partito liquido

mercoledì, 02 11 2011

Veltrusconismo 2.0

A parte ovviamente Leonardo (che, lo sanno tutti, non sbaglia praticamente mai), la migliore analisi del fenomeno Renzi e del Big Bang dello scorso weekend alla Leopolda l'ha fatta ieri Luca Telese:

Comunque vada, i giorni della Leopolda sono stati un terremoto. Una riscrittura della lingua mediatica del centrosinistra, soprattutto del Pd. Uno sparigliamento da riassumere in un nuovo vocabolario, quello che Matteo Renzi (nel bene o nel male) sta imponendo alla politica. BIG BANG. E ’ il momento primo, il principio di un nuovo inizio. Ma anche il turbine che sconquassa il vecchio equilibrio. Il Big Bang di Renzi ha acquisito una forza motrice imponente, anche perché colma un vuoto. Non esisteva, dentro il Pd, un punto di forza protagonista che si stagliasse oltre le correnti. Renzi spara sul quartier generale e non solo: su Bersani, e anche sul suo primo sfidante, Vendola. Ma, soprattutto, Renzi rompe la regola dei “Compagni di scuola” (copyright Andrea Romano) cresciuti a Botteghe Oscure. La regola per cui cane non mangia mai cane, e i peggiori dissidi vanno composti con il patteggiamento fra nemici. Renzi aveva rotto questa regola fin dalle primarie a sindaco. Ora, ripetendo lo schema a livello nazionale, rompe l’unanimismo ipocrita con cui le correnti non hanno mai messo in discussione Bersani pur facendogli la guerra tutti i giorni. Il big bang del Pd rompe il dogma da Politburo per cui può esserci un solo candidato del partito, ed è quello deciso dal partito. [...]

 

VELTRUSCONINISMO 2.0 Nella lingua della Leopolda c’è qualcosa di Veltroni, e persino di Berlusconi. L’idea del contenitore Omnibus, che Renzi aveva già immaginato nel suo primo libro “Da De Gasperi agli U2”. Rispetto al veltronismo, però, il renzismo non cammina con il freno a mano tirato del ma-anche. Non attenua tutto nella sincreticità delle differenze unite dal sentimento. Non è buonista, anzi. Quando può, un calcio negli stinchi lo rifila volentieri. Veltroni leggeva con il leggìo e con i gobbi elettronici di vetro, Renzi cammina con il microfono in mano appoggiato sul cuore, come Silvio quando imita Frank Sinatra. Ma perché quando si mette una libreria in scena, ci sono i libri finti? Costano più di quelli veri, e fanno molto “L’Italia è il paese che amo”. Il renzismo, dunque, è un upgrade 2.0: migliora i difetti, ma ricicla software già sul mercato. [#]

martedì, 11 01 2011

Virgin Merola

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Di solito quando ci si candida alle primarie si cerca di presentarsi come il candidato più affidabile, con più idee e si pronunciano discorsi tipo "rinnovare le classi dirigenti della nostra città". Poi dopo gli slogan, si sceglie il logo. E' molto facile sopratutto se uno ha la fortuna di chiamarsi Virginio, un nome fonte di evidente ispirazione, per cui non c'è proprio bisogno di sforzarsi: non ne vale la pena. Spero che per Virginio Merola (candidato sindaco di Bologna alle primarie per il PD) non ci sia bisogno anche di un team di avvocati.

 

 

Grazie al Mago G per la segnalazione.

martedì, 22 06 2010

Impronte digitali: nessuno tocchi i blog

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Il disegno di legge intercettazioni sì sa è stato pensato per limitare l'uso e la pubblicazione di intercettazioni rispettivamente da parte di magistrati e giornalisti. Dopo il voto al Senato dovrà passare per l'approvazione definitiva alla Camera: Berlusconi vorrebbe subito, Fini e Napolitano vorrebbero settembre con alcune modifiche, noi invece vorremmo mai. Oggi alle 19 a impronte digitali, su radiocitta'fujiko, parliamo con il cosigliere regionale lombardo del PD e blogger Giuseppe Civati sopratutto del comma 29 art.1 del ddl che obbliga i blogger alla pubblicazione delle richieste di rettifica in 48 ore o pagare fino a 12.500 euro.

 

MP3 – IMPRONTE DIGITALI Giuseppe Civati e "Nessuno tocchi i blog"

 

"Ma un blog non è un giornale, il blogger non è un redattore, spesso gli aggiornamenti sono saltuari. Si può rischiare una maximulta perché magari si è in vacanza o non si controlla la posta? Ciò significa rendere la vita impossibile a migliaia di siti e di blog, ben diversi dalle testate giornalistiche. Lo fanno dimenticando che la rete è proprio un'altra cosa".

 

Partendo da questa sacrosanta obiezione Civati insieme ai colleghi di PD, Paolo Gentiloni e Matteo Orfini, propone la campagna "NESSUNO TOCCHI I BLOG" attiva sul sito www.mobilitanti.it, portale del PD dedicato a campagne sul web.

martedì, 28 07 2009

Creare Dissenso

E’ naturale che un partito cerchi consensi. Il suo scopo non è solo quello d’interpretare problemi e proporre soluzioni: il suo scopo è anche quello di attuarle, quelle soluzioni. E per attuarle bisogna essere eletti. E per essere eletti, insomma, ci siamo capiti.

E’ naturale, quindi, che un partito cerchi consensi.

Quello che è strano, invece, è perdersi alla ricerca del Consenso. Se hai la fissa del consenso, vuol dire che sei disperatamente lontano dai consensi.

Il fatto strano è che lo scopo principale del Partito democratico non dovrebbe essere quello di creare consenso, come tutti ripetono, bensì di creare dissenso.

Popper diceva più o meno che una teoria, per essere scientifica, deve essere falsificabile. Non serve dimostrare che sia vera. E’ scientifico solo ciò che ti consente, con un esperimento, di essere smentito.

Bisognerebbe applicare un test simile alle tesi politiche: se sostieni qualcosa e tutti sono d’accordo, probabilmente non stai dicendo un bel niente. Non è politica, è fuffa. Quando sostieni qualcosa e qualcuno là intorno comincia a obiettare, ad argomentare, a esprimere disaccordo, anche a incazzarsi, allora forse è il caso di sedersi e parlarne. Forse hai torto, ma se ne può discutere. Hai una tesi. Non è fuffa.

Il feticcio del Consenso è la premessa di ogni paralisi culturale. Bisogna avere il coraggio del dissenso: questo è il requisito primo di una forza politica sensata. Minimo. Bisogna smettere di inseguire il feticcio del consenso e cominciare a creare dissenso.

Vorrei vedere un Pd che crea dissenso su economia, giustizia, diritti civili, immigrazione, ambiente, scuola, istituzioni, fisco. Vorrei vedere un partito che discute di cose. Avere paura di dire cose strane, cose nuove, cose faziose, cose che difficilmente si sentono dire all’aperitivo o al bar significa avere paura di fare politica e di fare cultura.

Creare dissenso non vuol dire "parlare alla gente". Non vuol dire "parlare al paese" o "parlare dei problemi del paese".  Queste espressioni stanchissime sono le etichette della palude culturale italiana. In un sistema parlamentare si parla alla gente, certo, si parla al paese e si parla dei problemi del paese. Ma si dicono cose su cui non tutti necessariamente devono essere d’accordo.

Parlate alla gente, ma non per rassicurarla, per incuriosirla. Per stimolarla. Per creare sopracciglia inarcate e battibecchi. Discussioni vivaci. Incazzature. Piatti che volano. Questo è il fottuto momento di dire cose che suscitano disaccordo.

La paralisi di questo paese è la paura. Il coraggio parte dal dissenso.

venerdì, 24 07 2009

Dentro l’Apparato

Ho preso la tessera del Partito democratico.

Non ho mai avuto una tessera di partito – e non so se l’avrò per molto. Non ho mai avuto molte tessere, in realtà, neppure d’altro tipo. Solo plasticose carte da consumatore. Feltrinelli. Fnac. Barnes & Nobles. Blockbuster. Il video-noleggio dietro casa. Qualche supermercato. L’Arci. La tessera Alitalia del Club Ulisse. Consumatore metropolitano e cosmopolita.

La tessera di partito no. E’ un oggetto alieno. Vintage. Me la immaginavo di cartoncino: invece è di plastica pure lei. Il partito liquido, alla fine, vuol dire questo: uno come me può chiamare un collega che una volta ha pure votato Berlusconi, presentarsi al banchetto di un Circolo e prendere la tessera del Pd. O è l’effetto del partito liquido o è il segno che siamo davvero nei guai.

O, forse, entrambe le cose.

Sono uno stimato professionista. Ho un iPhone e un BlackBerry. Sono abbonato a Wired e all’Atlantic. Leggo, scrivo, dibatto, consumo. Appassionato di cose politiche, ma inattivo. Libertario, ma solidale. Laico, ma comprensivo. Di sinistra, senz’altro. Ma lo stipendio me lo paga il capitalismo finanziario. Il mese prossimo faccio trent’anni. E adesso mi sono pure iscritto a un partito smarrito ed enigmatico.

Vedete voi come sto.

Almeno, se il Pd diventa la Democrazia Cristiana, potrò dire di averci provato.

Proverò a raccontarvi come.