quasi alt-coutry]

 

martedì, 09 03 2010

“Se abrieron las puertas del cielo que se escapó un ángel”

di

 

Non riesco a riempire il tempo che mi divide da un Darín pomeridiano su piccolo schermo, occhi a fessura stretta azzurra e qualche latina -sempre coi capelli lunghi- da quello di “Nueve Reinas”, “El Aura” (uh, Bielinsky) o “El Hijo de la Novia” (ancora Campanella alla sua prima nomination).
Il saluto a Retiro non mi emoziona poi tanto e mi infastidisce un poco, forse perché ora non credo che l’amore abbia molto a che vedere con lo struggersi per lo mezzo di un finestrino da treno, piuttosto con il continuo provocare di lei, o con quel –questa volta sì- romanticissimo modo di proteggersi e andare avanti, bilaterale e molto parallelo. Un po’ più vero di un paio di mani, immagini speculari non sovrapponibili, su un vetro appannato.
Lui scrive solo pezzi delle parole e lei aspetta, scadendo le proprie emozioni chiudendo e aprendo sempre la stessa porta. Bello, d’ora in avanti me ne porterò sempre appresso anche io una in legno.
Si fatica a definirne il genere, è drammatico, è thriller, è commedia, è un gran bel minestrone. Dopo un quarto d’ora inizi a renderti conto di quanto l’umorismo porteño possa divenire arrogante. Un po’ ridi, un po’ strozzeresti te ed i tuoi parenti stretti.
E siccome la storia inizia nei settanta ti pareva che non ci scappava pure la brutale ascesa sociale come bestia da regime? Sembra un po’ la risposta a quella non discussione che abbiamo avuto ad agosto, iniziata chiedendoci se in certi registi (io avevo appena deciso di non vedere più “Cordero de Dios” di Cedrón) i riferimenti alla dittatura nascessero da necessità vitale più che da sceneggiatura su carta.
La storia è corposa. Benjamín è in pensione, vuol fare lo scrittore, riapre –ovvio, senza aver mai chiuso davvero- il vecchio caso che di lui ne fa sempre tormento e finisce per rimettere insieme i frammenti di venticinque anni di vita e Argentina. È come tornare a casa e trovare niente cambiato.
Non che sia tutto un bene, eh.
Quelli di baires che si sentono sempre migliori di tutti, il lunfardo che sfiata da tutte le bocche ed il calcio che persino nelle lettere alla mamma riesce a chiudere il cerchio.
Francella lo adori nonostante non ti sorprenda nemmeno un po’ in quel ruolo. Racconta di amicizia da tutti i giorni, fatta di foto rovesciate e debolezze. Ti commuove la grandezza della recitazione di tutti, nessuno escluso, chi è trattenuto lo è per copione. Ti cattura anche ora, che "El Secreto de sus Ojos" neppure lo vedi, ma quasi lo riascolti solo.
Esistono ancora scene come quella enorme sopra-dal-sul-dentro del campo di pallone che ha la forza prima di sovrastare e poi di penetrare ogni cosa. E c’è un ascensore che cigola, un petto in una camicetta che ansima pesante, una pistola e nessuna parola.
Insomma, cadena perpetua un po’ per tutti.

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martedì, 09 03 2010

«Le tette, a casa le hai lasciate?»

 

Buonasera, cari amici della notte di Inkiostro: siamo qui per chi è ancora sveglio, per chi non ha voglia o non può dormire, quando un 8 marzo vista l'ora è appena finito e un 9 marzo è appena cominciato.

A proposito: se proprio vogliamo trovare una ricorrenza riguardante le donne, tutta italiana, dobbiamo probabilmente lasciarlo perdere l'8 marzo.

Potremmo per esempio aspettare poco più di un mese e prendere la data del 28 aprile, giorno in cui nel 2009 fu resa pubblica l'uscita dell'ex first lady Veronica Lario sul "ciarpame senza pudore" delle liste Pdl per le elezioni europee. Di lì a pochi mesi sarebbero arrivate Noemi Letizia, Patrizia D'Addario e tutte le altre, in una catena di rivelazioni sconcertanti su minorenni alla corte del presidente del consiglio, ragazze immagine che girano filmati o trascorrono notti prezzolate in sedi istituzionali, candidature promesse più o meno in cambio di favori sessuali.

Passata l'estate (periodo più favorevole ai polveroni mediatici più pruriginosi), sarebbero arrivati nuovi scandali di altro e vario genere: a un anno di distanza dall'inizio di tutto, abbiamo constatato quanto significativi siano stati gli scossoni alla popolarità dei protagonisti (qualcuno ci ha anche guadagnato i galloni di rockstar). E anche mantenendo il discorso sul piano più ristretto della dignità delle donne, non sembra che ci siano state reazioni culturali granché efficaci a invertire l'imbarazzante trend in atto da decenni nel nostro paese.

Naturalmente sarebbe ingenuo ridurre a questione da Italietta il tema dello sfruttamento dell'immagine femminile nello spettacolo e nella comucazione in generale (tema peraltro vastissimo – e il qui presente non maneggia gli strumenti culturali necessari per addentrarcisi con piena cognizione di causa). Anche limitandosi alla musica e alla cultura pop, gli spunti sarebbero infiniti: ricordo di aver letto qualcosa in materia anche su queste pagine in passato. E una variabile importante è il comportamento delle stesse protagoniste del mondo dello spettacolo, a vari livelli (per una Amanda Palmer ci sono mille Rihanna pronte a sculettare come carne da macello, per dire).

Ciò premesso, mi sembra opportuno rilanciare anche qui il link al documentario Il Corpo Delle Donne (per quanto si sia ormai abbastanza diffuso in rete): la sua semplice visione, anche al netto delle riflessioni estetico-psicologiche della co-regista e co-autrice Lorella Zanardo sulla scomparsa delle donne come individualità dai media e sulla parallela scomparsa delle facce, è un'esperienza piuttosto forte. Una sorta di Videocracy più concentrato sull'uso del corpo femminile, non rivela niente di nuovo a chi ha un minimo di familiarità con il paese reale (quello la cui agenda politica e culturale è dettata da Striscia la Notizia e Amici Del Grande Fratello), ma le gallerie degli orrori che propone fanno comunque una certa impressione (per usare un eufemismo).

Gli auguri ce li meritiamo tutti quanti.

(il documentario dura 23' e si può vedere tutto intero a questo indirizzo, dove è disponibile anche in altre lingue: se preferite Youtube potete iniziare dalla prima parte qui sotto, e poi proseguire con la seconda e la terza)
 

 

Manic Street Preachers – Little Baby Nothing (video)

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lunedì, 14 12 2009

Opera d’arte o stronzata?

Non ho una risposta. Però The Rotating Kitchen di Zeger Reyers, che ha cominciato a ruotare qualche giorno fa al Kunsthalle di Dusseldorf e non si fermerà fino a fine febbraio, è bellissima. Una straordinaria metafora dell’esistenza umana, in qualunque senso la vogliate intendere.

 

mercoledì, 09 12 2009

The Evolution of the hipster

[Clicca sull'immagine per ingrandire]

 

Un paio di settimane fa citavamo Paste Magazine e le sue classifiche con il meglio di fine decennio. E dall'ultimo numero di Paste viene questo ritratto dell'evoluzione dell'hipster, che dall'emo di inizio millennio, passando per lo scenester, il twee, il montanaro, la vintage queen e il Williamsburghese fino al recentissimo meta-nerd, tenta di descrivere fasi e tipologie di una subcultura che non esiste.   

E' ovvio che vederle come fasi successive e così cronologicamente connotate è un mero pretesto per emulare il celebre e pluri-parodizzato grafico dell'evoluzione, ed è anche ovvio che il giochetto delle descrizioni brevi e ironiche funziona solo fino a un certo punto (e presta il fianco a tutte le ironiche prese per il culo del caso); però provate a fingere di non conoscere gente che ricade a puntino in uno stereotipo o nell'altro, se ci riuscite. E a fingere di non esserci caduti anche voi, almeno qualche volta…

venerdì, 04 12 2009

Il cinema indie, un non genere già andato a male

Cosa cercate, voi, in un buon film?

Quando decidete cosa andare a vedere al cinema, cosa affittare al videonoleggio, cosa guardare sulla pay-tv o cosa scaricare da Bittorrent, in base a cosa scegliete un film? Cercate qualcosa di noto o qualcosa di ignoto? Preferite film che parlino in modo quanto più fedele di vite simili alla vostra, o sperate di evadere lontano? Cercate di rispecchiarvi il più possibile nei personaggi o venite irritati dalla pretesa di parlare di cose a voi familiari?

Io pendo spesso per la prima ipotesi, lo ammetto. E lo considero in buona parte un difetto, che mi tiene lontano da generi che sovente scarto a priori (scoprendo poi anni dopo di essermi perso dei capolavori), in favore di storielle senza sale che srotolano riferimenti di cultura pop in cui mi ritrovo. Storielle senza sale come quelle del cinema indie.

 

Il cinema indie è una mostruosità. Il cinema indie (in cui il vaghissimo termine che tanto amiamo è da intendersi nel senso pitchforkiano del termine, di quella cultura pop per lo più anglosassone che vorrebbe opporsi al mainstream ma è di fatto costretta a metterne in piedi una versione distorta e snob, condannata tanto all’irriducibile inseguimento del futuro quanto alla venerazione del passato) era una rarità fino a qualche anno fa, mentre ora, scoperto un segmento di mercato ingenuo e appetibile, è diventato un vero e proprio filone, con capostipiti nobili (dalle grandi commedie degli anni ’80 a recenti film di culto come Eternal sunshine of the spotless mind, I Tenenbaums o Lost in translation) e produzione abbondante. Il suo target (e i suoi protagonisti) siamo noi, tardoadolescenti, twenty e thirty-something occidentali con buoni titoli di studio, discreto potere di acquisto e una declinazione di gusti su musicacinemalibriinternet che ci fa sentire migliori di coloro che ci circondano.

 

 

 

Nel momento in cui si è rivelato come un genere, il cinema indie era già morto.

L’inizio della fine è stato Garden State. Un film terribile, diretto e interpretato dall’icona del puccismo Zach Braff (meglio noto come J.D., protagonista di Scrubs), tenuto in piedi unicamente da una bella colonna sonora, infilata a forza nella storia nella celebre scena "Devi sentire questa canzone, ti cambierà la vita" che ha consacrato gli Shins. Un film impossibile da raccontare, tanto la trama è esile e i dialoghi pretestuosi.

 

 

 

In mezzo c’è stato Juno. Inaspettatamente apprezzato dal pubblico, Juno è stato in grado di parlare a pubblici diversi, smarcandosi dai luoghi comuni delle commedie tutte indie-pop e dialoghi quirky (che pure incarna) con una storia ben scritta e un po’ più carne al fuoco del solito.Sotto sotto rimane una commediola di poche pretese e media gradevolezza, ma in mezzo agli altri film del suo genere riesce a fare un figurone.

 

 

 

Il punto più basso del genere è stato probabilmente toccato da Nick and Norah’s infinite playlist, un film così brutto che al confronto Juno sembra un’opera di Truffaut. Mai vista un’esibizione tanto sfacciata di riferimenti fin dalla prima scena (una carrellata dei poster appesi in camera dal protagonista; sottile), un namedropping così furibondo, una storia così inverosimile. Il fatto che in teoria sia una commedia da teenager rischia di essere un’aggravante invece che un’attenuante.

 

 

 

Ormai, come dicevo, esce una commedia indie ogni paio di mesi. Adesso anche in Italia è il turno di 500 days of Summer (da noi 500 giorni insieme), che vuol raccontare una storia d’amore atipica che, guarda caso, cade in tutti i luoghi comuni del caso: vestiti vintage per lei, vulcanica e appassionata (Zooey Deschanel, già chanteuse retrò con She & Him e ora moglie di Ben Gibbard dei Death Cab for Twilight Cutie), cardigan e sneakers per lui, timido ma sensibile (l’ex bambino prodigio Joseph Gordon-Levitt); e (oltre a un imbarazzante product placement dell’IKEA su cui è meglio sorvolare) un paio di scene topiche sulle note degli Smiths. Audace!

 

 

 

A confronto con 500 days of Summer, Away we go (già presentato con grosso timore su queste pagine mesi fa) fa un vero figurone, perchè quanto meno è un film vero; il regista (Sam Mendes, quello di American Beauty) conosce il mestiere e gli attori pure, ed è già un inizio. Ma è anche una fine: la trama (firmata dall’ex formidabile genio Dave Eggers e da sua moglie) vede il verosimile scenario di una coppia di trentenni in attesa di un figlio che vagano per gli States alla ricerca di una città in cui stabilirsi a vivere. Succede un po’ a tutti, del resto.

 

 

 

Negli states è da poco uscito Paper Heart, che osa di più nella forma quindi fallisce in modo ancor più sonoro. Si tratta di un finto documentario/reality sulla protagonista Charlene Yi e la sua difficoltà a innamorarsi (son problemi); il protagonista maschile è Michael Cera (già in Juno e in Nick and Norah; get a real career, dude) nel ruolo di se stesso e la cosa fa accapponare la pelle al solo pensiero. La sua faccia da culo fa prudere le mani per tutto il film, così come le risatine della protagonista e la vacuità dell’intera operazione. Quando la Yi imbraccia la chitarra e si mette a registrare col suo Macbook una canzone twee-pop / freak folk per il suo amato (la trovate qui sotto) si comincia ad augurarsi l’estinzione del genere umano. O, quantomeno, ci si sente pronti per darsi all’horror.

 

 

 

[sullo stesso argomento ma spettro un po’ più ampio e opinioni un po’ diverse e meglio argomentate: Blueblanket su queste pagine, mesi fa]

 

 

 

The Shins – New slang (MP3)

The Moldy Peaches – Anyone else but you (MP3)

Charlene Yi – Perfume (MP3)

 

giovedì, 03 12 2009

nel dubbio: postare nick cave su inkiostro è come postare tette su asphalto, no?

di

scrivendo una mail ad un’amica sono finito a rileggermi, a distanza di 14 anni, il testo di disco 2000, scoprendo all’improvviso tutta un’aura di malinconia glam che all’epoca era rimasta (almeno per me) sepolta sotto i synth e di cui mi sarei accorto solo con help the aged. all’epoca tutti – giornali, giornalisti e fanzinari assortiti – cercavano "i nuovi smiths" e se ne venivano fuori coi gruppi piú improbabili. io ricordo i gene, per dire, e credo di essere l’unico al mondo (rumore aveva cercato di pomparli per qualche numero, e per me all’epoca rumore era il vangelo – ah, beata ingenuità adolescenziale).

 

ecco, a distanza di un quindicennio sono ormai sicuro che "i nuovi smiths" fossero proprio i pulp, ce li avessimo di fronte agli occhi e non ce ne siamo accorti perché eravamo troppo fessi e snobisti e poi perché in fondo i pulp erano nati pure prima degli smiths. chissà perché questa illuminazione mi riempie di una tristezza infinita, come se fossi deborah e all’improvviso mi accorgessi di jarvis il nerd appostato fuori dalla mia finestra.

 

dovendo illustrare il post, ero incerto fra una cover di nick cave (in onore di inkiostro, che co-ospita questo post) e una dei franz ferdinand, entrambe vecchie di lustri ma che non ricordo di aver mai visto postate su un blog italiano. nell’incertezza, eccole entrambe.

 

 

martedì, 24 11 2009

2010: blogger dell’anno?

"Ciò che conta, per noi, dovendo ogni dicembre eleggere una "rockstar dell’anno", è che quest’anno la votazione sia avvenuta all’unanimità, per evidenti meriti dovuti a uno stile di vita per il quale la definizione di rock&roll va persino stretta. I Rod Stewart, i Brian Jones, i Keith Richards dei tempi d’oro sono pivellini in confronto. La "Neverland" di Michael Jackson è una mansardina in confronto a Villa Certosa, e via così. Siamo ben fuori dal dispensare giudizi da destra o da sinistra. Siamo solo osservatori che constatano ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno. I comportamenti quotidiani di Silvio, la sua furia vitale, il suo stile di vita inimitabile, gli hanno regalato, specie quest’anno, un’incredibile popolarità internazionale" (dall’editoriale di Carlo Antonelli, via Emmebi)

Non so chi scegliereste voi come rockstar dell’anno; non so neanche quale sceglierei io – e se riuscirei a farlo.
Di certo la mia rockstar dell’anno non è quella di Rolling Stone.

2010: blogger dell
E capisco tutto, eh. Mi rendo conto la scelta di una cover come quella del numero di dicembre oggi in edicola (l’autore è lo stesso Shepard Fairey dell’icona obamiana, non è stata fatta con questo) è una mossa di comunicazione geniale (e che mediaticamente questo sia stato più che mai l’anno di papi nessuno lo può mettere in dubbio). Ma personalmente non mi fa ridere, non mi piace e – se lo facessi abitualmente – credo che non comprerei Rolling Stone questo mese (i dati di vendita sicuramente mi daranno contro, la polemica – a cui sto io stesso contribuendo – tira sempre).

In questi casi mi sento sempre più spesso un brontolone serioso e insopportabile (non anche del tutto solitario, per fortuna), che grida all’emergenza anche nel momento in cui gli altri vogliono rilassarsi e farsi due risate.
Qui [1] siamo oltretutto su un blog, in cui – pur consapevoli del fatto che in Italia ci sia poco da ridere di questi tempi – si scherza e si cazzeggia volentieri. Mi prendo però volentieri la parte dell’antipatico, se si tratta di riflettere sul sottile confine tra scherzo e ambiguità.

E dove sarebbe l’ambiguità? – potreste rispondere. In effetti Berlusconi strappa una bandiera italiana, a ben vedere e-ben-guardare la critica c’è. E sono sicuro che all’interno di questo numero non mancheranno le voci ferme e critiche sull’argomento.
Di fatto, però, una copertina come questa mi sembra fastidiosamente paracula, perché a un livello superficiale (quello di chi non solo non legge l’intera rivista, ma nemmeno osserva con attenzione l’immagine, o ha magari solo letto del "trofeo" su un qualche trafiletto di quotidiano che ha rilanciato la notizia) è in grado di suscitare l’ammirazione di tutti [2]. Quelli contro Berlusconi (perché comunque c’è sarcasmo), e quelli a favore. Per spiegarmi meglio: ieri i vari Tg ormai occupati militarmente dal Pdl davano il lieto annunzio della copertina e della motivazione tra un sorriso e un colpetto di gomito, sorvolando allegramente sulle intenzioni ironiche.

Lo stile delle copertine di Rolling Stone è da sempre quello, lo so. Me ne ricordo (e ce ne saranno state sicuramente altre ancor più provocatorie) una di diversi anni fa con un guerrafondaio G.W. Bush ritratto in graziosa posa mentre imbracciava una motosega, o qualcosa del genere (anche lui rockstar [3] ).
Ma Bush è lontano, ed è oltretutto il presidente di un paese in cui la libertà d’informazione e di critica sembra passarsela un po’ meglio. Berlusconi è qui, sta facendo a pezzi la nostra società e la nostra democrazia. C’è bisogno nel 2009 di alimentare ulteriormente il culto attorno alla sua persona? Dopo il passaparola da paesereale post-Villa Certosa "eppure tromba più di tutti noi", dovremo subire anche "è il più rock di tutti"?

Qualcuno potrebbe poi obiettare che dal punto di visti degli effetti – voluti o meno – Repubblica, con la sua campagna permanente contro la persona del presidente del consiglio, ha fatto in questi mesi ben di peggio. E non ci possiamo nascondere che dietro al diecidomandismo non c’è soltanto (giusta, fondata) critica socio-politica, ma anche la precisa volontà di attirare visite e vendere copie.

Ma Repubblica è un quotidiano, non può evitare di parlare di politica. Deve dare notizie. Preferisco che lo faccia denunciando con livore le sconcezze di cui altri tacciono, anche se non ottiene (come pare) altro risultato concreto che quello di vendere più copie.

Rolling Stone si occupa principalmente di intrattenimento. E se per farti pubblicità in questo campo utilizzi un messaggio ambivalente come questo… beh, sei libero di farlo. E io di criticarti.
Anche per aver fatto finire la scritta PEARL JAM sopra il capello trapiantato di una persona che disprezzo.

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[1] Il discorso vale sia per il ben più interessante Inkiostro, sia per il mio piccolo blog dove avevo postato ieri una versione demo, più a caldo e raffazzonata, di questo post.

[2] Sempre fermandosi a un confronto tra copertine ed esulando dai contenuti delle rispettive riviste: a molti è tornata in mente quella del Mucchio di qualche anno fa, che peraltro fu "censurata" e non andò nelle edicole. Trova le piccole differenze (e rifletti su quanto sia davvero la sensibilità del pubblico a decidere quale satira è corretta e quale no).

[3] Volendo si potrebbe discutere a lungo di questo allargamento del concetto di "rock and roll", che un tempo includeva anticonformismo e ribellione, mentre adesso pare una caratteristica che si accompagna sempre al grande successo mediatico, comunque conseguito. Forse è colpa di Celentano, forse il rock è solo invecchiato.

sabato, 27 06 2009

Stoycismo

Stoya


Ospite dell’ospite, Signore e Signori, ecco a voi un pezzo di mm1.

Per chi non sapesse di chi si tratta, ha ottenuto l’AVN, l’XBIZ e l’XRCO award 2009 come best new starlet. Del porno, ovviamente. Leggo ora su google che parrebbe avere un flirt con Marilyn Manson.

In realtà il ruolo di Stoya all’interno del porno è piuttosto interessante, manovra commerciale simile a quella dell’oramai consolidata Sasha Grey: portare la blogger della porta accanto sullo schermo. La cosa è ancora più marcata se date un occhio alle pluripremiate produzioni digital Playground (Cheerleaders, per esempio), in cui lei ha un ruolo già canonizzato per quanto concerne il partner maschile, il contesto narrativo del rapporto, nonché la di lei recitazione e le espressioni del volto, ecc. ecc.

Con Stoya, Reclutata a quanto ne so nel giro suicidegirl/deviantart/softcore [update: ecco un’intervista che chiarisce un po’ di cose], l’industria del porno assolda una che ci ricorda il sundance, garden state o una qualche fan di Battlestar Galactica – ovverosia, come sarebbe fare l’amore con la diciottenne con la maglietta di slashdot che incontrate al solito negozio di dischi mentre si ascolta i vaselines? – sarebbe imbarazzata, e lo faremmo amandoci veramente, ma sempre molto imbarazzata. e ne sarebbe felicissima e con quel misto di candore e pudore (l’indieboy non può far trasparire pensieri impuri, nemmeno a se stesso, per cui meglio soffocare sotto ettolitri di teenage angst e chiamarla ennuì) lei mi direbbe che io sono l’unico al mondo e lo sarei veramente l’unico al mondo per lei e lei sarebbe per sempre l’unica al mondo – più che l’ennesima barbie stars & stripes così 1.0 quale ad esempio Jesse Jane.

Insomma, da farci una tesi allo iulm, per dire, e consigliatissima agli amanti di Blankets di Craig Thompson.