Daft Punk – Giorgio by Moroder
Adrian Tomine – New York Drawings
Mad Mern s06e06
L'enchillada di Alma a Red Hook
Phoenix – Chloroform
Gli Ava Luna alla Brooklyn Bowl
Daft Punk – Giorgio by Moroder
Adrian Tomine – New York Drawings
Mad Mern s06e06
L'enchillada di Alma a Red Hook
Phoenix – Chloroform
Gli Ava Luna alla Brooklyn Bowl
C’erano una volta i vinili di mio padre […]. Quelli che quando posizionavi la puntina sul primo solco, il cuore ti batteva fortissimo nelle orecchie e aspettavi quel rumore inconfondibile, quel fruscio affascinante che ti lasciava con il fiato sospeso per qualche frazione di secondo.
Sabato sarà una festa memorabile per coloro che amano dire: “il giradischi ha un suono caldo e corposo” […] Poi arriveranno quelli de “L’ODORE DELLA CARTA!” e si accorgeranno di aver sbagliato giornata.
Il testamento di Kurt Cobain, morto qualche mese prima, era nelle mie mani. Lo portai a casa, lo scartai e venni invaso dall'odore di carta del libretto, ruvido, composto da foto e illustrazioni con i colori saturi, che stridevano con la tristezza del disco.
Lo annuso sempre, quel cd e, credetemi, l'odore di carta c'è ancora, solo un po' affievolito dagli anni.
Corro a casa col sorrisone stampato in faccia e tiro fuori il disco. Puzza. Diobono, mamma, senti che puzza, accidenti, ecco perché costava meno. Mia madre prende il disco e ride. Non è puzza, è patchouli, si vede che a Madonna piace il patchouli.
All’odore del vinile ho rinunciato da tempo.
“Devi scrivere un pezzo su Disfunzioni? Fantastico, scrivi dell’atmosfera, dell’odore…”
“Quale odore, scusa?”
“Quello dei vinili…”
Se la mia non è stata la generazione più inutile della storia, poco ci manca.
Captatio
Questo post parla del Record Store Day 2011, che è oggi. È nato da una cortese richiesta collettiva del piccolo Franci per Vitaminic, e avrebbe dovuto essere scritto ieri. Quando ancora, nella mia testa, era una cosa breve e piacevole. Però ieri dovevo fare altre cose, poi cucinare, poi sono venuti a casa Thom Yorke e Walter Veltroni, abbiamo discusso molto dell’argomento, ed è diventata questa specie di mastodontico romanzo di formazione che mi ha preso più tempo del previsto – però ho evitato la deriva marxista cui inizialmente continuavo a tendere. Le citazioni sono più o meno decontestualizzate, e comunque ridotte ai minimi termini; sono una piccolissima parte dell’enorme mole di post prodotti in questi giorni e non sono state scelte in base al gradimento (ho omesso molte cose che ho trovato stupende), ma solo per la loro pertinenza con quanto segue. Le potete ritrovare per intero nei riepiloghi giornalieri di questa settimana di post a tema RSD, sempre su Vitaminic, che vi consiglio sinceramente di leggere. Inoltre, se fate caso al nome dell’autore, lì in alto, vedrete che non è inkiostro. Sono io. Il signor blueblanket. Alcuni di voi sanno cosa significa: un monologo chilometrico, in parte vero in parte no, pieno così di link. Per gli altri, buona giornata. Io vi ho avvisato.
Un negozio di dischi è un luogo antropico a metà fra un parco dei divertimenti e il salotto dell’analista che desideri avere e che non puoi permetterti.
Bettole impolverate nascoste in viette sperdute, dischi ammassati come cassette di arance, commessi ultra quarantenni con lo sguardo basso che non dicono neanche "ciao" quando entri. […] Zero promozione, zero eventi, zero innovazione, zero volontà di farcela e di reinventarsi.
Perché nel buco di culo di mondo in cui sono cresciuto i negozi di dischi erano questo: impresentabili.
Secondo me per certe cose è sottovalutato, lo scotto della provincia (e bisogna anche vedere quale provincia). Ovvero, chi non ci ha vissuto certe cose è abituato a darle per scontate.
Io sono stato destinato dal Fato alla più anonima periferia della provincia laziale. Negozi di dischi: due o tre. Decenti: nessuno.
Il negozio di dischi cui avevo giocoforza deciso di appoggiarmi ha un nome futuribile ed esiste tuttora. Il proprietario, un tipo sulla quarantina coi capelli rasati ed una smorfia fissa sul viso, dava l’impressione di essere uno che come partito più a sinistra aveva votato la DC, a malincuore.
La sua competenza si estendeva in un arco oggettivamente piuttosto ampio e apprezzabile, che copriva, se ben ricordo, il peggio pop italiano, diversi tipi di dance, una discreta quantità di progressive ed un buon mazzetto di metal.
Io in quel negozio c’ero capitato la prima volta per caso, ma poi ci avevo comprato cassette destinate ad essere ascoltate (da me) più di quanto il buonsenso non suggerisca (gli 883; ma anche: Zucchero. Ma anche: Massimo di Cataldo. Etc.).
Non me ne vergogno, o non quanto dovrei; ci ho messo degli anni, per farmi una cultura musicale, ed ogni cosa è stata una mia piccola conquista. Vivevo in provincia, sono il primogenito (niente fratelli maggiori a suggerire nulla), mio padre ascoltava moltissima musica ma non me ne ha parlato per anni (suppongo perché scioccato da Zucchero; in compenso mi ha inflitto, sempre per anni, Paolo Conte in macchina, prima che io acquisissi finalmente la facoltà di intendere e di volere e potessi essergliene eternamente grato, come sono ora). Ero un sociopatico, molto più di adesso, e i miei pochi amici ascoltavano musica orribile o cantautori italiani (su cui in effetti ero più che preparato anche all’epoca).
Fino quindi ad un’età in cui il mio attuale coinquilino decideva di smettere per sempre di ascoltare i Beatles (troppo pop) e la mia coinquilina si dava anima e corpo ad un proto-punk vissuto con insolita moderazione dei costumi (la mia coinquilina è una punk ossimorica), io ho ascoltato prevalentemente robaccia. Avrei potuto continuare così ed avrei vissuto una vita felice, suppongo, e piena senz’altro di argomenti di conversazione con l’enorme Paesotto Reale che ti circonda in provincia.
Negozi del genere campano in parte sui clienti abitudinari (che diminuiscono anno dopo anno), in parte sul pubblico digitalmente analfabetizzato che, con la scomparsa dei cd pirata venduti in strada, è tornato a comprare dischi da sentire sull'impianto stereo della loro macchina, (rigorosamente privo di lettore MP3), e in parte sulle ragazzine che vanno a comprare il disco del loro idolo adolescenziale del momento.
Nessun negoziante mentore mi ha introdotto alla scoperta di band che hanno rivoluzionato la mia formazione, nessun esercente dai gusti articolati ha messo su un cd che mi ha fatto appizzare le orecchie. Come è possibile? […] La realtà di fatto è che nella mia adolescenza i negozi di dischi si dividevano in due categorie: quelli coi greatest hits di Celine Dion, e quelli in cui il gestore ti teneva d’occhio perché non ti inculassi i cd. Che poi, incularti cosa, se esposte c’erano solo le custodie vuote?
Se ciò non è accaduto, lo devo quasi esclusivamente ad un amico e collega di papà. Di lui ricorderò sempre con cifre probabilmente lontane dal vero la mole smisurata di cd che comprava ogni mese. Per corrispondenza, importati direttamente.
Era ed è una persona piuttosto schiva, e molto raramente me li consigliava, i dischi. Più spesso lo infastidivo io, chiedendogli se avesse questo o quel cd di gruppi di cui avevo sentito solo una canzone, per caso, su Tmc2. Che, sì, quand’ero piccolo io, da me MTV mica prendeva.
Lui mi prestava il cd, che spesso con mio sommo stupore suonava enormemente diverso dal singolo che già conoscevo, e ce ne aggiungeva uno o due di gruppi simili, che secondo lui mi sarebbero potuti piacere. È merito suo, e solo suo, se io ho potuto ascoltare i Pixies, i Pavement, gli Eels, Liz Phair, i Delgados, Beck. Cito a caso i primi nomi che mi vengono in mente, quelli che all’epoca smossero di più la mia idea di musica. Ricordo che nel ’98 fece qualche mixtape (ho un momentaneo lapsus sul termine italiano) a mio padre, che io rubai, chiaramente, da subito. C’era Chocolate Genius, più canzoni di quell’album favoloso; c’era, mi pare, Elvis Costello. E un sacco d’altra roba.
Della volta in cui mi mise su Novocaine For the Soul e dal suo preamplificatore a valvole partì il suono (campionato) di un vinile che fruscia non posso parlare, o sembrerei patetico. Però è successo, ed è una cosa che davvero mi ha cambiato la vita.
Ecco la cosa bella era che il comprare un disco, il farselo consigliare era una cosa di un “social” infinitamente più grande di qualsiasi altro social network dei giorni nostri.
Ai tempi io non avevo internet e per me l’informazione musicale arrivava unicamente dalle persone che conoscevo a scuola. Quindi andavo al Musicland e passavo gli espositori, chiedendo consigli e pareri. Era divertente.
Nel frattempo avevo iniziato a leggere il Mucchio (sempre su consiglio, o per emulazione, del mentore di cui sopra), e sulla base del Mucchio, cercando di non logorare oltremodo la pazienza del sant’uomo, andavo al negozio musicale sovradescritto. Nel ’98, mi ricordo, ero rimasto sconvolto da Last Stop: This Town. Avevo provato a chiedere in prestito il cd al Guru, ma l’aveva già prestato. Così mi feci forza ed andai dal signor Negoziodalnomefuturibile.
Gli Eels, gli dissi. E glielo scrissi. Contemporaneamente. Non nutrivo enormi speranze. Electro-shock Blues. Me lo cerca?
La trafila che si era stabilita da un po’ è che io gli chiedevo roba che lui, normalmente, non aveva. Lui andava a Roma, la comprava, amo pensare, clamorosamente sottocosto (spesso erano cd usciti anni prima, iniziavo a tentare di tappare buchi che ancora oggi ho) e me la rivendeva a prezzo politico: trentotto mila lire. Poi quaranta. Poi quarantadue.
Per gli Eels fu un po’ più complicato. Dopo tre settimane affermò di non averlo trovato. Poi che doveva arrivare. Poi che non c’era.
Lo ottenni dopo un paio di mesi d’insistenza, ma qualcosa si era incrinato.
Contemporaneamente, l’internet dei 56 kb e dell’inquietante rumore di composizione del modem stava conoscendo una delle sue più significative rivoluzioni. Si stava diffondendo Napster.
Io da Napster non mi procuravo solo musica. Ci chattavo, mettendo alla prova il mio inglese buono ma scolastico di 16-17enne (e non solo: una volta un fan dei Mambassa mi mise sotto processo perché avevo tra i miei file Se dei Naftalina. Ti piace la musica semplice, disse con un marcato tono dispregiativo, prima di un’accesa reprimenda. Da quel giorno cominciai a giustificare i file meno decenti affermando “sono di mia sorella minore”). Ricordo ancora con un certo senso di vergogna una volta che volevo dire “mi sento stupido” e dissi “I feel dump”. Dump, chiese il mio dirimpettaio, un pignolo rompicoglioni di qualche parte dell’America. Yes, dissi io, dopo una corsa a prendere il vocabolario monolingue che tuttora mi vuol bene (bene reciproco). You know, a heap of rubbish (il fatto che dopo anni ricordi l’esatto scambio di battute dovrebbe misurare la quantità di vergogna che provai, esattamente, a posteriori). Lui abbandonò la conversazione.
Un americano più paziente, però, un pomeriggio mi disse di segnarmi tre nomi che mi sarebbero certamente piaciuti. Erano i Belle & Sebastian, i Modest Mouse ed i Neutral Milk Hotel.
Ovunque mi trovo, anche adesso, un giro in un negozio del genere rappresenta una tappa obbligata. Tanto lo so che poi “succede qualcosa”. E succede sempre.
“Questa introduzione non serve a nulla se non a specificare il fattore della casualità. Entrare in un negozio di dischi e imbattersi in qualcosa che non fa altro che metterti curiosità e voglia di scommettere con te stesso: “Va bene, lo compro. Mi piacerà? Chissà. E se poi mi fa schifo? Ho solo buttato dieci euro ma ho comunque conosciuto qualcosa a cui forse non sarei mai arrivato.”
I Belle & Sebastian li avevo trovati per caso a Roma qualche mese prima, in una delle ore libere durante una gita (non andavo a Roma altrimenti: dal mio fazzoletto di provincia sono due ore e passa di pullman fino all’Anagnina, ed io ero molto pigro già all’epoca). Avevo trovato quel disco da Messaggerie Musicali – o almeno credo fosse MM. Ricordo che non avevo mai visto niente di così smisurato dedicato unicamente ai dischi; che c’era la possibilità di ascoltarne alcuni, evento che mi pareva inverosimile, e che sentivo che dovevo sanzionare la cosa in qualche modo compatibile col mio ristretto budget. Dei Belle & Sebastian avevo letto sul Mucchio, anche se non ricordavo bene a che proposito. La copertina era bella e il disco, a metà prezzo, lo comprai e lo ascoltai mezza volta, e non mi impressionò positivamente. Lo accantonai in un angolo dove rimase fino alla conversazione col giovane americano su Napster. Quindi, sentii per la prima volta, seriamente, If You’re Feeling Sinister. E.
Poco dopo, piccola città di provincia vide l’apertura di un nuovo negozio di dischi. Aveva una sezione di dischi usati, e questa era una cosa sconcertante in sé, ed anche se pagava la location con un’amplissima sezione metal aveva dischi che non avrei mai pensato di avere sottomano senza attendere il viaggio a Roma di Negoziante.
Soprattutto, aveva buona parte del catalogo Homesleep.
Di come l’ascolto ripetut(issim)o di Rise And Fall Of Academic Drifting abbia portato anni dopo all’incontro, per me infelice, con JR ho già detto altre volte (troppe) in sedi differenti, ma si sappia che la colpa è del Caso e della follia che aveva convinto quelle tre deliziose persone ad aprire un negozio così in mezzo al nulla. Chiuse in due o tre anni, ça va sans dire.
Insomma, avevo un sacco di cassette duplicate dagli amici di straforo, e quasi niente di originale.
Erano belli i tempi in cui ero piccolo io ed i cd si noleggiavano. Non c'erano nemmeno i masterizzatori (anzi no c'erano ma costavano cifre esorbitanti, e poi tanto il pc in casa non ce l'aveva praticamente nessuno, figuriamoci il masterizzatore – l'unico che io ricordi fortunato possessore di un masterizzatore era un mio amico che noleggiava i cd, li masterizzava e poi rivendeva le copie, ma ha dovuto smettere dopo che gli hanno bucato le gomme della macchina) e si passava tutto su musicassetta, resa sonora incerta ma almeno potevi continuare ad ascoltare anche dopo aver restituito il cd ed andava più che bene.
Io però nel frattempo avevo finito il liceo e mi ero spostato a Bologna.
In breve tempo ebbi modo di scoprire due cose ugualmente inverosimili: Bologna non aveva solo una biblioteca (paesello, all’epoca, non l’aveva ancora, o era in ristrutturazione perenne – parlo del 2002, non di epoche precedenti all’invenzione della stampa). E in quella biblioteca c’era una sezione di cd. Enorme.
Devo saltare, anche qui, il pesantissimo resoconto della prima (e unica, temo, finora) volta in cui ho stretto il Sussidiario fra le dita. Posso dire che ero sinceramente emozionato, e che già non si riversavano più i cd su cassetta, ma si estraevano i file sul pc.
Così, quando il coinquilino mi parlò della Phonoteca, cui già ero passato davanti un po’ di volte, rimuginando su cosa fosse (entrarci e chiedere mi pareva brutto), fu, comprensibilmente, l’ennesimo nuovo inizio per le nostre grame finanze da universitari fuori sede.
Mi sorprende il fatto che, se provo a concentrarmi, non mi viene in mente quali cd abbia preso in prestito lì. Credo fossimo, io e il coinquilino, perlomeno in fase post-rock. Ma non sarei pronto a giurarlo, e del resto non è un dato fondamentale.
Poco dopo, e siamo nel 2003, cominciai a leggere, oltre alle riviste, Ondarock e Scaruffi un paio di blog che parlavano di musica: Polaroid ed Inkiostro. Da lì iniziai a leggerne molti di più, fino alla malsana idea di scriverne uno, poi fortunatamente chiuso per manifesta inutilità. Un anno dopo, in un clamoroso impeto di socialità, decisi di attaccare bottone con una ragazza su un autobus diretto verso l’Estragon (concerto – ed elogio dei latticini – di Damien Rice), che avrei incontrato di nuovo la settimana successiva andando al Covo, e senza la cui esistenza oggi la mia vita, per una serie di buffe e fortunose coincidenze, non sarebbe neanche lontanamente simile a quella che è (e no, non siamo mai stati insieme)(spiace, eh. Sarebbe stato un bel twist, così fa davvero troppo Brizzi).
Ho comperato degli album tramite servizi online ma non me li sono mai goduti pienamente. ho ricomprato gli stessi titoli su cd e me li sono gustati meglio. niente cagate tipo “l’mp3 degrada la qualità audio” o cose simili, è proprio un feticismo verso l’oggetto disco/cd/cassetta.
Voglio vederli, i miei dischi. Voglio accumularli in pile traballanti, di fianco a divano, per poi metterli su seguendo sentieri di passioni e ricordi. Perché dovrebbe essere meglio avere dei fantasmini digitali, sperduti nel computer?
L’impulso che muove all’acquisto è il desiderio e non il bisogno. […] voglio il supporto, voglio il vinile, ma di fatto la musica e il supporto su cui viene registrata (e venduta) sono due cose separate. Voglio il supporto fisico anche se non ne avrei bisogno! […]Quello che devi chiederti è: quanto sono disposto a pagare per il valore aggiunto di cui sopra?
Il supporto è solo il supporto e alle volte – per questioni connesse a quell’innato bisogno di poesia e di possesso materiale che ci distingue dagli automi – può essere irrinunciabile.
La musica è il medium che, più di ogni altro, non risente dell'abbandono del supporto fisico.
E non venitemi a dire che un cd si sente meglio di un file digitale. La qualità del file digitale dipende dalla compressione e la rete mi permette di trovare file non compressi che hanno una resa audio superiore a quella dei cd. Fermo restando che io, comunque, non ho un impianto in grado di valorizzare questo aspetto (e dubito che ce l'abbia la maggior parte di voi) e non ho l'orecchio abbastanza affinato per capire appieno la differenza di qualità.
Non continuerò con l’aneddotica, anche perché ho l’impressione che qualsiasi potenziale lettore sia già stramazzato al suolo esanime. Se qualcuno fosse sopravvissuto, penso sia chiaro il punto a cui miravo: i negozi di dischi non sono l’unica via per conoscere ed amare la musica, né la migliore.
Io i negozi, specie quelli piccoli, li ho sempre frequentati poco. Sono sempre stato troppo timido per parlare con i commessi, senza contare che, ora che ci penso, per un paio d’anni ha lavorato come commessa alla Ricordi una mia amica bella di una bellezza imbarazzante, con cui per anni ho sognato invano di farmi avanti e che tampinavo farfugliando da piccolo stalker in erba. Tanto sarebbe stato un fallimento clamoroso. Ma dicevo?
Ah, sì. Io i negozi, specie quelli piccoli, li ho sempre considerati un fastidio, in provincia, per la maggiorazione economica e cronologica su ogni singolo cd che esulasse dal ristrettissimo catalogo posseduto, e un percorso obbligato, a Bologna, per acquistare i dischi. Non ho mai avuto con nessun negozio/negoziante nessun rapporto di confidenza, di amicizia, di mutua dipendenza. Il paragone di Enzo con il Bar Sport si sovrappone ad un’immagine che mi era già venuta in mente: nel Bar Sport, le paste, fanno schifo (come il vino all’etanolo che ti offrono i vecchi sottolineando che è fatto in casa: è velenoso, quel vino). E la mitizzazione del romanticismo a scapito della convenienza (o della qualità, a seconda dell’esempio) non mi ha mai convinto del tutto.
I consigli, le discussioni, le scoperte su un disco, le ho sempre fatte o lette altrove: davanti a una birra con gli amici, leggendo forum su internet, leggendo blog e webzine, leggendo giornali, leggendo giornali mentre si beve una birra con un blogger che nel frattempo sta controllando internet (come se fosse uno scenario inverosimile). E oggi sui socialcosi, come chiunque utilizzi internet con un minimo sindacale di dimestichezza.
Quando ho avuto la possibilità di acquistare lo stesso cd ad un prezzo minore da Ricordi, o alla Virgin, o da Nannucci, che piccolo non era, piuttosto che da Disco d'oro o da Underground, da quando c’è la possibilità di farlo su internet ad un prezzo spesso enormemente più basso del prezzo del piccolo negozio, io l’ho fatto. Perché i miei principi più idealistici, temo, non valevano i soldi del mio pranzo (pranzo a cui rinunciavo comunque se volevo comprare chilate di cd, libri e dvd E uscire la sera). Potevo comprare di meno, ma comprare meglio? Probabilmente sì; ma non l’ho fatto, e non sono sicuro di rimpiangerlo.
E non prendiamoci in giro: la possibilità di procurarsi musica gratuitamente, in maniera legale o meno, è una rivoluzione dei costumi con cui tutti ci siamo confrontati, a cui tutti ci siamo abituati. Persino i Metallica si sono messi l’anima in pace.
Sono tornato in questo vecchio negozio per ritrovare la magia del comprare i dischi "veri" ma l'unica verità è che non c'è nessuna magia. Non c'è mai stata. Era solo una mancanza di scelta che ha generato un'abitudine a cui ho legato dei ricordi piacevoli perché connessi alla scoperta e all'ascolto della musica. Il piacere non è mai derivato dall'oggetto ma dal contenuto.
Oppure ecco, prendo molte copie digitali di valutazione (ehm, scaric… coff) ma poi compro anche tanto. Colpevolmente via internet? Oddio, fosse per me comprerei anche la benzina via internet. Oppure finisco a comprare molto più all'estero sto notando: principalmente per il prezzo.
Da svariati anni il 95% dei dischi che entrano in casa mia sono portati da un postino o da un corriere. […] Perchè praticamente non ci sono più negozi di dischi decenti a Verona e dintorni! […]Il Male è la Fnac, che ha fatto chiudere praticamente tutti i negozi di Verona facendo dei prezzi incredibili nei primi due anni di vita (novità a 11/12 euro, offertacce a 6 euro; credo di aver comprato più dischi in quei due anni che in tutta la mia vita, se parliamo di acquisti effettuati in negozio).
Cercate di dimenticare per un attimo quello a cui siete abituati, e pensateci: un bene immateriale come la musica è fatto apposta per essere acquistato online, anche per chi come noi non può fare a meno dell’oggetto disco. E’ la piattaforma più completa per avere un assaggio di cosa si sta acquistando, prezzi onesti che tagliano le intermediazioni inutili, disponibilità illimitata che rispecchia la sempre più sterminata produzione discografica.
Con questo non voglio affermare che sia meglio così. Le sterminate discografie ascoltate solo per un decimo, i dischi sentiti mezza volta distrattamente, per motivi analoghi e paralleli l’inaffrontabile offerta di album potenzialmente interessanti sono tare negative dello stesso sistema, risvolti della medaglia.
Ed il minimo che una persona pragmatica e consapevole può fare è comprare, se non tutta la musica potenzialmente interessante, almeno quella che gradisce davvero e che ha già apprezzato: su internet, in un negozio di una qualsiasi dimensione, ai banchetti dopo i concerti. Che se gli artisti dovessero solo perderci denaro, con quello che fanno (e la stragrande maggioranza ci va sì e no in pari, con i frutti del proprio lavoro intellettuale), sarebbe difficile capire cosa li convinca a continuare.
I piccoli negozi di dischi sono posti suggestivi, spesso tenute da persone deliziose, sinceramente appassionate al loro mestiere. Però soffrono una crisi strutturale dovuta all’impietoso avanzare della tecnologia, e (dio mi perdoni la demagogia) non mi pare esista la giornata del calzolaio.
Per difendere questa suggestione, legata a doppio filo ad uno dei lati più feticistici, ma contemporaneamente più irrazionalmente irresistibili, che un appassionato di musica possa avere – cioè il bisogno di un supporto fisico, ottenuto da una persona fisica, possibilmente in circostanze che creino quel senso di condivisione d’élite proprio di ogni piccolo gruppo ed accrescano il valore immateriale di quell’oggetto che si sta comprando (e magari regalino anche degli aneddoti, perché chi vive di musica vive d’emozioni e generalmente li adora, gli aneddoti) -, oggi si festeggia il Record Store Day.
In molti negozi di dischi si tengono concerti e showcase vari, si vendono uscite speciali e ristampe (elenchi qui e qui). È comunque una cosa bella: la festa della mamma non salvaguardia il ruolo della mamma né ne cambia lo status, ma a lei fa piacere che io le faccia gli auguri ed io mi sento più contento (e mia madre non stampa edizioni limitate).
Approfittatene, se vi va.
Il fatto è che andare a cercare negli scaffali polverosi di cd o vinili […] ci ha fatto, e continua, a farci stare bene. E solo per questo che continuiamo a farlo.
I dischi e gli strumenti musicali erano gli unici modi per fare l’amore con la musica. Ripeto: un rapporto carnale, vero e tangibile. Quando provi questa intima passione è impossibile che tu riesca a liberartene.
Il nuovo non esiste, è solo la forma più mascherata della nostalgia dei clienti, né io negherò il loro diritto inalienabile alla nostalgia. Però non sono un cliente. E’ da ben prima di lavorare qui che non compro musica, e continuerò a non comprarla dopo che avrò finito di lavorare qui.
Signori, è finita, ma è stato un onore servire per voi.
P.S.
Ci sono tre belle interviste ed una non-intervista sull’argomento: Enzo con il titolare di Play Loud, Paolo con Alessandro Gallicchio del Black Candy Store, Giulia con Marco di Nordovest e Federico. Dopo un post in cui sono riuscito a non citare Alta Fedeltà, gli Offlaga di Tono Metallico Standard e L’ultimo disco dei Mohicani (ricordato persino da Repubblica, wow) il minimo mi sembra segnalare un libro sui negozi di dischi indipendenti per Arcana ed il fatto che Letizia Bognanni mette in free download il suo, di argomento affine, qui. Voleste altri media, qui (scoperto via mytaperecorder) c’è il trailer di un film che pare interessante, qui il reportage esclusivo per Vitaminic opera dell’insonnia del beneamatissimo Daniele Piovino e qui l’odierna colonna sonora a tema proposta dai 400 calci.
Disclaimer: A differenza del post precedente, questo è, per tutti quelli che sono rimasti indietro con Lost (e in certo senso anche per quelli che sono in pari con le puntate) un enorme SPOILER. Che vuol dire – specifico per quelli di voi che sono capitati qui con chiavi di ricerca casuali (es. stephen malkmus tette, i-vibe1, mad men steampunk, true blood zotici lousiana nudi) e non sono pratici dell'Internet – che si rivelano porzioni più o meno grandi della trama della sesta stagione di Lost.
Gentili lettori di inkiostro, buonasera. Come forse sapranno quelli di voi che non hanno passato gli ultimi anni in villeggiatura su Marte, stanotte alle sei (ora italiana) andrà in onda l'ultima puntata dell'ultima serie di Lost. L'ultima-ultima, poi basta, fine, kaputt.
Come è noto ai fan della serie, la sesta stagione è stata scritta da un team di scimmie urlatrici coordinate da Lindelhof e Cuse (perché, se ho ben capito il senso di questo forum, J.J. è morto a 27 anni). Non sto nemmeno ad elencare i numerosi indizi che spingono verso la teoria delle scimmie urlatrici, mi sembra che con i primi annacquamenti delle domande messe in moto dalla premiere sia diventato evidente a tutti. Mi limiterò ad osservare che tutte quelle cose che dal punto di vista narratologico erano ammirevoli in Lost (la capacità di spostare il motore dell'azione da un personaggio – o gruppi di personaggi – ad un altro, il gioco sulla struttura temporale della narrazione e della trama, l'efficacia dei cliffhanger e la capacità di orientare l'aspettativa dello spettatore verso una direzione ingannevole per poi dosare un mix di suspence e sorpresa) sono state affogate in una lunghissima serie di diversivi per diluire i pochi eventi in tanta fuffa, peraltro recitata con dialoghi abominevoli.
Non mi produrrò nemmeno in un riassunto, giacché senza dubbio voi conoscerete lost topoi e la devozione con cui assolve in maniera ottimale allo scopo. Del resto, se state leggendo qua, è quasi certo che abbiate già visto la penultima puntata – quella cioé in cui, grossomodo, a causa di un'isterica con una perfida pronuncia del latino il povero Remo (presente, no, l'Innominato) prende ripetutamente un fracco di mazzate e muore transustianzandosi nel fumo nero – ovvero, l'annunciato fallimento della mitopoiesi contemporanea2.
Mi limiterei invece a ricordare alcuni stilemi ricorrenti di quest'ultima stagione, iniziata, ricordiamolo, con la promessa da parte di Lindelhof e Cuse che ogni cosa importante sarebbe stata spiegata (anche se già a febbraio ritrattavano: non è che spiegheremo proprio tutto-tutto, c'è del mistero in ognuno di noi, il sublime, il senso del sacro, etc). Il che è, in un certo senso, vero.
Nella misura in cui ogni cosa E' stata spiegata con la prima cosa distante ed improbabile che venisse in mente agli sceneggiatori, o, se preferite, con una serie di mirabili prototipi di quella che chiamerei "spiegazione ricorsiva". Mi spiego con dei pratici esempi, non sfruttati dagli sceneggiatori ma perfettamente analoghi a quelli canonici:
- Come mai Richard non muore mai?
- Oh, beh, perché è un, mh, vampiro.
- Che cos'è in realtà l'Isola?
- Uhm, un'astronave parcheggiata lì dai, dai… rettiliani, sì.
- Come mai c'è un tempio con una statua con quattro dita?
- Ah-ah! Come mai piuttosto c'è QUELLA PIRAMIDE lì che nessuno aveva notato prima?
La SOTTILISSIMA sfumatura per cui la spiegazione, spesso data in un più o meno frettoloso dialogo che ridefinisce ampliandolo ad infinitum il concetto di spiegone, è normalmente tanto inverosimile quanto il mistero che la celava, viene ritenuta vieppiù ininfluente dagli appassionati della serie che da tempo ne maturano l'esegesi, ignorando dettagli secondari quali l'inevitabile approssimatezza storica, la faciloneria dei dialoghi3, la confusione inevitabile dopo sei stagione di piccoli dettagli a volte mirabilmente connessi ma giocoforza spesso casuali e, non ultima, la radicata paraculaggine degli sceneggiatori (vedasi il ritorno all'ipotesi del Purgatorio per mano di Richard – nata dal nulla e nel nulla lasciata ad ammuffire dopo due puntate). E se pensate che stia facendo della facile ironia, qui la pagina in cui "quel branco di nerd deliranti" (cit.) tenta di situare cronologicamente l'arrivo di Jacob sull'isola dalle peculiarità grammaticali delle frasi pronunciate in latino, dalla foggia delle vesti e dall'inclinazione della luna rispetto al suo parallasse4.
Il secondo stilema è senza dubbio il metodo che vorrei battezzare "riscrittura epimenedea", per cui rimando ad un futuro semiologo con tanto tempo libero l'onere di isolare le volte in cui il dialogo procede pressapoco così:
- Ma Richard aveva detto che…
- Pfui! Richard non sa nulla di questa cosa.
- Però Charles Widmore sembrava convinto che…
- Bah. Widmore mentiva.
- Cosa fai? Jacob si era raccomandato di…
- Ah! Non credere mai a quello che ti dice Jacob.
Difetti che evidentemente erano già in nuce nelle stagioni precedenti, ma erano vieppiù coperti, oltreché da un più robusto ticchettìo di meccanismi, dalla recitazione MOSTRUOSA di gente come Michael Emerson (o Benjamin Linus, se preferite): come è evidente guardandolo pronunciare frasi banali in modo inquietante (scoperta sul facebook di kekkoz) (il facebookz) (cielo). Purtroppo, la lotteria della declassazione quest'anno ha stabilito che lui dovesse brancolare senza meta e senza motivo al seguito di gente casuale, ed inevitabilmente il core degli spettatori della serie si è ristretto sui succitati Maestri dell'Interpretazione, mentre la gente normale oscillava tra il depresso e il perplesso (con punte di esasperazione).
Ma insomma, ci siamo. Tra poche ore finalmente tutto questo avrà una sua conclusione, senza nemmeno regalarci un leitmotiv accettabile in grado di scalzare da quell'angolino del nostro cervello il neurone che dice "Who killed Laura Palmer?" – che, per inciso, se non avete mai visto la serie, vi sconsiglio fortemente di googlare (oh, io ve l'ho detto, eh). Gli amanti della serie saranno soddisfatti (o, più probabilmente, insoddisfatti), quelli che non l'hanno mai seguita saranno liberati da una maledizione per un paio di settimane. Poi non si parlerà che dei mondiali e insomma, chiodo schiaccia chiodo.
Ad ogni modo, i lettori di Macchianera e gli amanti degli spoiler tutti hanno già potuto leggere sei paginette di sceneggiatura dell'ultima puntata. Io le ho lette, per esempio, e, nonostante le prove di autenticità e al di là del valore dello scoop in sé, non sono stato poi sconvolto più di tanto: si tratta di sei pagine non consecutive che riguardano apparentemente la prima metà della puntata e non dicono troppo sull'evoluzione della trama e nulla sulla sua conclusione.
Nondimeno, come tutti da inizio stagione avevo una teoria su come finisse la serie, teoria con cui ho tormentato di persona la più parte di quelli che mi conoscono. Parte di questa teoria era (sguardo sconfortato) "immagino che Jack sarà il nuovo Jacob".
Chiuderei quindi lanciando, tra eventuali volenterosi, sonnambuli, disperati, intellettuali, ubriaconi, il Toto-Lost. Io lo scrivo qui, voi avete i commenti a disposizione. Non serve a niente e tra poche ore sarà ancora più inutile, ma se ci avrete preso avrete una prova tangibile da ostentare gridando "l'avevo detto io! L'avevo detto!" per circa due settimane. Poi arriveranno i mondiali, e nemmeno potrete applicare la vostra teoria su Sun a Grosso, perché Lippi lo ha già rimandato a casa.
Comunque, personalmente direi che i punti salienti dell'ultima puntata saranno:
- l'Isola salta in aria, muoiono tutti. L'Innominato scopre che comunque non la può lasciare, e che per giunta toccherà a lui lavare i piatti per l'eternità.
- Desmond nell'universo parallelo porta tutti sull'Isola (possibile irruzione di Desmond con l'aria da pazzo sul palco mentre il figlio di Jack suona, dopo un lunghissimo carrello che inquadri tutto il cast presente in massa all'Auditorio. E sì, anche Paulo e Nikki).
- mentre quelli della timeline alternativa arrivano via mare, Jacob e l'Innominato, sulla spiagga a scrutare l'orizzonte, si guardano. Jacob lo chiama per nome (ipotesi di nome: Esaù, Yoshua, Abraham, Petrus, Caesar, Jose Mourinho) e l'Innominato, ora Nominato, gli dice: tanto è sempre la stessa storia balenga, vengono, si percuotono tra loro e non finisce mai. Jacob sorride mesto.
- chiusa della serie: Desmond è sul porto a parlare con Penny per darle addio e partire per l'Isola. Si avvicina Charles Widmore e gli dice che era il suo destino, che lui era speciale. Desmond lo guarda (la camera stringe in primo piano), e dice: See you in anotha' life, brotha'.
Il titolo del post è tratto dalla Top Ten di spoiler di Lost del David Letterman Show di qualche giorno fa:
Sebbene possa essere assolutamente perfetta, è probabile che la locura non ci sarà. Ma chi può dirlo.
P.S. per i commentatori del lunedì: non vale commentare dopo aver visto la puntata (mi appello al vostro senso dell'onestà, e soprattutto al fatto che wordpress registra il vostro ip e se mi anticipate il finale prima di lunedì sera – quando guarderò la puntata – vi recupero e vi picchio con una vanga). Cordiali saluti.
1 L'ho scritto e googlato sulla fiducia, era impossibile che non ci avessero pensato.
2 Sarei curioso di leggere qualcosa, se esiste, che analizzi i motivi per cui una cultura così a suo agio con la contaminazione realtà/fantasia, con l'epica moderna e quel tot di manicheismo religioso che non guasta mai è incapace di fondere le tre cose in maniera accettabile. Se qualcuno sa indirizzarmi verso un libro/saggio adeguato apprezzo.
3 Si intuisce che quei dialoghi non mi sono piaciuti tanto?
4 Non mi ci metto nemmeno a fare presente che ci sono insignificanti dettagli banali nella prassi produttiva di una serie tv (es. la costumista e i modelli a cui si ispira) che possono inficiare completamente il loro ragionamento.
Sì, mi diverto con poco.
[se non avete pazienza, skippate pure diciamo a 2.30. E prima che si commenti: non solo non mi sembra deprecabile, ma, chi mi ha conosciuto lo sa, io sono MOLTO, molto più stupido. E' il contesto che mi affascina.]
Ricordate il meraviglioso video della FIMI che ha creato perlomeno una certa perplessità, a suo tempo, in… in diversi esseri umani dotati di un (qualsiasi) quoziente intellettivo? Scritto da Domenico Liggeri che proprio ieri, segnalato da Leonardo, trovavo maltrattato qui (a volte, le coincidenze). Io l’avevo scoperto grazie a Stereogram.
E’ una domanda retorica, comunque. Ma se per caso non lo ricordaste davvero, o se voleste semplicemente rinfrescarvi la memoria, farvi quattro risate, arricchire il vostro bagaglio culturale, rinverdire cose che avevate dimenticato o apprenderne altre che non sapevate, il video era questo:
La teoria di questi dieci gagliardi minuti è: grazie! ai nostri discografici, senza cui non sapremmo proprio cosa fare. E altre robettine: internet cattiva, un sogno che si avvera, etc.
Tutto chiaro, tutto da copione: la FIMI non è un’organizzazione benefica, il messaggio deve cercare un suo appeal su un pubblico generalista, una storia magari meno semplice (semplificata) avrebbe magari richiesto più di dieci minuti etc (di nuovo).
La meraviglia inizia però un attimo dopo, a volerci perdere del tempo. Giacché:
- il gruppo (amabilmente battezzato Greenwich), che chiunque, credo, immaginerebbe inventato per l’occasione (per esemplificare cioé l’archetipico gruppo di belle speranze senza contratto né soldi né visibilità), esiste veramente. Davèro davèro: riprova qui.
- il gruppo, i Grinuic, quelli che senza discografici come faremmo etc etc, è il gruppo di Matteo Locasciulli. Matteo Locasciulli lui.
Qua subentra una piccola considerazione personale: Matte’, io non ti conosco. Apprendo da quello che trovo su internet che sei anche un musicista cazzutissimo. Caso vuole che tuo papà sia, come dire, del mestiere. Matte’, senza una casa discografica non arrivate da nessuna parte? I chilometri per pochi euro? Internet che aiuta fino ad un certo punto?* E chiedilo un favore piccino a papà, no? O a qualcuno che conosci. Sarà brutto ma lo fanno tutti, non è una cosa così terribile. Un po’ di visibilità, mica la luna.
Comunque, tornando a noi, supponamo che Matteo non abbia voluto chiedere aiuti a nessuno, né sfruttare le conoscenze acquisite (ipotizzo) in tanti anni da musicista "serio". Mi pare la migliore premessa logica al contenuto del corto, quindi ci credo. Ipotizziamo altresì che la trama del corto sia per grosse misure corrispondente al vero, suffragando la nostra ipotesi non solo con le prove già addotte (l’esistenza cioé di un gruppo denominato Greenwich, protagonista dello stesso video la cui lavorazione si può ammirare nel suddetto corto), ma anche con le entrate del blog nel MySpace dei Greenwich che recitano: apertura concerto Elisa. O, più sobriamente: Ligabue. Etc. Si tratta, lo dico per quelli che hanno deciso di privarsi del piacere di rivedere il corto, dell’annunciato happy ending: i Greenwich grazie a "tempo, soldi e lavoro" (e cuore!) investiti su di loro dai loro discografici* riescono a fare il botto*, suonando a San Siro. Perché quello è il loro sogno, perché loro non sono "tipi da reality"*.
Ora, l’autore di questo post ha tanto tempo libero. Tanto. Ed una memoria ottima solo per le cazzate. Come i nomi un po’ peculiari. Come, butto lì: Francesca Xefteris. Cantante dei Greenwich. Me lo ricordavo da giugno, un nome così particolare. Così inconsueto. Così raro.
Che casualmente mi è capitato di risentire ieri in un contesto leggermente differente. Cioè, uhm… uhm… ah, sì, che sbadato: qui. E qui. E qui. E qui:
Ora, io non voglio influenzarvi (minimamente). Né (Dio me ne guardi) fare dell’ironia gratuita. Lascerò trarre a voi le vostre più indipendenti conclusioni, che solo per amore di chiarezza riassumerò in base ad evidenti procedimenti di induzione logica, considerando cioé le uniche possibili spiegazioni per la correlazione tra i due eventi (le possibilità sono da intendersi come alternative le une alle altre, non come assommabili):
1) i discografici dei Greenwich magari non sono poi così tanto bravi
2) i discografici dei Greenwich magari non sono poi così tanto appassionati al gruppo in questione
3) i Greenwich si sono sciolti, o sono comunque frustrati avendo realizzato che quello che avevano ottenuto discostava dal loro sogno, e si stanno dedicando a perseguire tale sogno ognuno a modo suo
4) i discografici dei Greenwich ipotizzano che un ottimo modo di farli conoscere sia fare partecipare la loro cantante ad un reality (che ella sosteneva aborrire), magari vincendolo. Debbo però fare notare che tale opzione parrebbe dover sottendere una congiuntura di poteri, occulti e non, che non mi sentirei di accostare al mondo della musica italiana senza poter addurre alcuna prova. Consideratela quindi piuttosto una malevole congettura, una maldicenza senza alcuna attestazione
5) i due eventi sono coincidenziali ed irrelati
6) si tratta di una sosia, curiosamente omonima
7) altro.
Si attendono con ansia eventuali chiavi interpretative ulteriori.
Disclaimer: nonostante mi paiano incontestabili sia le affermazioni contenute nel post che il tono con cui le sostengo, vi sentiste offesi chiedete e vi sarà tolto, come di consueto.
E dire che io non ci speravo più. La supposta commedia indie americana (si accetti la definizione come una semplificazione) secondo me aveva toccato il fondo con Nick & Norah’s infinite playlist: un’ora e mezza di vuoto con un burattino e una tipa yeah che si dicono banalità mentre in sottofondo passa tutta la musica più hip del momento. Un’ora e mezza con il potere di farti sentire puntato, targettizzato, inscatolato e rivomitato da uno che a giudicare dalla profondità a cui arriva probabilmente ha mirato giusto alle tue Converse.
E se la commedia americana, perso il tocco leggero di Cameron Crowe (che da Elizabethtown – un film che è piaciuto solo a me tra tutte le persone che conosco con un quoziente intellettivo superiore a quello di un bonobo – non si è più ripreso, a giudicare dall’attuale inattività), si è arroccata sempre di più sui suoi macrogeneri (la commedia vaginale, per rubare una definizione che credo sia del Maestro, i film con Matthew McConaughey, che fanno sottogenere a sé per insulsaggine e scipitezza, e la slapstick frat-pack comedy alla Apatow, che al sottoscritto ha sempre fatto insopportabilmente pena), i segnali d’allarme della vena para-Sundance si vedevano secondo me (e non penso di essere il solo) già nell’apprezzatissimo – da molti che non sono me - Juno. Personaggi con la profondità della carta velina, dialoghi quirky a costo di rinunciare ad ogni svolgimento narrativo apprezzabile, grosso lavoro di scenografia per collezionare gli improbabili feticci dell’indie-wannabe (per andare sull’ovvio scarpe, tracolle, magliette, occhiali buffi, poster, ma anche telefoni a forma di hamburger, auto scassate, gadget improbabili – chessò, pipe); insomma delle enormi confezioni per accompagnare chili e chili di musica bellissima, bella, carina, osannata da Pitchfork, osannata da NME, osannata da quel dj convinto che il ritornello di Panic dica “I’m the dj, I’m the dj”*.
E solo ora che scrivo mi vengono in mente Little Miss Sunshine e Me and You and Everyone We Know, due ottimi esempi di come la percezione comune dell’attitudine arty sia direttamente proporzionale all’insensatezza dei dialoghi e alla pochezza della trama, nonché di come il fenomeno sia molto meno recente di come la sto mettendo io – ma non approfondirò, perché non voglio scrivere le solite venti paginate, e mi limiterò ad accennare che potrebbe essere la stessa pericolosa china del feticismo esasperato dell’ultimo Anderson. Se ancora non capite dove voglio arrivare, a me sembra che la direzione della commedia indie contemporanea sia questa (io l’ho scoperto grazie alla Fagotta, che ringrazio – sempre):
e ammettetelo, fa paura.
Però ho avuto modo di vedere recentemente (e quasi di seguito) ben due film che mi hanno fatto cambiare idea.
Il primo, che mi sento di definire senza remore una tradizionalissima commedia romantica appena spruzzata da sfumature ind… quelle là, è How To Lose Friends And Alienate People. Primo film vero e proprio del signor Weide, regista per la televisione e autore di alcuni biopic che non ho visto (uno su Lenny Bruce, uno in produzione sul Kurt Vonnegut, sempre sia lodato), parla di un giornalista inglese di una rivista sinistroide di “low culture for eyebrows”** che si ritrova a scrivere a New York per Sharps, la rivista di glamour che… la… oh, insomma, Vanity Fair sotto falso nome.
La cosa che spiazza del film è la caratterizzazione del protagonista, interpretato da Simon Pegg (a cui dovrebbero erigere più di una statua): nonostante sia indiscutibilmente un nerd e un tipo alla mano capitato impromptu nel tempio dell’apparenza, il suo personaggio è oggettivamente sgradevole per la maggior parte del film. Dice cose evitabili, è spocchioso, borioso e per nulla insicuro di sé anche dopo aver infilato una gaffe dietro l’altra.
Non che sia materiale per aspirare ad un Oscar, ma nel regno dei luoghi comuni (non voglio infilare una tirata sugli europei smaliziati che credono nella realipolitik vs gli americani manichei che credono nella dicotomia good guy/bad guy e al valore della popularity, ma è un dato di fatto che

Spaventati? Lo ero anch’io. O perlomeno pieno di pregiudizi, tutti negativi. Però Mottola fa, non saprei come dirlo altrimenti, un cazzo di miracolo. Intanto fa un film che, cito ancora il Maestro, non sembra un film sugli anni ’80, ma un film degli anni ’80, ricreando uno spirito del tempo con poche pennellate che non sembrano mai forzate (roba che nemmeno Donnie Darko). Poi fa un film pieno di musica da paura, che non è la musica hype degli ultimi 15 minuti ma Replacement, Big Star, Hüsker Dü, Lou Reed, etc, con una colonna sonora originale ad opera degli Yo
Infine, soprattutto, fa un film che di quella costruzione per archetipi/stereotipi tipica della commedia americana (e dei dialoghi quirky immancabilmente tipici della commedia indie americana) si fa allegramente beffe. Un racconto di formazione in cui il protagonista è un nerd timido e impacciato ma non è un impedito (ed è capace, come l’altro grosso nerd del film, di una robusta autoironia****), in cui i dialoghi non sono troppo perfetti ma nemmeno troppo clumsy per essere veri, in cui si ride ma senza che qualcuno tenti di tirarci fuori la risata a forza dalla gola, in cui si può dire oooh e ci si può vergognare (questo solo se avete un massimo di diciotto anni e, preferibilmente, siete una donna*****) perché quello che succede è maledettamente sincero. Un film che non si nasconde dietro il paravento del protagonista “uguale a noi”: NO, il protagonista (i protagonisti) di Adventureland non fanno nulla per essere uguali a noi. Fanno errori che noi magari non abbiamo fatto e non ne fanno molti che avremmo fatto, dicono cose che noi (io) avremmo saputo dire meglio e cose che noi (io) a quell’età non avremmo saputo dire.
E soprattutto, vivono la fine della loro teenage con una spensieratezza misurata che il cinema ha sempre avuto problemi a descrivere, perso com’è tra i suoi loser e le sue cheerleader, impegnato ad ingigantire all’infinito problemi ombelicali di ragazzini impaccati di grana.
Adventureland è la storia di un ragazzo che deve fare un po’ di soldi e conosce una tipa che gli piace, e cerca di viverla bene. Non sono io, non siete voi, non è un’avventura memorabile, non è ricercatamente strano, è una piccola, bellissima storia senza pretese. Guardatelo se potete.
* aneddoto vero, e no, non dirò di chi si tratta – se non di persona, previo lauto compenso.
** è la definizione della vera rivista di Toby Young, dal cui memoir semi-autobiografico è tratto l’ancora meno autobiografico libro.
*** del resto Superbad è un film della scuderia di Apatow, uno che quando si dà alla commedia presunta garbata tira fuori mostri come Knocked Up – che si può definire soltanto reazionario solo a volergli molto bene.
**** ora che scrivo mi viene in mente che si potrebbe accusare il film di mettere le mani avanti. Ma anche fosse, è un fatto che se cade, cade in piedi.
***** io lo faccio comunque, ma io non sono un campione attendibile.
Ammettiamolo: noi le detestiamo, le città. Non ci possiamo proprio vivere. Lo stress ci uccide. Lo smog ci uccide. Le amministrazioni comunali parafasce ci sfiancano. D’estate, poi. A Bologna d’estate è caldo e si sta male, cantava Luca Carboni, e se c’è una cosa di cui mi sono accorto dal mio primo anno da fuorisede è che, beh, non diceva per dire. A Milano non saprei, ma ad occhio e croce credo ci sia la stessa afa invivibile, la stessa umidità canaglia, le stesse zanzare (forse non proprio le stesse, ma saranno magari le cugine).
La campagna, ecco cosa ci vuole. L’arcadia, il locus amoenus, il buen retiro, l’otium della vita pastorale. Una casa in campagna. Con il cibo sano, le repliche in tv, le buone letture, la possibilità di disintossicarci.
Solo che dopo un po’, che palle. Davvero, non se ne può più. Tutti quegli uccellini, quel verde, lo sguardo liquido e assente delle mucche, l’aria paciosa dei cavalli che pascolano. Quell’odore di erba tagliata di fresco, di fiori impegnati ad impollinare il circondario, di cacca. Basta, non se ne può più, dopo un po’. Si finisce a rinchiudersi in una stanzetta angusta (gli sgabuzzini sono ottimi allo scopo) ad allumare sigarette fino a ricreare l’atmosfera nebulosa del centrocittà. Dopo tre settimane si prende e si torna a casa, ad aspettare la notte il canto dei camion della nettezza urbana, a malsopportare le vacchiette che affondano di gomiti sui mezzi pubblici, a drogarsi ancora un po’ delle serie tv che la tv nazionale scoprirà tra tre anni. Ad annoiarsi, ma in modo costruttivo. E poi ad annoiarsi e basta.
E poi, cosa fare? Ok, voi che vivete a Bologna e dintorni lo sapete già cosa potreste fare, avete la piccola agenda dei concerti. Purtroppo come sapete che quest’anno niente Julive1. Amen, anyway. Se siete a Milano, sapete invece che potete contare sul Miami: il meglio della musica indipendente italiana (ad essere onesti, praticamente tutta la musica indipendente italiana) riunita in un unico posto dal carisma della frangetta di Carlo Pastore2. Bello, bello, bello.
Ma se per caso vi piacessero anche i gruppi stranieri? Se passaste metà anno a sospirare sulle next big thing di Pitchfork, vagheggiando di vederle un giorno, per capire se valgono veramente quanto sembra o meno, per scatenarvi sul vostro anthem di fiducia, per piangere finalmente a dirotto su quella canzone3?
Vitaminic una risposta ce l’ha. Magari non è LA risposta, però è un ottimo inizio. Otto serate dal 18 maggio al 6 giugno, un SXSW tascabile in terra milanese organizzato dal paziente lavorìo della sempre benemerita Marina4. Se leggete queste pagine probabile che Marina la conosciate già e non ci sia bisogno di fare un’apologia dei suoi gusti, o che già abbiate un’idea di quanto sia difficile organizzare concerti in questo periodo (non parliamo di portare davvero il vostro gruppo del cuore a suonare per voi). Probabilmente almeno avete già avuto modo di ricevere su Facebook o su Last.fm aggiornamenti dettagliatissimi sul programma dei Days. Che ha avuto un po’ di cambiamenti anche inaspettati, come è giusto che sia la prima volta che si fa qualcosa: l’imperfezione è inevitabile, forse necessaria.
Che insomma sapeste già o meno dei Vitaminic Days, che conosciate già il programma o meno, prendetevi cinque minuti di pausa; avvicinatevi alla finestra ed apritela, in modo da fare entrare smog e caldo asfissiante (o pioggia torrenziale, a vostro piacimento). Se necessario accendete una sigaretta, se volete essere sicuri che ci sia una percentuale sufficiente di monossido di carbonio.
Ora fate un lungo respiro profondo, e date un’occhiata qui:
| Quando | Chi | Dove |
| Lun 18/05 | Andrew Bird (+ Vitaminic/Coop Music dj set) | Musicdrome (MI) |
| Il nostro polistrumentista e fischiatore di fiducia non ha bisogno di presentazioni. Il concerto è stato spostato per le richieste superiori alle attese, nel link (i link richiamano quasi sempre la pagina dedicata su Vitaminic) si trovano tonnellate di esibizioni live che da sole dovrebbero convincervi ad esserci. Una data immancabile in esclusiva italiana. | ||
| Mar 19/05 | Emmy The Great + Mange Tout (+ Vitaminic dj set) | La Casa 139 (MI) |
| La 24enne sempre meno antifolk e più rotondamente pop viene a Milano a cantarci cose terribili col sorriso sulle labbra (e che labbra). Seconda esclusiva italiana e appuntamento fortemente raccomandato agli anglofili. | ||
| Mer 20/05 | LOSER night con Hatcham Social + A Classic Education (+ Loser dj set) | Musicdrome (MI) |
| La post-new-wave (esisterà?) vs. l’indie rock dei nostri, di cui personalmente non sono un fan sfegatato, ma la cui crescita costante (e resa dal vivo) è innegabile. Serata notevole e dj set imperdibile. | ||
| Gio 21/05 | My Awesome Mixtape + Le Rose (+ Vitaminic dj set) | Arci Biko (MI) |
| I My Awesome Mixtape sono da tempi non sospetti un pallino del padrone di casa. Spalleggiati nell’occasione dall’electro-retro-pop dei Le Rose, dovrebbero valere anche l’eventuale trasferta per ogni geek degno di questo nome. | ||
| Gio 28/05 | Abe Vigoda + Buzz Aldrin (+ Vitaminic dj set) | La Casa 139 (MI) |
| Ovvero : l’acidissimo shitgaze dei primi dopo lo spietato post/wave/gaze dei secondi. Se questo concerto fosse un film, sarebbe Lynch che incontra Gilliam e si scontra con Aronofsky. Se fosse un libro, sarebbe Hunter Easton-Palahniuk. Se fosse un dolce sarebbe… ehm, scusate, mi ci ero fatto prendere la mano. Comunque direi un krapfen, così su due piedi. | ||
| Lun 01/06 | KISS THIS night: Vivian Girls + The Pains of Being Pure At Heart (+ Kiss This dj set) | Magnolia (MI) |
| Il gruppo che Tarantino avrebbe potuto inventare e rendere protagonista di un suo film vs. il gruppo poppero definitivo, per di più sponsorizzato da Dietnam. Non aggiungo altro. | ||
| Mer 03/06 | SECRET FURRY HOLE night: Women + Banjo Or Freakout + His Clancyness (+Secret Furry Hole dj set) | Rocket (MI) |
| Le meravigliose strutture sghembe di Banjo Or Freakout si giustappongo alle traiettorie psicotiche dei Women (definiti giustamente da Pitchfork “il gruppo più ingooglabile dai The Music in poi“), una band che fa math-rock come lo penserebbe John Nash; tutto questo al release party del riservatissimo progetto solista di Jonathan Clancy. | ||
| Sab 06/06 | VITAMINIC SUM UP PARTY: Wavves + DID + Swim (+ festa di chiusura della rassegna con dj set di: Fabio De Luca (Rolling Stone) e Giorgio Valletta (Xplosiva)/ DiscoLimone/Dj Persignora /Vice Magazine / EnzoPolaroid (Polaroid blog)) | Bitte (MI) |
| Finalone di sabato sera con il Beck degli anni zeroooo (e scusate se è poco), supportato dai tiratissimi DID (anche qua, potrei sbagliarmi ma mi sembrano esattamente il genere del padrone di casa) e da Swim, e non mi sembra blasfemo pensare che i due italiani possano reggere il confronto. Segue un dj-set con così tanti nomi da sembrare la versone dj di Domani 21/01/2009, e provateci voi a non rimanere a ballare fino all’alba. | ||
Questo è il programma; molti dei nomi li avevate già visti nell’esaustivo report che il sempre benemerito dott. inkiostro in persona aveva stilato al suo ritorno dal SXSW. Di alcuni aveva parlato molto bene, di altri così-così, altri non lo avevano impressionato positivamente. Mettete in conto che ink è anche un grande fan di Tiziano Ferro, e valutate pertanto che potreste anche dissentire da lui, e trovare eccezionale un live che a lui non è piaciuto (o viceversa)5, e che in generale varrebbe almeno la pena di provare. Fatto? Bene. Ora finite la sigaretta, chiudete la finestra, lasciate ripartire l’aria condizionata, aprite questa pagina e seguite le istruzioni: avete tempo fino alle 18 di oggi per vincere un ingresso gratuito a tutti e otto i Vitaminic Days. E ammettetelo, è anche per piccole cose così che le adoriamo, le città. E non ne possiamo davvero fare a meno.
[Ma in effetti avrei potuto linkare anche questo.]
DISCLAIMER: questo post è stato scritto in pieno conflitto d’interessi, visto che anche io scrivo per Vitaminic. Le parole di sufficienza sulla vita pastorale sono puramente strumentali al fine del post. Non spenderò nemmeno una parola per convincervi che i Vitaminic Days mi sembrano sinceramente una cosa molto bella: se non ci credete non vi convincereste. Peccato per voi, nel caso. Come? Storcete la bocca? Vorrà dire che la prossima volta vi porterò delle veline minorenni, comunisti!
[0. Intro
Tutte queste parole ti spaventano? (Ciao, Valido, che piacere). Non leggerle: limitati a guardare i due trailer inglesi pubblicati finora - qui e qui - e questo delizioso giochino virale in flash che posterei ora se non fosse grande tre volte il layout di questo blog. Altri link alla fine delle mille righe che seguono]
Documentario che peraltro non si sa neanche se sia vero: prodotto come docufiction (quindi vai a sapere quali sono i fatti reali e quali quelli immaginati), secondo alcuni Leonia e la madre ne sarebbero solo attrici:

Capita che quest’anno al Grande Fratello una concorrente sia lesbica. Cioè, l’opposto: capita che quest’anno al Grande Fratello una concorrente sia banale, poco peculiare, neutra. Forse. Perché perché con il sottilissimo fine di accattivarsi un pubblico il più possibile ampio e variegato quest’anno gli autori hanno fatto l’impossibile per dare alla compagine l’aspetto del Circo dei Miracoli: la maggior parte dei concorrenti senza un genitore (fuggiti o morti), un non vedente, un’hostess pasionaria che forse verrà presto licenziata, una ragazza che lavora in un quartiere difficile di Palermo, una mangiafuoco ex anoressica, un rom montenegrino (che in quanto abbandonato dal padre, anche lui, per la prima volta ha festeggiato il suo compleanno), il maggiordomo dei Savoia (giuro), una lap-dancer, e purtroppo è cominciato da poco, chissà cos’altro ci sarà il tempo di scoprire. L’elemento in comune è la capacità di attirare la curiosità morbosa dello spettatore, sia per contrito pietismo, sia per entomologica fascinazione per il diverso. Del resto se lo spettatore medio di un reality è per sua stessa scelta un voyeur, quest’edizione non fa che mostrargli finalmente tutto quello che le altre finora suggerivano, o lasciavano intuire, o facevano sbirciare appena.
Logico quindi che il fulcro su cui si gioca sia la mera pulsione erotica. Non si vive solo di superiorità (provata, e presunta) o di ammirazione (idolatria, dipendenza) nei confronti del cast. Quest’anno per favorire gli accoppiamenti all’interno della casa1 gli autori hanno badato a selezionare preferenze sessuali il più possibile variegate; riassumendo sulla base delle notizie attualmente pubbliche, abbiamo una lesbica, una bisessuale, un bisessuale (il maggiordomo, che forse non era solo un maggiordomo, ammicco ammicco), un possibilista, due-tre donne che apparentemente si getterebbero addosso al primo essere animato che possano incontrare per strada (tra cui Cristina, la lap-dancer, quarta naturale ma ampliata a diciott’anni ad una sesta) ed un paio di uomini così disperati che non vedrebbero perché discriminare gli oggetti inanimati (tra cui un presunto playboy). Tutti piuttosto carucci, shakerati perché cominciassero ad intersecarsi2: da questo punto di vista gli autori non avrebbero potuto fare di più (tranne forse aggiungere un carro di buoi, proprio per stare sicuri3).
Insomma, la prima nota interessante dell’edizione di quest’anno è questa: gli autori ormai non si limitano più a constatare ed assecondare la morbosità del pubblico; mai come stavolta vogliono suggerirla, stimolarla, indirizzarla. Sono i primi? No, e forse nemmeno i più espliciti. Purtroppo non vedo tanta televisione4 e non sono in grado di stabilire né quanto la scelta sia condivisa da altri programmi, né da quando si è iniziato. Però capite che ostentare il diverso davanti al pubblico generalista in un contesto fortemente irreale spacciato per spaccato realistico non ha nulla o quasi a che vedere (checché abbia detto l’Arcigay sulla vittoria di Luxuria) con l’integrazione. Perché si attivano i meccanismi di cui sopra: il pietismo (poverino, che vita sfortunata), il buonismo compassionevole (bisogna volergli bene che ne ha avute tante), il voyeurismo (chissà se le due lesbiche della casa… ihih5.), l’eccitazione. È facile finché i soggetti osservati sono dentro una gabbia. Poi però se una coppia gay vuole adottare un figlio, li si ritiene inadatti a svolgere il ruolo di genitori. Perché sono tanto carini, peculiari, normali finché non possono nuocere, finché lo status di normalità non gli pertiene davvero. Poi basta.
[La seconda parte è qui]
In pratica, come tutti quanti voi (immagino) ho letto degli autobus con le pubblicità atee: a Washington, a Londra, a Barcellona, prossimamente a Genova (e magari sto saltando qualche posto, fanulla). Gli slogan sono un po’ differenti, ed il più divertente è quello australiano ("gli atei dormono la domenica mattina"), di cui mi parlava una mia amica e che pare essere stato prontamente bloccato dall’oceanico governo, sia mai.
Poi ho cominciato per caso a seguire la discussione (mi sono imbattuto in un post di Mantellini ed uno di Sofri), disinteressandomi perché occupato da quella mezzora di vita vera(tm) che mi concedo ogni settimana. Discussione che pare essersi evoluta fino ad occupare l’attenzione della blogosfera, patria di santi, pirati, navigatori, commissari tecnici ed opinionisti in generale.
Finché oggi un post del beneamato Leonardo (leggetelo se ancora non l’avete fatto, magari non siete d’accordo ma la prospettiva non è certamente banale) non sottolinea uno dei due assunti da cui parte la mia posizione in merito (posizione di cui presento non possiate fare a meno): la non-esistenza di Dio, se vogliamo ragionare su basi prettamente logiche (e voglio sperare lo facciate, o diventa una qualsiasi guerra tra fazioni), è indimostrabile, esattamente quanto la sua esistenza2.
Chiaro che parliamo di un mondo idilliaco in cui uno stato estero, accidentalmente piccolo, situato a Roma e popolato solo di devoti di una grande religione monoteista (più un buon numero di buontemponi vestiti come Arlecchino) non interferisce in fase legislativa con la laicità che di questo mondo idilliaco è la naturale connotazione. Piccolo promemoria per quelli tra di voi che hanno meno di 4 anni: laicità non significa ateismo, significa che le scelte dello stato per la comunità di cittadini sono parimenti neutre verso ogni religione, scelta la più logica per evitare l’insorgere di discriminazioni e conflitti fra le diverse religioni (e l’ateismo stesso). Ecco, se nel grande calderone che va di moda chiamare Paese Reale gli atei non fossero additati, neanche fossero froci (3), magari non percepirebbero il bisogno di affermare cose indimostrabili, sostanzialmente per rivendicare visibilità e conquistare così quello che dovrebbe essere un loro sacrosanto diritto (il diritto alla loro incredulità, apertamente manifestata, pacificamente accettata e parimenti rispettata e diffusa attraverso i media rispetto a questa o quella confessione). Chiaro altrettanto che mi sembra debba essere indiscutibile il diritto degli atei a scrivere quello che gli pare sull’esistenza, o meno, di Dio, come quello di atei e non atei di condividerlo (o meno). Scusate il sofisma.
Ne rimane che io, da agnostico, ho sempre trovato piuttosto brillante, non necessariamente pavida e certamente conveniente e condivisibile in termini strettamente logici la scommessa di Pascal, che mi sembra tagli di netto la necessità della discussione sull’esistenza:
conviene credere a Dio perché:
- se Dio esiste, si ottiene la salvezza;
– se ci sbagliamo, si è vissuto un’esistenza lieta rispetto alla consapevolezza di finire in polvere.
che purtroppo rimane inapplicabile all’atto pratico a meno di non ripiombare (è sempre difficile mettere in pratica un principio logico applicandolo ad una moltitudine di individui) nella religione di stato, riportando alle conseguenze sopradescritte.
Comunque, insomma, la questione mi pare lampante: non si può dimostrare che Dio esista o meno, in ogni caso conviene crederci4. Con questo, beninteso, non voglio minimamente incoraggiare nessuno a farlo. Quindi? Quindi nulla, volevo salutarvi, ché sto partendo in pellegrinaggio. Statemi bene, eh. Fatemi sapere dei bus. Oh, e mi raccomando, se vi ho convinto: penitenziagite.
* sive, è vero che Facebook si può usare come surrogato di Tumblr, ma poi non commenta nessuno, così tu riposti le stesse cose altrove. Il dio di cui (per fonti storiche e luogo geografico degli episodi cui ci si riferisce) si parla in questo post si identifica principalmente con Dio(c). Dio(c) in Italia è un marchio registrato della Chiesa Cattolica, S.P.A.1
1. La tentazione di scrivere "divisione italiana della The Coca-Cola Company", o giù di lì, è molto forte, ma temo rasenti il vilipendio (e ultimamente sono tutti molto sensibili, quindi evitiamo).
2. Che credete? Lo so, che mica è così facile.
3. Il discorso è intuitivamente analogo, no? E spero si intuisca anche l’ironia.
4. La conclusione è per ragioni differenti la stessa del post di Leonardo. Ma scommetto che a parità di commenti io otterrei più insulti.
Disclaimer: questo post non rappresenta le opinioni collettive del blog ma quelle del singolo autore del post stesso. Inoltre questo post contiene una quantità di postille quasi pari per mole al post stesso (il che immagino lo renda postmoderno. Un post-post-moderno. Ahah. Ehm. Scusate.)
Se anche un mezzo generalista, con tutta la sua naïveté, riesce a fornire una descrizione accettabilmente accurata di una tendenza, e le varie parodie, più o meno graffianti, sono sempre più diffuse e sempre meno grossolane, spesso quella tendenza sta vivendo la fase di maggiore diffusione (non mediata e non meditata ma accettata perché in auge), ed è prossima alla fine, fino alla prossima palingenesi, da nicchia a tendenza e così via.
Quando li cattura una definizione/il mondo passa a una nuova generazione.
Miei adorati lettori di Repubblica online, benvenuti.
Siete finalmente preoccupati anche voi che il mondo possa essere inghiottito da un enorme buco nero creato dalla Svizzera? Benvenuti, di nuovo. Consideriamone intanto i lati positivi: in questo modo, intanto, la Svizzera verrebbe finalmente ricordata per qualcosa che non sia l’orologio a cucù o il cioccolato (non serve che citi la famigerata frase pronunciata da Orson Wells, nevvero?*)**.
Secondariamente, dovete valutare il fatto che diverse persone si preoccupano dell’argomento da molto prima di voi, sollevando timori apocalittici o smentendoli più o meno categoricamente (vi prego di apprezzare come in ognuno dei tre articoli che vi ho linkato il coordinatore dei professori preoccupati dal fatto sia una persona differente). Su Asphalto se ne dibatte ovviamente da tempo, e chi ha un po’ di audience vip ha ricevuto una spiegazione su misura (in calce al post), divertente e rassicurante, che contiene inoltre un’informazioncina aggiuntiva che mi pare nessuno degli organi di stampa ufficiali abbia divulgato: una volta fatto il collaudo il 10, verificato che l’apparecchione funziona e che i tecnici non prendono la scossa, le prime collisioni saranno il 21 ottobre. Segnatevi la data sul calendario.
Perchè ecco, sì, anche nelle menti più ragionevoli, nonostante le rassicurazioni, permane una certa ansia. Io personalmente ho approfittato mesi fa della pazienza del sempre benemerito Dr Psycho per scrivergli una mail chiedendogli se siamo spacciati, mail a cui lui mi ha risposto puntualmente e rapidissimamente, sostenendo che no, nient’affatto. Inoltre quest’estate ho scoperto che una mia cara amica sta facendo la tesi della sua specialistica in fisica proprio su questo argomento, e non concedeva spazio agli imprevisti.
Tuttavia ad angustiare è quella minuscola, insignificante premessa a tutte le rassicurazioni, che recita all’incirca così: "se succedesse qualcosa, significherebbe che le teorie attuali della fisica sono sbagliate, e di molto". Il che, uhm, considerando il modo vieppiù empirico con cui alcune teorie scientifiche si sono rivelate esatte od errate (ora non sto nemmeno a fare una stima, ammettiamo anche che sia solo lo 0,1 per cento: non è come dire mai, mi pare), non basta a fugare completamente ogni paura. Tanto più che dopo aver speso sei miliardi di dollari per realizzare il tutto, appare improbabile che si decida davvero di non utilizzarlo. O sono io che sono amabilmente naif?
Qual è la morale di questo post? Beh, almeno cantiamoci su***.
Piccolo update: persino Delio non dico che tema qualcosa, però dubita che l’LHC si muova su leggi fisiche completamente note. Per dirla a parole mie, che non ne capisco nulla, si sarà intuito (per chi invece è in varie misure competente, invito a leggere il link presente nel summenzionato post di Delio, e specialmente i commenti).
* Ci sono svizzeri in sala? Tranquilli, a voi la spiego dopo.
** Come? Mi sono inimicato in un post solo i lettori di un noto quotidiano nazionale ed un’intera nazione straniera? Bene, piacere, sono Giorgio Blueblanket. Se le cose andassero male, entro un paio di settimane quello che ho scritto qua non importerà granchè. Se invece andassero come previsto, volevo raccontarvi questo gustoso aneddoto:
nel 2004 ero in vacanza a Barcellona. Ad un certo punto mi presentano un amico di un amico, e mi dicono: "Questo è Michel, viene dal Liechtenstein". Ed io, stringendogli la mano: "Oh, cavolo, incredibile!" Al che lui: "Perchè incredibile?" Io: "Beh, non pensavo ci fossero veramente abitanti, in Liechtenstein.".
Oh, non ci crederete, ma non mi ha parlato più per il resto della vacanza. Pensa te.
*** Dovreste trovare già apprezzabile il fatto che abbia risparmiato battute sul killer groove, o sulla musica black (like in "hole"), o su quant’altro possa venirmi in mente se ci penso altri trenta secondi.
***
Il piccione volava distratto, sfiorando pericolosamente alcuni passanti più bellicosi e rapidi di altri, una bici, un pioppo, un paio di suv, un lampione – il lampione chiaramente nemmeno si era mosso.
Con un paio di volute affannate riuscì a sollevarsi ancora ed a posarsi sul tetto dell’edificio, vicino all’insegna. Casaleggio ed., LTD, si leggeva, e sulla T spiccava un volatile sovrappeso. Il piccione valutò la situazione e decise di restare lì a meditare ancora un po’ sul da farsi, mentre tre piani più in basso Miscavige entrava nell’edificio. Il traffico intorno al Madison Square garden continuava indifferente.
***
“Cin”
“Cin”
“… davvero, non è questione di aspirazione alla frustrazione.”
“Mh.”
“Il punto è che Hank piace perché noi abbiamo già tutti i suoi difetti: pensiamo da anni alla stessa persona, non abbiamo mai sfruttato davvero le nostre capacità, siamo infelici e incapaci.”
“…”
“E la differenza è che lui oltre a questo è un donnaiolo ed uno scrittore di talento. Non si desidera l’infelicità, si desiderano le capacità.”
“E la possibilità di fare l’allegro cazzone a quarant’anni.”
“Sì, ma sul serio. Io ero un quarantenne quando ne avevo venti, a quarant’anni vorrei essere un ventenne.”
"Cinico e un po' stronzo?"
"Cinico e un po' stronzo."
“…”
***
L’odore è ancora troppo penetrante quando riapre gli occhi. Le palpebre sono pesanti, ed il sevoflurano ancora in circolo nei polmoni rende troppo difficile da sopportare persino la voce altrui.
“Parlate di meno, lentamente, faccio fatica”, riesce a dire dal letto alle due persone che gli sono accanto, che conversavano animatamente. Tacciono. Gli occhi che spuntano dalle lenzuola bianche e grezze dell’ospedale sembrano confusi.
“Cosa…”, cerca di dire, ma la fatica ha la meglio e ritorna a dormire.
***
“Quand’è che questo gioco è diventato più grande di noi? Che non siamo più riusciti a controllarlo? Per esempio… Ironman, l’hai visto Ironman, tu?”
“Beh, io…”
“Sai cos’ha scritto Strade dissestate? Cinquanta righe di elogio – alla sceneggiatura, agli attori, alla regia, agli effetti speciali, alle metafore – con un lunghissimo panegirico sul sottotesto morale. Tu l’hai visto, Ironman?”
“No, com’è?”
“E’ orribile. Si salvano gli attori e gli effetti speciali. La regia è scontata e la sceneggiatura fa ridere – dove non fa tristezza. È un elogio degli americani buoni e delle armi usate per giusti fini, inframmezzato da gag più o meno divertenti.”
“…e?”
“E quando è diventato normale il camp? Quand’è diventato encomiabile? Da quando Ironman è globalmente un bel film?”
“Io non…”
“Siamo noi che abbiamo legittimato tutto questo?”
***
Occhi aperti. Fatica. Occhi chiusi. Ecco, ora sì. Oocchi aperti. Bene. Pensieri da coordinare. Parliamo, proviamoci. Sorridono. Come sta. Sto bene, dico, o forse ci provo soltanto, forse farfuglio “OEEE” e lascio a loro lo sforzo di interpretare. Ieri febbre, mi dicono, capita, è normale. Adesso flebo, da domani mangia, non la voglio la flebo, già mi fa male tutto, non la voglio la flebo voglio solo dormire, dormire, dormire e ricordarmi perché sono qui e che cosa ci faccio.
***
Io al concerto dei Battles non c’ero. Non ero in città, se ci fossi stato ci sarei andato.
Eppure lo so, come era quel concerto. Era un frullatore: elettronica, math-rock, improvvisazioni di jazz acido, noise, tasti suonati a caso. Mi piace? Mi piace, è la mia posizione ufficiale, oramai io sono le mie posizioni ufficiali. Mi piace l’elettronica, mi piacciono i Battles.
C’ero al concerto? No, ma se necessario sì. Se dovessi potrei parlarne, ne ho viste a decine di concerti così, non fa nulla che non fossi davvero sotto il palco a vedere Ian Williams che ballava sghembo con la sua chitarra violentando sincopatamente la tastiera.
Se dovessi potrei parlarne, io il concerto dei Battles l’ho visto anche se non c’ero.
***
“Ben svegliato.”
“Ciao…”
“…David.”
“Ciao, David.”
“Ricordi?”
“Niente.”
“Normale. Domani comincia il tuo training. È stato così per tutti, stai reagendo bene. Beppe abbiamo dovuto legarlo il primo giorno”
Beppe. “Beppe…”
“Sì. È normale, te l’ho detto, non sei il primo. Dormi, riposati, domani ti spiegheremo.”
Dormo.
***
E non lo so fino a che punto è stata una scelta voluta e quanto invece le cose si sono impossessate di me. Fisso lo schermo e non riesco a rispondermi.
Io ci lavoro, davanti a quello schermo. Ci passo le giornate, mi sono detto, tanto vale dedicarci anche il tempo libero, mi ci trovo. Così – twitter, myspace, anobii, lastfm, flickr, non ricordo più neanche dove ho veramente aperto un account e dove ho solo pensato di farlo.
E le cose si impadroniscono di te così, lentamente, un passo per volta. Cosa importa se dopo nove ore di lavoro passo ancora altre due ore davanti ad un LCD. Non mi costa fatica. Non mi dispiace.
Uscire? Ancora un feed, ancora un commento.
La ventola ronza silenziosa mentre la luce passa tra i contatti, costante ed indifferente a dispetto di tutti i fan di nerooogle del mondo.
***
Oggi è diverso. Lo aiutano ad alzarsi, a lavarsi, lo vestono. Ti gira la testa? No. Va bene un discorso più lungo? Va bene. Vieni con noi. Va.
La stanza è un ufficio asettico virato in bianco, un ficus stereotipato, qualche foto alle pareti. Il titolo di commodoro, una foto dell’attore che salta sopra i divani impegnato a promuovere Narconon.
Dietro la scrivania ci sono due sedie, sulle sedie due marionette, o due persone, è tutto ancora così buffo. Parlano, una in inglese ed una in italiano, spiegano.
Non ti devi preoccupare di nulla, ci pensiamo noi. Tu non ricordi, è normale, è tranquillo, è tutto scritto. Indicano dei fogli, gli puoi dare un’occhiata se vuoi, alle prime pagine, riconosci la grafia?
Il resto non lo leggi però, funziona così. Riconosce la grafia.
Da adesso andrà tutto bene, da adesso non sei più solo, ci pensiamo noi, non ti devi preoccupare di nulla. Non sei il primo sai, sappiamo già cosa fare, in questo momento stai vedendo Cai Guo Qiang al Guggenheim. Tranquillo, leggi e ricorderai. La gente, la gente si aspetta delle cose da te, tu non ne potevi più, quelle cose gliele daremo noi. Non ti devi preoccupare di nulla, è normale.
La conversazione dura troppo e le palpebre sono di nuovo pesanti ed il ficus è più difficile da osservare adesso ed una delle due persone in camice se ne accorge perché la conversazione termina così.
***
“Ehi.”
“Ehi, quanto tempo… Come va?”
“Ti ricordi l’anno in cui Julian Cope si tagliò sul palco? Ti ricordi i concerti al Velvet? Ti ricordi la prima volta che ti accennato del gruppo svedese che a maggio avrebbe suonato a Bologna, la prima volta che ti ho parlato di Gibbard?”
“Che hai?”
“Sono stanco.”
“Lavori troppo. Ma non è questo. Mi spaventi. Che hai?”
“Niente.”
“Mi chiami dal nulla, parli a fiume, non è vero che non hai niente. Che hai?”
“Sono sempre stato così?”
“…”
“Seriamente.”
“Così come?”
“Dai che lo sai che voglio dire”
“Sì. No. Uff. Che vuoi che ti dica?”
“Non lo so”
“Sei sempre tu, io ti conosco da tanto. Però non sei sempre stato così. Non posso parlare comunque, sto lavorando. Mi chiami dopo?”
“Mh.”
“Mi chiami dopo?”
“Va bene.”
“Va bene. Ci conto. Stai tranquillo e poi ne parliamo.”
“Sì. Ciao.”
“Ciao.”
***
Poi per un momento mi è sembrato di ricordare. Ero sveglio, dormivo, non lo so. Cioè lo so, razionalmente lo so, si chiama allucinazione ipnagogica. Di solito succede che credi di svegliarti e rimani paralizzato. Urli e non ti sente nessuno. Hai visioni, probabilmente è così che la gente parlava con dio anni fa. Allucinazioni ipnagogiche. Eppure mi è sembrato di ricordare.
Scrivevo, avevo questo… avevo un blog. Mi chiamavo… mi chiamavo Fabiano Frangia. Sì, Fabiano. Mi pare. Scrivevo di musica, scrivevo, la gente… maledetta indeterminatezza dei sogni. Non era così. Mi chiamavo… mi chiamavo Filippo. Filippo Facci. Sì, questo me lo ricordo, Filippo Facci, il nome me lo ricordo. Scrivevo di tutto, la gente leggeva e commentava, male commentava, la gente leggeva e mi insultava. Filippo Facci. Oppure no, la gente mi insultava davvero? Eppure per un momento mi è sembrato di ricordare.
***
La gente balla comunque, se metto elettronica ucraina o quel pezzo che adoro che dice Then you picked the wrong place to stay. La gente balla comunque, lo fa da sempre qui, eppure mi sembra diverso. Mi sembra che prima ballassero di tutto perché erano curiosi di tutto, era il sapere aude della musica. Ora ballano di tutto perché tutto gli è indifferente, non sono qui per la musica, non sono qui per scoprire, sono qui ma potrebbero essere al Billionaire se fosse di moda il Billionaire.
Meglio quando ce la tiravamo in trenta, quando Meloy era un cognome come un altro? Chissà. E chissà quanti lo hanno detto di me quando sono entrato qui la prima volta, quando guardavo io l’uomo con il box dei dischi dietro il palchetto rialzato scegliere la canzone successiva. Where are your friends tonight?, continua a chiedere, ed io la risposta davvero non la so.
***
“Reagisce meglio del previsto.”
“Sì, ottimo soggetto.”
“Il team come sta andando?”
“Bene. I nuovi si stanno integrando con quelli scelti da lui. Un po’ troppo anarchici.”
“Pensi che…”
“Solo se necessario.”
“I nostri?”
“Firmeranno a suo nome. Alcuni già lavoravano per…”
“Sì, chiaro.”
“E per Antonio.”
“Mh.”
“Cosa?”
“Ce n’era davvero bisogno?”
“Lo sai anche tu che non ho fatto niente stavolta, è stato lui”
“Sì, ma…”
“Sarà utile, non ti preoccupare.”
***
Ieri ho passato il limite. Dal nulla hanno cominciato a parlarmi in tre su googlechat. Ho detto che stavo uscendo e ho salutato tutti affrettatamente.
Poi mi sono deciso, non ne posso più, ci pensavo da un po’. Basta, davvero.
Sono andato alla libreria e l’ho preso. Il web è morto, viva il web. Non ho potuto fare a meno di ridere. Com’è ironico il fato, i segnali che ci manda quando si diverte a prendersi gioco di noi.
Ho controllato la quarta di copertina mentre cominciavo a premere i numeri sulla tastiera.
“Pronto?”
“Gianroberto?”
“Chi parla?”
“Mi chiamo Francesco. Però scommetto che conosci il mio blog. Vorrei proporti un patto. So come funzionano le cose, vorrei farne parte anche io.”
“…”
“Beh?”
“Non parliamone qua. Ci incontriamo per un caffè e ne discutiamo un po’, ti va?”
“Va bene.”
“Senti, se ci trovassimo d’accordo… ti piacerebbe vedere Sutton Square di persona? Sai, mi pareva che ti piacesse…”
“Sì.”
“Bene. Mi faccio sentire. Ciao”
***
Mi hanno lasciato quelle quattro pagine sul comodino. Francesco Fungo, c’è scritto grosso nella prima, e la grafia è la mia, il nome è il mio. Continua con una serie di dati inutili per una pagina e mezza. Salto. Leggo. Dipendenza, recupero, collaborazione, editore fantasma, amnesia indotta, 2.0. Rileggo, non ci posso credere. Io sottoscritto Fungo Francesco… non ci posso credere. Però comincio a sentirmi meglio. Respiro. Non ho neanche voglia di dormire.
Entrano, gli chiedo se posso tornare in quell’ufficio, devo chiedere una cosa. Nessuna sorpresa. È tutto normale, certo, non sono il primo, eccetera.
E adesso, domando. Adesso ci pensiamo noi. E se volessi aggiungere qualcosa? Puoi, chiaro che puoi. Beppe aggiunge sempre delle battute qua e là. E gli altri? Gli altri li hai scelti tu, da prima. Io? Tu.
You think over and over, "hey, I'm finally dead.”
Io. Va bene allora, scriverò qualcosa io, voglio sancire il passaggio, voglio marcare la differenza. Non esiste e non è mai esistito, è una vostra proiezione mentale, batto in terza persona come da protocollo, rido da solo adesso nella luce fioca della stanza, e altrove continuo, dopo 5 anni e mezzo, da queste parti comincia l'era due punto zero.
Tenetevi forte.
(via 7yearwinter)
O idee. O che stai copiando il padrone di casa.
Salve, sono Giorgio Blueblanket.
Come probabilmente saprete, Inkiostro è stato rapito ieri nel Bronx da una banda di portoricani e da 24 ore è rinchiuso in un seminterrato, dove i malintenzionati cercano di carpire il codice della sua carta di credito costringendolo all’ascolto coatto di musica altrettanto coatta. Cascano male, però: Ink ha già espresso gradimento per l’ultimo di Shakira e per il Best of di Jennifer Lopez, mentre uno dei rapitori si è dovuto amputare la mano per resistere senza impazzire.
Nel frattempo il blog è lasciato inerme in mano a chiunque (prova ne sia che ci scrivo anche io) e molti* sono confusi, disorientati, in preda ad attacchi di agorafobia, amaxofobia, glossofobia, rupofobia, nomofobia e, in alcuni casi, parureris (ma sinceramente parliamone, ne soffrivate già prima, lo so, vi capisco). Tra l’altro, mentre scrivevo questo post è arrivato il post di Woland a segnalare un inquietante calo delle visite.
Ma non vi preoccupate, io sono tornato qui per qualche giorno dalla Francia** apposta per questo: farvi sentire come se foste ancora seduti a leggere il vostro caro, vecchio Inkiostro.
Quindi adesso seguite me: fate un bel respiro. Fatto? Bene. Ora visualizzate alcune immagini felici, se non vi vengono in mente ve le suggerisco io: Douglas Coupland ricostruito con i Lego che scrive davvero un libro (ed è un libro bellissimo). Kevin Smith impegnato in un biopic sugli 883. Nick Cave che fa uscire un nuovo disco (ed è in disco belliss…bell… è un disco di Nick Cave, vabbè). Cat Power che esce dal tunnel del piano bar e comincia ad incidere indietronica insieme ai Suburban Kids with Biblical Names. Xkcd che fa una vignetta sullo spam in uffico (ahah, rido solo a scriverlo). Una donna che vi si avvicina e vi sussurra all’orecchio con un unico sospiro sexy “Sai, i tuoi feed mi emozionano, mi ritrovo a ribloggarne la metà su Tumblr ed a parlarne su Twitter per l’altra metà, mi addormento con le tue canzoni preferite su LastFm, leggo i tuoi libri su Anobii ed ho scoperto che abbiamo un sacco di amici in comune su Facebook… mi bookmarkeresti?***”.
Bene, ora che i vostri accessi (e la vostra pressione) sono risaliti fino ad un livello normale, partirei con il post vero, che è più o meno così:
_Happy Sad, o “anche tu Michel Gondry”. Una meraviglia di video per Norah Jones e una cosa più homemade per Paolo Conte. (Come? Preferivate Norah Jones? Accontentàti).
_You’re so quirky! And so am I!. Se Juno fosse 10 volte più corto e 100 volte più onesto (per festeggiare l’unico bel risultato di questa campagna elettorale, lo 0,3 percento del buon Ferrara) (via Violetta)
_Cinema inesistente. Continuando con le speculazioni sulla celluloide, tra Woody Allen e Luttazzi, tre pagine di recensioni di film mai esistiti. Esempio: Quattro matrimoni e otto funerali
Jim ama Laura, Laura ama Chris, Chris ama Julia. Julia ama travestirsi da segretario delle nazioni unite e commerciare in pollame al mercato nero. Anche Frank ama Julia, ma Frank è solo un ombrello e non ha speranze. Il funerale di Monkey-monky, l’odiosa scimmietta della Regina, è l’occasione per ognuno di riflettere sulla mutevolezza del clima, gustando superbe tartine al salmone avvelenate personalmente dal Principe del Galles.
_Aspetta primavera, Bandini. Ma voi l’avevate letto questo post? E questo? E questo? Tanto per ribadire che costui è un genio.
_Col senno di poi, come dargli torto. Una notizia d’antan per i cultori dello shoegaze in senso lato. Perché l’ottimismo è il profumo della vita.
_L’inarrivabile approfondimento sociale di Repubblica. Cattive ragazze. Giusto un po’ surreale qua e là.
_Grilli per la testa. Qualche giorno fa era il 25 aprile, si ricordava la Liberazione e la fine vittoriosa della Resistenza (anche se qualcuno non era troppo d’accordo). Nello stesso giorno a Torino si proponevano tre referendum, due dei quali molto condivisibili. Perché ne parlo? Perché su Macchianera Filippo Facci dedica 4 puntate a sconfessare Beppe Grillo con le sue stesse armi: personalismi, fatti poco significativi, allusioni, pareri di gente che non lo sopporta (qui, qui, qui e qui). Killeraggio mediatico su commissione? Perché no. I grillini non apprezzano e senza cogliere il paradosso insultano, dal primo commento, senza preoccuparsi di smentire nel merito, Facci figliodiputtanaservodeiservirottinculo. Se Grillo al netto dei fatti non ci fa una grande figura (ma nemmeno una terribile), vedendo Facci così gratuitamente offeso (quando, ne parlavo tempo fa, esiste ancora la possibilità di incazzarsi e smentire con un po’ di civiltà, o persino di offendere, ma contestualmente e portando degli elementi a proprio favore) pensavo a cosa direbbero i grillini dell’articolo di Merlo. Servo di chi?
_Senato: Schifani è presidente. Nomen omen, ha detto il mio coinquilino. E “Bossi sa cosa può farci con i fucili caldi”, ha chiosato una mia amica. Esagerati. “Come è possibile?”, si chiedeva El Pais già da prima dei risultati delle elezioni. È possibile, è possibile. Io, per conto mio, un modello comportamentale ce l’ho.
_P.S. Un intero post su Inkiostro e credo non sia ancora comparsa la parola nerd. Diamine, rimedio subito. Saluti.
** In Francia, peraltro, soffrire di paruresis, anche in forme lievi, è una maledizione; i bagni francesi sono infatti di solito non più grandi di 6,
*** Quest’ultima temo vada meglio con gli uomini che con le donne. Portate pazienza.