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martedì, 26/02/2013

Un governo a 3 stelle

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Gli elettori non hanno sempre ragione, ma hanno le migliori ragioni possibili date le circostanze. Ieri, gli italiani si sono divisi in quattro gruppi più o meno uguali. Un gruppo, leggermente più ampio, ha preferito scegliere la prudenza sperando in un rinnovamento graduale ed equilibrato. Un gruppo ha dato, ancora una volta, fiducia a Berlusconi. Un gruppo ha preferito non votare, o non ha potuto. E un gruppo, molto più grande del previsto, ha voluto sparigliare le carte votando il Movimento 5 Stelle. Ora che le carte sono sparigliate, però, bisognerà pure far qualcosa. Lo dicono tutti, ma è vero: qui si rischia davvero grosso.

 

La prima opzione è che si torni a votare. La cosa è complicata e comunque, per questioni costituzionali, bisognerebbe quantomeno aspettare maggio e il nuovo Presidente della Repubblica. Nel frattempo l’incertezza creerebbe disastri. La seconda opzione è la più facile, per i neoeletti parlamentari di PD, PDL e Monti: la grande coalizione. Sarebbe una coalizione instabile, che probabilmente durerebbe poco e che riuscirebbe a concludere poco. Ma si tratterebbe di mettersi d’accordo tra politici d’esperienza, che parlano grossomodo la stessa lingua: l’hanno appena fatto, possono rifarlo. La conseguenza, però, sarebbe riuscire a fare poco, e farlo male, per poi cadere nel giro di un anno o poco meno. Si tornerebbe alle urne e l’ultimo gruppo, quello che ha provato a sparigliare le carte, sarebbe probabilmente cresciuto in numero e in insoddisfazione.

 

La terza opzione, invece, è la più difficile, forse impossibile, ma probabilmente l’unica vera via d’uscita. Che il Partito Democratico si rivolga al Movimento 5 Stelle per sostenere assieme un governo delle riforme. È vero che, a sentire il capo carismatico del movimento, le prime reazioni sono: morti, scappellotti, inciuci e, ovviamente, vaffanculo. Però l’unico modo per mettere alla prova un riformatore è offrirgli delle riforme. Se vogliono davvero cambiare questo paese, i deputati e senatori del Movimento 5 Stelle non potranno rifiutare un programma di governo che sposi diverse loro proposte. Se il PD offrisse loro una riforma radicale della politica, una legge sul conflitto d’interesse e sulla proprietà dei media, una forte legge anticorruzione, un taglio degli sprechi e un programma d’investimento (graduale, realistico) su scuola e sanità, potrebbero davvero tornare dai loro milioni di elettori e raccontare di aver risposto vaffanculo?

 

La fattibilità di questa opzione dipende da tanti fattori: la ragionevolezza del PD, la ragionevolezza dei neoeletti a 5 Stelle, la possibilità di mettere assieme un programma sensato. L’ultimo fattore lo possiamo verificare subito, basta andare a vedere il famigerato programma (pdf) del Movimento e guardare cosa c’è dentro. È vero, ci sono dentro delle cose vaghe o di difficile realizzazione e cose di cui non è chiara (per usare un eufemismo) la copertura finanziaria. Per non parlare delle cose urlate nelle piazze o a gruppi scelti (fuori dall’Euro, abolizione dell’IRAP) di cui non c’è traccia nel programma ufficiale (almeno io non l’ho trovata). Però ci sono anche cose ragionevoli che potrebbero trovare d’accordo moltissimi elettori del centrosinistra. Non sarebbe certamente un governo a 5 stelle, ma forse potrebbe averne 3, di stelle. Con un programma ambizioso:

 

-    Abolizione delle province
-    Abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti
-    Accorpamento dei Comuni sotto i 5000 abitanti
-    Radicale riduzione di stipendi e altri emolumenti ai parlamentari
-    Divieto di cumulo delle cariche elettive dei parlamentari
-    Trasparenza delle sedute del parlamento e delle assemblee elettive locali mediante il web
-    Referendum senza quorum
-    Obbligo di discussione parlamentare per le proposte di legge d’iniziativa popolare
-    Programma di riduzione tendenziale del consumo energetico
-    Eliminazione dei contributi pubblici per le testate giornalistiche
-    Ripensamento severo delle leggi sulla proprietà dei media in modo da colpire le concentrazioni e favorire la proprietà diffusa delle testate e il pluralismo degli operatori
-    Abolizione dell’ordine dei giornalisti
-    Riduzione dei tempi di monopolio della proprietà intellettuale
-    Riforma per rafforzare la rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate
-    Tetto per gli stipendi dei manager di società pubbliche e a rilevante partecipazione pubblica
-    Riduzione dei costi della macchina amministrativa pubblica
-    Riforma degli ammortizzatori sociali (sussidio di disoccupazione)
-    Programma per il (graduale) investimento nella sanità pubblica, a favore dei redditi più bassi
-    Programma per la (graduale) diffusione di internet in tutte le scuole, con accesso degli studenti
-    Insegnamento obbligatorio della lingua inglese sin dall’asilo
-    Abolizione (cum grano salis) del valore legale dei titoli di studio
-    Abolizione dei finanziamenti pubblici alla scuola privata

 

Grillo e, soprattutto, i deputati e senatori del Movimento 5 Stelle sarebbero pronti a sfiduciare un Governo che garantisca anche solo una parte consistente di queste proposte? E se lo facessero, aprendo la strada a una grande coalizione tra PD e PDL, cosa ne penserebbero i loro elettori? Fossi in voi, proverei a chiedere agli amici che hanno votato 5 Stelle. Un accordo fatto solo sui programmi scritti (senza tener conto dei toni, della retorica e dell’approccio totalmente distruttivo avuto sin qua da Beppe Grillo) può sembrare naïve. Le obiezioni possibili sono tantissime e le scuse per non cooperare altrettante. Ma le occasioni sprecate sono tali anche per i rivoluzionari. Non sono i sostenitori del Movimento 5 Stelle che da mesi ci dicono di andarci a leggere il loro programma? È tempo di scoprire le carte.

mercoledì, 14/12/2011

Dizionario della Crisi / 3

di

 

tecnocrazia (s.f.)

La parola è giovanissima. Nonostante l'idea sia stravecchia. E anche se si tratta di una combinazione di parole greche (per significare il "dominio della tecnica" o forse "dei tecnici"), tecnocrazia arriva all'italiano passando per l'americano. Secondo il Dizionario Etimologico Le Monnier, la nascita della parola risale al 1931. Ma technocracy la usa già nel 1919 l'ingegnere californiano William Henry Smith in un articolo-saggio (pdf) alquanto strampalato. Smith, in soldoni, voleva che l'organo supremo di tutte le istituzioni fosse un Supremo Consiglio Nazionale degli Scienziati al fine di "consigliarci e istruirci su come Vivere meglio e su come realizzare nella maniera più efficiente il nostro Fine Individuale e Nazionale".

 

Era l'entusiasmo per il progresso scientifico e tecnologico a ispirare gli utopisti tecnocratici. Tantissimi però, nei secoli precedenti, erano stati tentati dall'idea apparentemente molto ragionevole per cui il problema del governo sarebbe, in realtà, un problema tecnico. Chi meglio di uno scienziato, un esperto della materia, un intelligentone può risolvere le questioni poste ai governanti? Le tecnocrazie immaginate nei secoli non sono, però, tutte uguali. Nella Repubblica di Platone, lo Stato ideale è governato dai filosofi. Nella Nuova Atlantide di Francis Bacon (1626), la società è organizzata sulla base di principi scientifici e tecnologici e i governanti sono tutti volti al progresso della scienza, quale mezzo per il progresso della società stessa. Ma è con la prima rivoluzione industriale che la tecnocrazia comincia ad avere un sapore moderno. Per Saint-Simon, il sapere dei tecnocrati non è più filosofico o astratto: è industriale. Sono gli "industriali-dirigenti" a porsi al vertice della società e a orientare la società verso il benessere colletivo grazie al loro sapere strategico e pratico. E con gli ingegneri radicali del movimento tecnocratico americano, nella prima metà del '900, si passa a teorizzare "un soviet di tecnici autoselezionato" per governare la società. Nel corso degli ultimi decenni, il primato dell'economia ha dato alla tecnocrazia un forte connotato manageriale. Il decision-maker per eccellenza è diventato il direttore d'azienda, l'uomo che unisce sapere e carisma, conoscenze tecniche e azione pratica organizzativa. Infine, con l'ingigantirsi del captialismo finanziario, il tecnico, il sapiente è diventato l'esperto di finanza, l'investment banker, l'uomo di Goldman Sachs (che in America chiamano "Government Sachs" per il continuo scambio di poltrone tra la potente banca e Washington).

 

La tecnocrazia è tornata di moda grazie alla crisi del debito pubblico europeo. Sia in Grecia sia in Italia, i governi in carica sono stati sostituiti da economisti che hanno rivestito importanti cariche ai vertici delle istituzioni europee. E' una roba antidemocratica? Per qualcuno sì. E purtroppo qui in Italia – ci siamo abituati – i difensori della legittimazione popolare sono spesso gli stessi che più frequentemente sbandierano intolleranza, egoismo tribale e populismo-spettacolo come loro valori chiave. Ma il problema non è così semplice. Il tecnico dovrebbe avere le competenze per sapere come far bene certe cose. Ma chi decide quali cose vanno fatte? La scelta dei fini (così si dice) dovrebbe appartenere al campo della politica. E l'idea di una tecnica che prevale sulla politica rischia di sfociare nell'idea malsana per cui le ricette, i fini, le scelte non sono più discutibili. 

 

Sul New York Times due editorialisti assai diversi (forse i più diversi tra le firme di quel quotidiano) hanno parlato di tecnocrazia proprio nei giorni dell'insediamento del Governo Monti, quando la parola finisce sulla bocca di tutti, in tutto il mondo. David Brooks coglie l'occasione per criticare alla radice l'utopia europeista. Per Brooks, la crisi di questi mesi è colpa dell'ideologia tecnocratica, cioè dei burocratici elitisti che si sono convinti di poter creare una superstruttura economica e giuridica senza una comune base culturale, linguistica, civile e storica. Sono stati loro, dice Brooks, a mettere assieme ciò che non può stare assieme. E se siamo a questo punto è colpa della convinzione di questi "grigi uomini arroganti" di poter giocare con l'ingegneria sociale di nazioni diverse. La critica di Brooks usa argomenti abbastanza comuni per il pensiero conservatore: lingua, costumi, cultura, nazione contro l'utopia razionalista dei progressisti. Ma anche il super-liberal Krugman, tre giorni dopo, bacchetta l'impossibile utopia dell'Euro. Soltanto, dice lui, che non è colpa della tecnocrazia. I problemi della moneta comune sono, secondo Krugman, esattamente problemi tecnici. E gli uomini che hanno voluto l'Euro nonostante i mille rischi tecnici non sono per nulla dei tecnocrati, bensì dei romantici crudeli e senza alcun senso pratico, che hanno imposto enormi sacrifici alla gente in nome di una visione ideologica di unità e unificazione. 

 

Purtroppo, la voglia di tecnocrati che si è diffusa per l'Italia non è semplicemente data dal rispetto per le competenze specifiche necessarie in questa difficile circostanza. A ben vedere, non ci vuole neppure una grande scienza per stringere sulle pensioni e aumentare le solite imposte e accise. La voglia di tecnica è tutta psicologica. Sappiamo tutti che ci vogliono misure impopolari ma siamo pronti ad accettarle (seppure a malincuore) solo da chi è a-popolare, cioè non scelto da noi, cioè un tecnico. La tecnica è come la lotteria: sono loro a scegliere, non i "nostri". Berlusconi non avrebbe rimesso l'ICI. Bersani non avrebbe tagliato le pensioni. Ci è andata male, ma tant'è. Possiamo consolarci col fatalismo della tecnica. E' colpa di qualcun altro.

 

Per non fare l'abitudine all'idea che sia meglio un "custode sapiente" che un politico eletto ci soccorrono due ammonizioni importanti. La prima, classica, viene da Karl Popper, che al liceo nessuno arriva a studiare (almeno ai miei tempi, quando i prof di filosofia erano ancora – sebbene ancora per poco – "tutti comunisti"). Che ci ammonisce contro le teorie politiche di Platone del filososo-re e dice che è una roba totalitaria. L'altra viene invece dai Simpson. Nel 22° episodio della decima stagione, dopo la fuga del corrotto Sindaco Quimby, alcuni intelligentoni prendono il potere a Springfield, grazie a una vecchia clausola dello Statuto della Città. Si tratta di Lisa, il nerd del negozio dei fumetti, il direttore Skinner, il dottor Hibbert e altri. All'inizio le misure dei secchioni riscuotono un certo successo (anche se sono abbastanza bizzarre, come l'eliminazione della luce verde al semaforo). Poi però cominciano i pasticci e la città rischia di finire nel caos (anche se è l'intervento di un altro genio, Stephen Hawking a sistemare le cose).

 

E' una morale da ricordare. Ma che forse noi, in questo momento, non possiamo permetterci. E, diciamocelo, dopo tutti questi anni di frustrazione, un branco di gente seria e un minimo preparata ci fa godere, anche mentre ci tartassa.

martedì, 22/11/2011

Dizionario della Crisi / 2

di


debito (s.m.)

 

Debito è parola antichissima, che probabilmente nasce assieme alle primissime regole del diritto. Prima di essere un sostantivo è un participio passato e vuol dire dovuto. Rimanda quindi a un impegno preso, che s'intende vincolante. Nella prima edizione del Vocabolario della Crusca (1612) è definito come "obbligazione di dare, o restituire altrui, che che si sia, e s’intende più comunemente di danari". In altre parole, come dice il Dizionario Universale Critico Enciclopedico di Francesco Alberti di Villanuova, del 1825, si tratta della "obbligazione di pagare altrui qualche somma di danaro".

 

Tuttavia la cosa non è così triviale come potrebbe sembrare. Il dovere che sta dietro al debito è il fondamento del diritto civile. Pacta sunt servanda, dice il motto latino. Cioè: i patti vanno rispettati. O, se si vuole, le promesse vanno mantenute. E se la promessa riguarda la restituzione di una somma presa in prestito, be', quei soldi vanno ripagati. Come sbotta Shylock, nel Mercante di Venezia (Atto III, Scena III): I’ll have my bond; speak not against my bond. Dove bond, qui, vuol dire proprio quello di cui stiamo parlando – visto che deriva dal verbo bind, cioè "legare, vincolare". Bond è legame, ma anche debito. (Un'altra parola della crisi, molto alla moda tra i più indebitati, è eurobond - cioè: che il debito lo paghi l'Europa). Per Noah Webster, autore del primo dizionario americano della lingua inglese, bond vuol dire "any thing that binds", qualsiasi cosa che vincola – cioè, aggiunge "obligation".

 

Il debito è quindi, per quanto fastidioso possa essere, ciò che lega gli uomini al rispetto degli impegni assunti. Volendo filosofeggiare, qualcuno potrebbe dire che il debito è il fondamento del vivere civile. Possiamo liberarci così, a cuor leggero, di un impegno così essenziale e basilare? Disconoscere i nostri doveri, come se non li avessimo mai assunti?

 

Il debito dello Stato è detto pubblico, perchè gira e rigira ricade su chi di quello Stato è cittadino. Per il Sabatini-Coletti, debito pubblico è "il complesso dei debiti contratti dallo Stato prendendo a prestito denaro da privati, laddove gli introiti fiscali non siano sufficienti, allo scopo di coprire il proprio fabbisogno finanziario". In America si parla di government bonds o Treasury bonds. E noi diciamo infatti "buoni" del Tesoro. Ma il buono (dal latino bonum, che secondo il Dizionario Etimologico Le Monnier deriva da una radice indoeuropea che vuol dire "utilità") è tale solo per chi i soldi li deve ricevere, non per chi li deve dare (per gli uni è buono, per gli altri è bond). Fu Alexander Hamilton, primo Ministro del Tesoro USA, a inventarsi il debito pubblico federale americano, dopo un lungo braccio di ferro con chi voleva che ogni stato badasse al suo, di debito (Jefferson in testa). Ma questa è un'altra storia (che ci riporta all'Eurobond che i Tedeschi non vogliono sentir nominare). Dopo 220 anni dall'approvazione del progetto di Hamilton, il debito pubblico americano ha aperto un account twitter. Un po' triste, in verità: twitta solo link per avere informazioni sul debito e segue solamente 4 altri twitterer: il Dipartimento del Tesoro, la Casa Bianca, un'altra agenzia del Tesoro e la Zecca Federale (che, nonostante quel che si potrebbe pensare, ha un account un po' più movimentato).

 

Il debito pubblico italiano è invece sempre stato fonte di guai. Già nel 1870, in una "lettera di un deputato a' suoi elettori" intitolata Politica finanziaria e riduzione del debito pubblico nel Regno d'Italia, un parlamentare lamentava:

 

Dappoichè si fu costituito il regno d'Italia , già molte esposizioni finanziarie abbiamo udito; tutte si rassomigliano: tutte espongono: situazioni del tesoro con gravi e progressivi disavanzi — bisogni urgenti di cassa — domande di straordinarie provvisioni di fondi, alienazioni, incameramenti, regìe, imprestiti sotto tutte le forme — domande d'imposte nuove — speranze nel progresso della ricchezza pubblica — ipotesi, calcoli, promesse d'un prossimo pareggio. Ebbene, che avvenne? Si divorarono i prodotti delle vecchie tasse e delle nuove che raddoppiarono le vecchie gravezze, e inoltre si divorò in ogni anno una provvisione straordinaria di oltre quattrocento milioni procacciata sempre con sciagurati accatti (quattro mila milioni in dieci anni), e finalmente or ci troviamo — pressochè in fin di risorse — con un disavanzo […] Dell'orribile dissesto quali sono le maledette, le infernali cagioni? L'Italia, amici miei, come altra volta dai barbari, è invasa da un'orda di selvaggi interessi: sono interessi di ambizioni immoderate, immense; interessi di cupidigie insaziabili, sfacciate; interessi di militarismo; interessi di partiti, di provincie, di regioni — di chi poco o nulla vorrebbe conferire alla cassa sociale, e prendervi la parte più opima; in una parola, sono gli interessi di un egoismo insensato, che conduce alla rovina universale o al disonore.

 

Insomma, a parte la punteggiatura bizzarra, i soliti vizi atavici. Che fare quindi? Uno slogan di qualche anno fa diceva: Cancella il debito. Ma nessuno pensava che dopo l'Uganda sarebbe toccato a noi. Oggi qualcuno lo pensa. E lo chiede. Come Padre Alex Zanotelli che firma un appello in cui si chiede la cancellazione del debito pubblico italiano. E il vincolo? il dovere? il legame? Chi è indignato dice: non è il nostro debito. E formalmente ci può anche stare, perchè lo Stato è lo Stato e i cittadini sono i cittadini (anche se lo Stato si indebita per spendere e questa spesa si chiama anche sanità, cassa integrazione, difesa, servizi sociali, sicurezza, insegnanti eccetera eccetera). Ma anche ammesso che il debito non sia nostro, lo è, ahimé, il credito. I dati dicono che poco più di metà dei buoni del tesoro sono in mano a Italiani. Il che vuol dire che cancellare il debito significa cancellare il credito – e chi di voi ha prestato soldi allo Stato non li riavrà indietro.

 

Perchè, scrive von Pufendorf ne Il diritto della natura e delle genti (nella traduzione di Giovanni B. Almici del 1757), con la nascita di una obbligazione da parte degli uni "gli altri acquistano un diritto, che avanti non avevano. Conciosiacché l’obbligazione va sempre insieme, e del pari con il diritto. Onde subito che una persona entra in qualche obbligazione, ad un’altra succede in istanti un qualche diritto, che vi risponde”. E, viceversa: morto il debito, muore il credito. Che è appunto, dice il Vocabolario della Crusca "quello, che s' ha ad aver da altrui, e per lo più moneta".

 

La preghiera che unisce tutti i cristiani recita: dimitte nobis debita nostra. Cioè: cancellaci il debito. Ma aggiunge: sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. In breve: rinunciamo ai nostri crediti purché ci siano tolti i debiti. Siete pronti a farlo? Perchè, ricordiamoci, le promesse, poi, vanno mantenute.

giovedì, 17/11/2011

Dizionario della Crisi / 1

di


 

disinteresse (s.m.)

 

Appoggiare il Governo Monti? Festeggiarlo? Tollerarlo? Fargli opposizione? Le ragioni che muovono i nostri parlamentari sono complesse. A volte indecifrabili. L'idea che tutti vogliono offrire al popolo è quella della responsabilità, del sacrificio, del mettersi a disposizione del Paese, anche contro i propri interessi personali. Per il PDL si tratta di rinunciare al governo guidato dal proprio leader e ritirare la richiesta di elezioni. Per il PD si tratta di rinunciare a elezioni in cui avrebbe buone probabilità di vincere. Tuttavia, per entrambi i partiti maggiori, si tratta anche di non essere direttamente immischiati né fisicamente presenti in un governo che con ogni probabilità aumenterà le tasse, taglierà la spesa pubblica e varerà riforme dolorose.

 

La rinuncia all'interesse di parte – in nome del famigerato Interesse del Paese – nasconde anche una forte attenzione ai propri interessi. E questa ambiguità è tutta racchiusa in una parola che i secoli hanno sottilmente trasformato e svilito – con un'incredibile accelerazione negli ultimi anni.

 

In una scena di Bugsy di Barry Levinson (1991), il gangster interpretato da Warren Beatty corregge un tizio perchè confonde due parole americane: uninterested, che vuol dire non interessato; e disinterested, che vuol dire invece (secondo l'Oxford Advanced American Dictionary) not influenced by personal feelings, or by the chance of getting some advantage for yourself, cioè non mosso dall'interesse personale. L'errore del compare di Bugsy Siegel è divenuto con gli anni un significato accettato nella lingua inglese. Tant'è che il Garner's Modern American Usage ci dice che disinterest  nell'accezione di "mancanza di interesse" è ammesso, anche se è meno corretto e i più autorevoli scrittori ne condannano l'uso (che però è diffusissimo)

 

Sarà forse la sempre maggiore scarsità di gente disinteressata – a vantaggio dei sempre più numerosi non interessati – ma è la stessa cosa che è successa nella lingua italiana. La parola disinteresse compare infatti nel XVIII secolo. Infatti, la prima edizione del Vocabolario della Crusca (1612) non la riporta. Spunta, invece, nei Discorsi Accademici (1735) di Anton Maria Salvini, un erudito fiorentino che fu Arciconsolo dell'Accademia della Crusca. E di lì in poi viene diligentemente registrata dai linguisti nella sua accezione originaria e più vera. Infatti, nel Dizionario della Lingua Italiana di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini (1869) troviamo che disinteresse vuol dire "disistima del proprio utile, noncuranza di guadagno". E nel Dizionario ortologico pratico di Lorenzo Nesi (1824) abbiamo la definizione "noncuranza del guadagno o della propria utilità". Il disinteresse ha quindi un significato nobilissimo: è la condizione dell'imparzialità, prerequisito della perfetta fairness – visto che chi agisce non può trarre nessun beneficio personale da quell'azione.

 

Il disinteresse è, se vogliamo, l'opposto di quella locuzione che ha invece imperversato per vent'anni: il conflitto di interessi. Nell'assenza di interesse (personale) in ciò che si fa c'è la migliore garanzia dell'agire giusto e del buon governo.

 

Ma la lingua è specchio dei tempi. Ci si è evidentemente accorti che il disinteresse è una rarità o un'ipocrisia. Negli ultimi mesi, mentre l'Italia si accinge al baratro finanziario e si invocano interventi giusti, nobili e non faziosi, il disinteresse dilaga tra i commentatori. Ma in un'accezione negativa. Sul Corriere della Sera, in un editoriale del 5 agosto 2011, Marcello Messori bacchetta il governo Berlusconi perché pone scarsa attenzione alla crescita del paese. Il titolista titola "Il disinteresse per la crescita". (Bugsy avrebbe reagito malissimo). Oggi, il buon Francesco Costa loda il Governo Monti a confronto di un PDL "completamente allo sbando e disinteressato alle sorti del Paese". Sul Futurista, il 20 ottobre 2011, si individua nel disinteresse la ragione per cui la Rai taglia un servizio sulle morti bianche. Mentre sul Mattino, il 18 gennaio 2011, Teresa Bartoli scrive che il silenzio di Napolitano sul caso Ruby non vuol dire che il Presidente non segua la faccenda con attenzione, perché "riserbo e distanza non significano… disinteresse". E già il 7 febbraio 2002, sul Foglio, si dice che "il disinteresse pubblico accompagna ormai stancamente la battaglia sul conflitto di interessi del premier": che non vuol dire che il popolo agisce in maniera disinteressata mentre Berlusconi fa il contrario, bensì che dell'agire per nulla disinteressato di Berlusconi non gliene frega ad anima viva. E infatti i moderni dizionari certificano l'avanzare del dark side del disinteresse. Il Devoto-Oli ha due definizioni: la prima, nobile e antica, è "attitudine o comportamento di chi non bada al tornaconto personale, in nome di principi etici, religiosi, umanitari"; la seconda è quella sempre più comune, cioè "colpevole noncuranza nei riguardi dei propri compiti o dei propri impegni". Il Sabatini-Coletti, infine, ammette il sorpasso: la prima definizione, spietata, è "assenza di interesse, di impegno, di cura".

 

L'apatia, dunque, predomina. Se interesse c'è, non può che essere personale e fazioso. Se qualcuno fa qualcosa, lo farà per un suo tornaconto. E se non ci sono tornaconti da guadagnare, meglio disinteressarsi, cioè appunto lasciar perdere. L'ottimismo di questi giorni lascia ben sperare anche sulle sorti di questa parola. Con l'aiuto di Monti (e di Bugsy Siegel) speriamo che prevalga il buon disinteresse – anche se il movente dovesse essere, per qualche mese, l'interesse dei poco disinteressati a non immischiarsi in decisioni difficili.
 

mercoledì, 29/06/2011

Grand Theft Auto 3 e la Costituzione Americana

di

Video Software Dealers Association contro Schwarzenegger non è il titolo di un B-movie con l'attore che interpreta se stesso. Ma una sentenza di una Corte della California che dà ragione ai venditori di videogames contro una proposta di legge californiana che voleva proibire la vendita ai minori di videogiochi violenti. Per questa legge, i giochi proibiti sono quelli in cui

la gamma di opzioni disponibili per il giocatore include uccisioni, mutilazioni, smembramenti o violenza sessuale contro un'immagine di essere umano, qualora tali atti siano rappresentanti [in un modo] che secondo una persona ragionevole, che consideri il gioco nel suo complesso, attragga l'interesse deviato o morboso dei minori [che è] palesemente offensivo del prevalente sentire comune riguardo a ciò che è adatto ai minori

Per i venditori di videogiochi la legge è contraria al Primo Emendamento della Costituzione USA e in particolare a quella parte del Primo Emendamento (che sancisce anche la libertà religiosa, la libertà di associazione eccetera) che è nota come la Free Speech Clause, la clausola sulla libertà di parola. Cioé il principio per cui la legge non può in alcun modo limitare la libertà di espressione degli individui.
 

La Corte ha dato ragione ai venditori di videogiochi e la California ha quindi fatto ricorso alla Corte Suprema. E lunedì la Corte Suprema ha confermato la sentenza californiana, concludendo, con votazione di 7 a 2, che la restrizione al contenuto dei videogiochi è una restrizione alla libertà di espressione e non può essere ammessa se non in casi eccezionali. Per la Corte Suprema, il principio della libertà di espressione è sempre identico, a prescindere dal medium con cui ci si esprime:

La Free Speech Clause esiste principalmente per proteggere il discorso su questioni pubbliche, ma è stato riconociusto da molto tempo ormai che è difficile distinguere la politica dall'intrattenimento ed è pericoloso provarci. "Chiunque ha familiarità con esempi di propaganda tramite opere di finzione. Ciò che per un uomo è svago insegna la dottrina di un altro" (Winters contro New York). [...] Come i libri, le opere teatrali e i film, che li hanno preceduti, i videogiochi comunicano idee – e persino messaggi sociali – attraverso espedienti letterari familiari (come personaggi, dialoghi, trama e musica) e attraverso caratteristiche specifiche del mezzo (come l'interazione tra il giocatore e il mondo virtuale). Ciò è sufficiente a riconoscere la protezione ai sensi del Primo Emendamento.

 

La Corte Suprema ha già sostenuto che "i giudizi estetici e morali sull'arte e sulla letteratura sono materia di scelta dell'individuo non di decreti del Governo, anche se quest'ultimo dovesse avere un mandato della maggioranza" (Stati Uniti contro Playboy Entertainment Group Inc.). E ha anche ribadito che il principio base in materia è quello per cui "il Governo non ha alcun potere per restringere l'espressione a causa del suo messaggio, delle sue idee, del suo oggetto o del suo contenuto" (Ashcroft contro American Civil Liberties Union).
 

Esistono delle eccezioni, ad esempio l'oscenità, l'istigazione a delinquere e le aggressioni verbali. Si tratta, però, di "categorie di discorso ben definite e strettamente limitate, la cui prevenzione e la cui punizione non hanno mai sollevato alcun problema costituzionale" (Chaplinsky contro New Hampshire). E, peraltro, la Corte ha un'idea ben chiara di cosa sia "oscenità":

l'eccezione di oscenità al Primo Emendamento non copre qualsiasi cosa che il legislatore ritiene scandaloso, ma solo la rappresentazione di "atti sessuali"

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venerdì, 14/05/2010

Il punto omega del rock’n’roll

di

 

Tutto comincia, forse, all'incrocio tra East Houston e Essex St., al 217. Tra i posti di New York in cui ti capita di sentire buona musica, in questi ultimi anni, è il più piccolo e il più dimesso. Più buio e un po' più sporco della Bowery. Forse più prezioso. Forse ti trovi a New York per vacanza. Non puoi certo ripartire senza esplorare il groviglio di bar e scantinati scrostati che c'è lì intorno. L'odore è più o meno uguale dappertutto. Forse non sei in vacanza, ma ti ci hanno mandato per lavoro. Forse fai un lavoro del cazzo, ma in quel momento non è la questione prevalente. Forse quella geografia notturna, buia, sporca al punto giusto, l'hai trovata disegnata su una qualche guida commerciale, ma non vuoi ammetterlo. Ti sei convinto che New York è, tra le città che hai visto, l'unica che esiste davvero. Il vapore che esce dai tombini, ad esempio. Basta quello a sparigliare i sillogismi prudenti, cauti, noiosi, di chi non capisce di cosa stai parlando. Il vapore che esce dai tombini è fisicamente inconfutabile. Forse a qualcuno l'hai pure indicato col dito, ineluttabilmente. Forse hai usato questa parola, ineluttabile, per spiegare la differenza che c'è tra una città qualsiasi, una citta vera qualsiasi, e una città reale, una città che esiste davvero. Che poi è solo questa, ne sei convinto. Forse hai detto ineluttabile o forse hai solo indicato il vapore; o il colore di un'ombra qualsiasi.

 

Forse hai ricominciato a fumare, il che è un fallimento per il bon ton contemporaneo e un errore contro la tua placida autopreservazione. Forse la band di supporto ha finito e tu sei risalito su per la scaletta di ferro e ti sei concesso una sigaretta e stai cercando di mettere a fuoco la situazione. Forse hai la schiena poggiata al muro e c'è stata una pioggerella che lucida le traiettorie dei taxi sulla Houston. Forse vicino a te c'è la stessa ragazza che stava vicino al palco, ma in disparte, e ha l'evanescenza incurante di chi potrebbe o, con la stessa esatta precisione statistica, potrebbe non essere lì. Forse le chiedi qualcosa; o le accenni le tue idee sulla realtà di New York. Forse le dici persino la verità, cioè che lei è puramente e semplicemente trascendente. Le parli dell'esattezza statistica. Forse lei ti conferma la tua intuizione: potrebbe trovarsi lì ma potrebbe anche non trovarsi lì e sarebbe ugualmente naturale e ugualmente necessario o ineluttabile.

 

 

Il gruppetto che suona stasera, ne parlano tutti. Tutti quelli che leggi tu, almeno. Ma sai che presto ne parleranno anche altri. Hai la consapevolezza di assecondare il movimento storico della musica in tempo reale. L'evoluzione storica. Lo spirito del tempo. Hai la consapevolezza di essere un testimone oculare e anche di più. Contribuisci, in verità, a creare quello stesso movimento di cui vuoi essere testimone. La tua coscienza si nutre di quel movimento, e lo amplifica. Ne parli, ne scrivi, ti focalizzi sul momento storico. In verità, se ci pensi bene, non ne sei testimone, non lo vivi per davvero. Nessuno sano di mente vive il presente pensandone l'essenza storica, il dinamismo, vedendone il precedente e indovinandone il successore. Nessuno sano di mente vive il presente incastrandolo in una serie matematica ipotetica, un modello teorico, che ne estrae il senso relativo. In realtà, se ci pensi bene, sei uno dei tanti agenti che moltiplicano la coscienza di quel movimento. Non ti dimeni solo per il senso del dimenarsi. Non gusti il pezzo solo per il senso del pezzo. Senti e gusti altre cose. Il contesto, ad esempio. Senti il senso del contesto. Quello scantinato scrostato, quella gente. Mentre lanci un'esclamazione al chitarrista, senti anche questo: lo scantinato scrostato, la gente. Sai che questo aggiunge senso al suo assolo. Poi ti concentri sulla serie matematica. Sai che questo disco è uno snodo. Sarà uno snodo. E' un'ipotesi teorica. Vedi i dischi che lo precedono. Vedi quel disco del 1983. Raddrizzi il modello ripulendoti le labbra dalla schiuma leggera della birra. Senti anche questo, nel contesto, la birra. La marca della birra. L'accento di chi ha ti ha passato la bottiglietta. La sua t-shirt bianca. L'immaginario contemporaneo è saturo, lo sai. L'immaginario è più potente dell'esperienza elementare. Anzi, non c'è più nessuna esperienza elementare. Il vapore dal tombino, quello, esiste solo in quanto riproduzione di quello che sai già da bambino. La realtà è fantasmatica. Non riesci ad avere nessuna esperienza. Te ne sei accorto questa sera. Sapevi che sarebbe successo, sapevi della complessità che si accumulava. Ma non pensavi che avresti raggiunto il limite. Adesso senti il vincolo di quella topografia finita. Esaurita.

 

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martedì, 11/05/2010

Voto Antonio

di

 

Il popolo italiano ci capisce qualcosa? Perché si ostina a dare fiducia a questo Governo dopo tutto quello che si è venuto a sapere? Dopo le escort, Mills, il lettone di Putin, le mille forzature costituzionali, le leggi ad personam? Perché sostiene candidati che urlano slogan razzisti? Perché vota chi promette cose come la sconfitta del cancro? O chi nomina o fa eleggere amici o dipendenti senza competenze o ex show-girls? Forse il popolo italiano è incivile? Forse condivide i vizi dei suoi rappresentanti? Lo fa per opportunismo? Guarda troppa televisione? E' razzista? Non legge i giornali e non s'informa? Non gliene frega nulla? E' obnubilato dal carisma di Berlusconi? E se è così, forse la democrazia non funziona?

 

A sinistra, si comincia a pensarla così. Le ripetute, lugubri, "analisi delle sconfitte" hanno perduto, negli anni, smalto e immaginazione. Il tarlo ha cominciato a rosicchiare i pensieri degli insospettabili: il popolo non ci capisce un cazzo. L'equazione è svelta, ma imbarazzante: la democrazia forse non è questo granché.

 

Nella galassia dell'antiberlusconismo pensante, si è venuta a creare una frattura cruciale, altro che correnti. Di qua ci sono i Pessimisti Democratici, con fortune in ascesa, che vedono l'apocalisse e sanno che il problema è alla radice: i cittadini non sanno scegliere bene i loro rappresentanti. Non c'è mica nulla di male a dirlo: perché mai tutti dovrebbero interessarsi di economia e politica e giustizia e poi avere gli strumenti adeguati per distinguere un cretino da un genio? La democrazia non è un dogma in bianco: bisogna vedere come la si attua. In sé e per sé può pure essere un guaio, soprattutto se il popolo s'infradicisce. Infatti, oltre a non saper scegliere per ignoranza o distrazione, spesso la gente non sa scegliere perchè ha perso di vista il Bene Comune. C'è stato un decadimento formidabile: etica, politica, società civile, cultura delle regole. E la nuova società incivile ha espresso i suoi bravi rappresentanti, incivili anch'essi. 

 

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martedì, 04/05/2010

The Fabulous Fab

di

 

 

Questo tizio quassù si chiama Fabrice Tourre. Ha 31 anni, è francese e lavora per uno dei più grossi colossi finanziari del mondo, Goldman Sachs. Fino a qualche giorno fa, Fabrice Tourre era un perfetto sconosciuto. Oggi tutti lo conoscono con il nomignolo che si è dato da solo, in una email spedita alla sua ragazza il 23 gennaio 2007 alle 11.34 PM. The Fabulous Fab.

 

Fabrice Tourre è nato in Francia nel 1979. Ha studiato matematica alla Ecole Centrale Paris, poi ha fatto un master a Stanford. Nel 2001 comincia a lavorare da Goldman Sachs. Nel 2007 ha 28 anni e guadagna, secondo il Wall Street Journal, 2 milioni di dollari. Fabrice Tourre si occupa di derivati, cioè di prodotti finanziari complessi (spesso, come in questa storia, parecchio complessi) che si chiamano così perchè il loro valore deriva dal valore di altri prodotti o da determinati eventi futuri incerti. In quell'anno lì, l'anno dei 2 milioni di dollari, Fabrice Tourre lavora ad Abacus, un prodotto assai complicato (una synthetic collateralized debt obligation) che Goldman Sachs vende a certi investitori professionali e che dopo un annetto va a gambe all'aria. Chi aveva investito in Abacus perde 1 miliardo di dollari. Chi aveva scommesso contro Abacus (cioè il fondo di John Paulson) guadagna 1 miliardo di dollari. Funziona così. Alta finanza speculativa.

 

Un bel giorno d'aprile del 2010, la SEC, che è l'autorità che vigila sul mercato finanziario USA, avvia una causa miliardaria per frode contro Goldman Sachs e Fabrice Tourre. La citazione in giudizio dice proprio così: Goldman Sachs & Co. e Fabrice Tourre. Il nostro Fab. Che nel frattempo ha compiuto 31 anni, è andato a lavorare alla sede di Londra ed è diventato Executive Director. Una bella carriera. Pare sia in vacanza, adesso. Ma pochi giorni fa ha dovuto dare spiegazioni a una Commissione del Senato americano che sta indagando sugli eccessi di Wall Street e la crisi finanziaria. La foto quassù è stata scattata quel giorno.

 

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giovedì, 22/04/2010

Cosa vi divide da Flavia Perina?

di

 

Flavia Perina è la direttrice del Secolo d'Italia, prima organo ufficiale del Movimento Sociale Italiano poi organo ufficiale di Alleanza Nazionale, poi infine (dopo la confluenza di AN nel Popolo delle Libertà, confluenza inizialmente esclusa categoricamente dal leader di AN Gianfranco Fini) organo ufficioso di quella fetta di ex AN che si riconosce nelle prese di posizione "innovative" di Fini. Il ruolo di "avanguardia" culturale del Secolo, come peraltro i distinguo e i mugugni di Fini rispetto alla linea ufficiale del Premier, hanno suscitato varie discussioni tra gli osservatori di cose politiche. Infatti, le opinioni contenute negli editoriali della Perina sono spesso alquanto inusuali per una ex militante del Fronte della Gioventù nonché parlamentare del PdL: critiche sulle cosiddette leggi ad personam, forte accento sulla laicità e sullo spirito istituzionale, smarcamento da certe dichiarazioni di Berlusconi, eccetera eccetera.

 

Un giorno Flavia Perina scrive persino questo:

 

Serve o no una svolta di moralizzazione nella politica italiana? Come si determina? Il tema dell’immigrazione può essere affrontato solo con un approccio securitario? È giusto o no che i ragazzi stranieri nati in Italia siano cittadini a tutti gli effetti? Un partito che si chiama “della libertà” può occuparsi, oltreché di intercettazioni, di regolamentare la libera scelta di chi convive? Di dare speranze alle giovani donne e uomini che cercano una prospettiva per il futuro? Crediamo o no nella laicità dello Stato? Crediamo o no che vada premiato il merito più che i diritti di casta? Che tutti debbano avere uguali opportunità? Che la politica non sia casting ma impegno, e anche missione? Che leadership significhi guidare processi politici e non solo accodarsi ai sondaggi?

 

Che potrebbe sembrare sotto ogni aspetto la dichiarazione appassionata di un oppositore dell'attuale Governo, la dichiarazione di "una di sinistra".

 

Luca Sofri è stato tra i più attenti osservatori dell'evoluzione del Secolo, ne ha parlato più volte sul suo blog, fino a proporre a Flavia Perina un ruolo da "editorialista" nel suo neonato Post (una delle creature più interessanti dell'informazione italica). L'avanguardia guidata dalla Perina ha finito per confondere i confini tra destra e sinistra, secondo Sofri, al punto che, non soltanto sono tantissime le cose che avvicinano Sofri (già vicino a iMille e membro della Direzione Nazionale PD nell'era Veltroni) e Perina, ma si farebbe addirittura fatica a trovare qualcosa che li divida.

 

Mi trovo quasi sempre d’accordo con lei, non solo sul piano delle posizioni politiche ma soprattutto su quello di analisi e valutazioni più estese e generali. E dopo aver parlato un po’ con lei in un bar romano, le ho chiesto, a partire da questo suo articolo, «ma scusa, sono mesi che ti sentiamo dire cose assolutamente condivisibili e auspicabili, e ci diciamo ogni volta “guarda come siamo d’accordo” e ce ne meravigliamo, e anzi ormai non ce ne meravigliamo più: quindi a questo punto la cosa che comincio a chiedermi, piuttosto, è «cosa ci divide?» #

 

Ora, non voglio fare il guastafeste né voglio negare la novità e l'importanza (meramente potenziale, finora) dell' "area finiana" in un eventuale evoluzione del centrodestra nostrano, ma visto che la direttrice Perina è anche deputata del Popolo delle Libertà, propongo un metodo facile facile con cui ciascun lettore che non sia elettore o simpatizzante dell'attuale maggioranza possa indagare se ci sia qualcosa che lo divide dall' on. Perina oppure no. Cioè, molto banalmente, cosa fa Flavia Perina in Parlamento. Ebbene:

 

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martedì, 20/04/2010

Il mio internet è bello così

di

 

Cass Sunstein è un personaggio interessante. Illustre giurista, ha insegnato per anni alla Law School della University of Chicago e ha anche una cattedra a Harvard. Obama l'ha messo a capo dell'Office of Information and Regulatory Affairs, una specie di ufficio per la semplificazione (tipo questo, insomma) ma che ha anche altri compiti importanti, come quello di vigilare affinché le varie agenzie governative rispettino certe regole e certi standard nel processo di produzione di norme e decreti.

 

Sunstein è per molti versi un liberal, sostenitore delle limitazioni legali al diritto di portare armi, difensore dei diritti degli animali e impopolare cantore dei benefici delle tasse (dieci anni fa scriveva "Dovremmo festeggiare quando paghiamo le tasse [...]. Senza tasse non ci sarebbe proprietà. Senza tasse pochi di noi avrebbero beni che vale la pena difendere"). Ma ha anche difeso tesi non propriamente usuali nell'ambiente democratico, come quella secondo cui per chi sostiene il rifiuto di uccidere e la sacralità della vita, vietare la pena di morte potrebbe essere moralmente sbagliato (sulla base di alcune ricerche per cui ogni esecuzione mancata porterebbe a diciotto vittime innocenti in più).

 

Tuttavia, l'area di studi che ha reso Sunstein più popolare è quella della "law and behavioral economics". In un godibilissimo libro di due anni fa scritto con l'economista Richard Thaler, Nudge (da non molto tradotto in italiano da Feltrinelli), i due sostengono la tesi del "paternalismo libertario" che cerca di combinare virtuosamente libero mercato e irrazionalità degli individui: l'homo oeconomicus dei neoliberisti, insomma, non esiste, perchè le nostre scelte (anche quelle importanti) sono condizionate da un numero di elementi imponderabili, inconsci o semplicemente assurdi. Tuttavia la libertà di scelta è bene supremo e il legislatore deve semplicemente creare i contesti di scelta più adeguati a tutelare il bene comune (in soldoni). Tra dati statistici ed economica comportamentale, Sunstein si è anche occupato parecchio di internet e delle sue conseguenze sulla democrazia. Nel 2001 scrive Republic.com, un saggio in cui si interroga, tra le altre cose, sul rapporto nocivo tra l'enorme potenziale di personalizzazione offerto da Internet e le conseguenze sulla salute del confronto democratico. Scrive:

 

Internet è uno straordinario passo avanti per la democrazia? Per molti versi lo è senza dubbio. Grazie a Internet, tutti possono imparare molto più di quanto potevano prima e possono impararlo molto più velocemente. Se ti interessano questioni di "public policy" – qualità dell'ambiente, rapporto tra salari e tempo, sicurezza nei trasporti – puoi trovare tutto ciò che ti serve sapere in pochi secondi. Se sei diffidente dei mass media e vuoi discutere certi argomenti con persone dall'approccio simile al tuo, puoi farlo, superando le limitazioni geografiche in un modo che anche solo dieci anni fa era a malapena immaginabile. [... Tuttavia], a causa di Internet e di altri progressi tecnologici, molte persone sono sempre più coinvolte in un processo di "personalizzazione" che limita la loro esposizione ad argomenti e punti di vista scelti da loro stesse.

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martedì, 06/04/2010

Meghebetti – Tragedia milanese a puntate /1

di

Come Gabriele Salvatores.


Prologo
Milano, Esselunga di Viale Cassala.
Tre transessuali sovrappeso e trasandati si aggirano per gli scaffali, ridendo tra loro in modo scomposto.

 

 

Primo Trans: Sorella, dove minchia sei stata?
Secondo Trans: A scannare porci.
Primo Trans: Grossi porci?
Secondo Trans: Grossi e grassi.
Terzo Trans: Come quel coso lì, quell’Androne…
Primo Trans: Era Sandrone!
Secondo Trans: Era un Ladrone.
Terzo Trans (ridendo sguaiatamente): Se l’è meritato, sorella.
Secondo Trans: Ce n’era di carne da scannare
Terzo Trans: Era un Lardone!
(Ridono rumorosamente. Altri clienti li scostano con sguardi di disapprovazione)
Primo Trans (prendendo dei cosmetici da uno scaffale): Questo fucsia come lo vedete?
Secondo Trans: Come un bel rossetto da troia!
Terzo Trans (ridendo): Perfetto!
Primo Trans: Ne prendo per tutte e tre, per stasera.
Secondo Trans (con aria sarcasticamente poetica): Meghebetti sarà trafitto da cupido!
Terzo Trans: Prendi anche quel foulard cogli arabeschi, che fanno molto chic.
Primo Trans: Saremo bellissime, sorelle, per il nostro nuovo amichetto.

 

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giovedì, 11/03/2010

La vita sentimentale nella lista della spesa

di

In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato
al conformismo che è sul punto di soggiogarla

Walter Benjamin

 

 

 

 

 

Esselunga-a-casa è una cosa che prima non c'era. C'era la Conad dentro allo Shopping Center di Via Tuscolana, quasi dalle parti di Cinecittà. Un supermercato immemore, come tutti. L'esito delle tue passeggiate al neon e al freddo si condensa in carta termica rivestita da uno strato sottilissimo di emulsione colorante. Sbiadisce, dopo un po'. Si sa. Liste vertiginose di bibite, cianfrusaglie, acqua, prodotti da forno, frutta, verdura, derivati del latte, pasta di varia foggia, prodotti gastronomici pre-cotti e precipitati a temperature siderali, alcolici, agenti chimici sgrassatori, panni per la polvere, accendigas piezoelettrici, legumi in lattina – si srotolano ronzando sotto lo sguardo alienato degli astanti. Nessuno avrà cura di conservarle. L'oblio si manifesta, pigro, con una perfetta progressiva dissolvenza al bianco. La chimica è saggia: il tempo rosicchia il reagente. Ho provato a ripensarmi tra i corridoi del Conad, fatti di quel bianco abbacinante e finto di cui sono fatti tutti i supermercati più forniti. (E di cui è fatto l'oblio chimico). Non riesco a ricordare un solo prodotto, tra mille, prelevato da uno di quegli scaffali. Ho provato a ripensare anche al labirintico disegno dei corridoi dell'Alvi, ancora più in periferia, vicino al pratone di Torre Spaccata. Nulla. Una marca di caffè o di tovagliolo assorbente, un nome attraverso i doppi vetri spessi e appannati del banco frigo. Un detersivo per il bucato a mano (quando non avevo ancora la lavatrice) o una marca di biscotti. Ho ricordi domestici, certo. Dietro agli sportelli giallini c'erano cose, prodotti. Qualche nome mi è rimasto appiccicato alla retina. Le tenerezze al cioccolato, del Mulino Bianco, che piacevano tanto a uno dei miei coinquilini. Forse. I dati sono perduti.

 

 

Poi, a Milano, c'è l'Esselunga-a-casa. Vedi questi simpatici camioncini gialli col pomodoro rosso stampato sul fianco. Girano per le vie del centro, pieni di cose. Tu hai ordinato tutto dalla scrivania dell'ufficio. Non hai molto tempo. Milano è un cliché: il clima e l'Esselunga-a-casa aiutano a concentrarti sulla microeconomia. Niente neon, niente piastrelle bianche solcate da rotelle incerte. La pratica è virtuale ma sembra più tiepida. La potenza d'acquisto è ubiqua: casa, ufficio, iPhone. La consegna indolore (per € 6,90). Ma la cosa commovente è la memoria. Nella società virtuale, l'oblio è un orrore. I gesti lasciano segni indelebili. Quel commento da ubriaco lasciato sul blog di tizio è ancora lì, ottusamente resistente alla ragione del tempo. Quelle sciocchezze nutrite da qualche settimana di speciale solitudine sono lì, negli archivi di google, e lì, negli hard disk di sconosciute, e poi lì e lì e lì. Quel piccolo dolore svagato sta ancora là, ingigantito dalla morte del contesto. Il virtuale soppravive con arroganza alla realtà.

 

Ma la memoria atermica del supermercato online è commovente.

 

Dentro al mio account, le scritte sul monitor non sono per niente sbiadite. Tutto è come se fosse ieri – e invece è il 18 marzo 2006. L'ordine 6865441 trabocca di cibi insalubri da single (o, meglio, da insana relazione a distanza):

 

1 x Pringles Paprika sfogliatine di patate scatola 200 GR
1 x Pringles Sour Cream & Onions sfogliatine di patate alla cipolla scatola 200 GR
2 x Bertolli sugo con melanzane, peperoni e zucchine del mediterraneo 320 GR
2 x Barilla Sugo alle Olive con olio extra vergine di oliva vaso 400 GR
2 x Barilla Sugo all'Arrabbiata ricetta piccante vaso 400 GR
2 x Barilla Sugo al Pomodoro e Basilico vaso 400 GR
1 x Findus That's Amore Zuppa del Casale ortolana surgelata busta 600 GR
1 x Findus That's Amore Zuppa Tradizionale con orzo e farro surgelata busta 600 GR
1 x Findus Sofficini surgelati – melanzane e mozzarella 250 GR
1 x Findus 4 Sofficini surgelati – funghi e mozzarella 250 GR

 

Il sofficino fu una passione passeggera e tardiva. In tv viene servito a ragazzini e rettili sorridenti, ma a casa dei miei era, saggiamente, cibaccio. Il grosso della spesa di mia mamma si fa ai banchetti profumosi dell'ortofrutta, non sotto i neon. Il sofficino si adattava bene al primo inverno (tardo inverno) milanese: compatto, artificioso, moderatamente gustoso, rapido. Si prestava a sfrigolare d'urgenza in soccorso di eccessi alcolici. Ma era cibaccio – certa memoria non si cancella. I sughi barilla, invece, resistettero più a lungo. Passione più sofisticata e variegata: quello alle olive era appena passabile ma sapidissimo; l'arrabbiata ottimo; il pomodoro e basilico mediocre e presto eliminato. Le zuppe That's Amore ambivano, nel gruppo, al gourmet.

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mercoledì, 11/11/2009

Spolpatevi il vostro tenero barboncino

di

Se non avete comprato il lussureggiante coffee-table book del New York Times che consigliavo l’ultima volta (lo so che questa rubrica non la leggete, ma perché sto ancora a perder tempo?), rifatevi con l’idea di Andrew Sullivan. La rubrica The View From My Window, nel prolificissmo blog di Sullivan ospitato dall’Atlantic, è una delle più belle della blogosfera: una sorta di selezionatissimo micro-flickr collettivo, forzato nella prospettiva (sono tutte foto scattate, appunto, dalla propria finestra) e nell’occasione (sono, almeno così viene da pensare, foto scattate da lettori seduti al computer), che restituisce delicatamente al blog (al blog come medium, insomma) il mondo esterno che talvolta sembra mancargli. Strade, piogge, campi, autunno, neve, grattacieli. Le cose del mondo (e per mondo s’intende dall’Alabama all’Afghanistan, dal Kenya al Colorado) che rientrano. Il 2.0 fatto di percezioni visive invece che di sproloqui verbosi. Sullivan ne ha fatto un’antologia che è un regalo di Natale niente male. A $29.95, qua. Ma potete aspettare (o contribuire a far sì) che il prezzo si abbassi un bel po’.

Jonathan Safran Foer, a 32 anni, è uno scrittore americano parecchio affermato. I suoi due romanzi hanno numerosi fan e dal primo ci hanno fatto un film con Elijah Wood (all’adattamento del secondo, pare, ci stanno lavorando). Qualche giorno fa è uscito il suo primo libro di non-fiction che sta facendo discutere assai. L’Huffington Post gli ha dedicato una sfilza di interventi. Il New Yorker una lunga recensione. Il NYT Magazine un superpezzone. E così via. JSF è vegetariano. O meglio, ha provato a esserlo, saltuariamente e faticosamente, da quando la babysitter ha detto a lui e al fratello, davanti al piatto di pollo lasciato in caldo dalla madre: "Ma voi lo sapete che il pollo è pollo, vero?". Solo con la nascita del figlioletto, però, ha deciso che la virtù prevalesse sulle debolezze del palato. E si è lanciato in un viaggio-inchiesta sugli orrori dell’industria alimentare USA e sull’inspiegabile incoerenza per cui gli americani sembrano adorare gli animali (46.000.000 di famiglie ha un cane; 38.000.000 hanno un gatto; 13.000.000 hanno un acquario per un totale di 170.000.000 di pesci; spendono complessivamente 40.000.000.000 di dollari per i loro cari animali, di cui 17 miliardi per il cibo e 12 miliardi per il veterinario) ma non si pongono minimamente il problema di addentare la bistecca di una mucca a cui hanno sparato un bullone in testa (e che dopo, spesso mentre era ancora pienamente cosciente, hanno scuoiato e smembrato). Gli Americani mangiano 12.250.000.000 di chili di carne bovina l’anno, più o meno 35.000.000 di mucche. Mangiano 10.500.000.000 di chili di maiale, più o meno 115.000.000 di maiale. E circa 9.000.000.000 di volatili. Secondo me bisogna leggere Eating Animals: lo comprate qui, a €17,61.

Tempo fa, quel tizio ci convinse che il futuro del business era vendere pochi (o addirittura pochissimissimi) pezzi di molti (moltissimi, in verità) articoli diversi (oltre a continuare a vendere moltissimi pezzi di pochi articoli di successo). Era il tripudio del consumo di nicchia che non era più, appunto, di nicchia, ma aspirava ad essere la normalità: una normalità fatta di un numero altissimo di nicchie più o meno grandi. Ciononostante, coloro che decidono di produrre e vendere dvd italiani (che si leggano in lettori italiani e che abbiano sottotitoli italiani per chi non sa la lingua originale) non ne vogliono sapere. E l’idea di vendere poche (o forse pochissime) copie di Synecdoche, New York, o di Flandres (per fare due esempi notevolissimi e peculiari) li irrita. Perché, si dice, i soldi si fanno sui volumi, non sulle code lunghe (e forse, dopotutto, è vero). Quindi, bisogna varcare l’oceano per recuperare (a prezzo più che onesto) l’ultimo lavoro di Peter Greenaway (di cui è passato a Milano, giorni fa, il bruttarello The Blue Planet), che, a differenza dei penultimi lavori di Peter Greenaway, è molto godibile anche in forma narrativamente tradizionale. Nightwatching, qua, a  $19.99 in edizione speciale due dischi con anche Rembrandt’s J’Accuse.

Spesa totale: 50 euri 

venerdì, 09/10/2009

Politico a chi? Consulta for dummies

di

In questi giorni è tutto un gran fermento di analisi e arzigogoli sul rispetto delle istituzioni, delle sentenze, sul ruolo della Consulta e su altre amene questioni. Vorrei fare qualche considerazione grossolana sulla natura "politica" della Corte Costituzionale e su ciò che questo potrebbe voler dire:


1. La Corte Costituzionale, a differenza, ad esempio, della Corte di Cassazione, non è formata da giudici che, avanzando nella loro carriera, giungono infine a un traguardo così illustre. La corte ha formazione squisitamente politica, essendo costituita da 15 giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento e (solo) per un terzo dalle "supreme magistrature". Questa composizione non è ovviamente casuale: il ruolo della Consulta è di porre un limite alla discrezionalità del legislatore, un limite sostanziale al potere dei rappresentanti del popolo di legiferare. In questo senso, non si tratta di un giudice come gli altri. I giudici costituzionali sono un contrappeso al potere del Parlamento. Le leggi le fa il Parlamento, ma le leggi non possono disporre liberamente di certi questioni.

2. Il giudizio di costituzionalità delle leggi è una faccenda estremamente delicata. Chiunque abbia mai dovuto cimentarsi con un codice, una legge o un problema di diritto sa bene che le norme giuridiche non hanno molto in comune con le equazioni matematiche. Il linguaggio umano è uno strumento ambiguo e polivalente e anche il legislatore più capace lascia innumerevoli lacune, margini di dubbio, incertezze. Funziona così, non è un difetto di questa o quella legge (anche se ci sono norme migliori di altre, da questo punto di vista). E’ una cosa connaturata alla legge. E, spesso, è fatto pure apposta: il legislatore è vago (o flessibile) perchè gli risulta impossibile prevedere tutti i vari casi della vita a cui quella norma dovrà applicarsi. A fare questo secondo lavoro, via via che i casi della vita si presentano, ci sono i vari operatori del diritto e, in ultimo, i giudici. L’utopia positivista del giudice-macchina che applica la legge senza interpretarla è, appunto, un’utopia. Si può discutere (e ci sono scaffali e scaffali di biblioteche che lo fanno) su limiti e modalità di questa attività interpretativa. Ma non la si può eliminare. L’interpretazione è un’attività necessaria. Se questo succede per il più specifico dei codicilli tecnici, figuriamoci per una norma costituzionale. La Costituzione, per sua stessa natura, parla una lingua assai più aulica e generica: dispone un sacco di principi generali la cui applicazione è lasciata all’interprete. Prendiamo il famoso articolo 3, primo comma: Tutti i cittadini… sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza eccetera. La lettura spontaneista che invade oggi gran parte del paese è chiaramente infondata: l’art. 3 non vieta di certo al legislatore di prevedere trattamenti differenziati per diverse categorie di cittadini. Le leggi italiane (e di tutti i paesi) sono zeppe di trattamenti differenziati anche in materie delicatissime come il processo penale. E non è neppure vero che queste differenziazioni sono sempre fatte con legge costituzionale. Quello che dice l’articolo 3 (come è stato interpretato, di nuovo, da decenni di giurisprudenza costituzionale) è, in soldoni, che le differenziazioni fatte dal Parlamento debbano essere ragionevoli. Più principio generale di così è difficile trovarne.

3. Anche qui, ci sono scaffali e scaffali di libri sulla faccenda della ragionevolezza e su cosa significhi realmente. Fatto sta che se alla Corte Costituzionale viene chiesto di valutare la compatibilità di una certa norma con l’articolo 3 vuol dire – sempre grossolanamente – che le si sta chiedendo di esprimersi sulla ragionevolezza di un certo trattamento differenziato deciso dal Parlamento nei confronti di una categoria di persone o di situazioni. E’ ragionevole che il codice penale mandi in carcere fino a due anni chi turba una cerimonia cattolica e diminuisca invece la pena se la cerimonia turbata non è cattolica? Non è ragionevole, dice la Corte (sentenza 327 del 2002) e fine del trattamento differenziato tra cerimonie cattoliche e non. E’ ragionevole che il rapporto sessuale tra suocero e nuora debba essere punito come incesto, anche se suocero e nuora non sono parenti ma solamente affini? Sì, dice la Corte, è ragionevole (sentenza 518 del 2000) e l’incesto tra affini in linea retta rimane in piedi.

4. Non solo il trattamento differenziato è ammesso dalla Costituzione, ma talvolta è proprio l’articolo 3 (nell’interpretazione formatasi negli anni) a richiederlo. In altre parole, situazioni diverse non possono essere irragionevolmente accomunate con un medesimo trattamento. Col tempo, poi, la Corte ha ideato anche nuove forme di sentenze, definite dai costituzionalisti "sentenze manipolative", con cui non si dice semplicemente se una norma è conforme oppure no alla Costituzione, ma si dice cosa dovrebbe prevedere per superare il problema di costituzionalità. Tipico il caso in cui la Corte sentenzia che la tal norma è incostituzionale nella parte in cui non prevede la tal cosa. Queste si chiamano sentenze additive, in quanto, a conti fatti, aggiungono un pezzo di norma che il Parlamento non aveva deliberato.

5. La stragrande maggioranza delle sentenze della Consulta sono noiosissime e trattano argomenti ultratecnici e specifici. Basta pescare a caso tra le questioni recentemente sottoposte all’esame della Corte: norme sui riparti di competenze in materia di cancellazione dalle liste elettorali, tassa sulle merci imbarcate e sbarcate, modalità di erogazione dei finanziamenti relativi a certe funzioni attribuite alle Province eccetera eccetera. Sempre, però, anche per le questioni più tecniche, la Corte è chiamata a porre paletti e limiti al potere legislativo. A volte questi limiti sono più meno scritti nero su bianco, più spesso sono frutto di anni e anni di dottrina, interpretazioni, precedenti della stessa Corte, considerazioni sistematiche e parecchia altra roba complicata. Come tutte le sentenze (e come tutti i ragionamenti giuridici in generale) le sentenze della Corte Costituzionale possono suscitare obiezioni più o meno grosse. E negli anni, la Corte ha più volte esteso i confini dei suoi compiti, con estensione creativa della propria funzione.

6. La cosa è molto molto più complessa di così, ma mi sembra che possiamo trarre alcune conclusioni. Primo, la Costituzione ammette trattamenti differenziati e addirittura in certi casi li impone, purché siano ragionevoli. Secondo, i trattamenti differenziati possono riguardare anche principi e materie molto importanti, come la procedura penale (vedi il Tribunale dei Ministri), le immunità et similia (vedi il Presidente della Repubblica, i diplomatici, gli stessi giudici della Consulta), la famiglia eccetera. Terzo, i trattamenti differenziati non sono una deroga all’art. 3: qualsiasi trattamento differenziato deve essere ragionevole e questo è, in soldoni, quel che dice proprio l’art. 3. Quarto, i trattamenti differenziati non devono essere per forza introdotti con legge costituzionale (esempio: è una legge ordinaria che dice che i componenti del CSM non sono punibili penalmente per le opinioni espresse nello svolgimento della loro funzione). Quinto, il compito della Corte confina (e spesso si confonde) con un compito "politico", in senso alto: pone limiti di contenuto al potere legislativo del Parlamento eletto dal popolo. E’  vero che la discrezionalità della Corte è limitata e circoscritta, ma spesso è impossibile fissare il limite tra la valutazione tecnica e quella politica: dire il contrario è un po’ ipocrita.

7. La funzione della Corte Costituzionale è dunque politica, in senso lato e nobile. E non c’è vergogna a dirlo. Diciamo di più: data la vaghezza e la natura di molti principi, il giudizio costituzionale si presta molto a far trapelare le concezioni ideologiche e politiche di chi decide. Scoprire quindi che la Consulta decide in modo (latamente) politico è una non-notizia.

8. Il problema di questi giorni non è questo. Quali che saranno le motivazioni della sentenza sul Lodo Alfano, saranno discutibili e ha poco senso dire che "qualunque cosa decida è giusta per definizione: è praticamente la Costituzione stessa". Certo, è giusta per definizione come lo è, in un processo penale, una condanna definitiva della Cassazione. In altre parole, potrebbe benissimo contenere ragionamenti giuridici discutibili o addirittura incoerenti, ma la legge dice che a un certo punto qualcuno deve prendere una decisione finale. Punto. Per quel che ne so, in tempi di convivenza civile normale, una norma del codice di procedura penale che prevedesse la sospensione temporanea à la Alfano sarebbe probabilmente passata inosservata. O forse no. E’, appunto, discutibile.

9. Il problema è un altro. E’ che si accusa la Corte di essere faziosa in modo doloso e di agire deliberatamente a danno di un altro potere costituzionale. Anzi: si accusano poteri e organi e stampa e imprenditori di concertare a danno di un potere dello Stato.

10. I ragionamenti di diritto, anche quelli banali e imperfetti fatti qua, non c’entrano un bel niente. Il problema è che la civitas italiana si è sfasciata del tutto e dobbiamo solo sperare che non finisca in un coma irreversibile.

mercoledì, 07/10/2009

Censure mediatiche

di

(via)

martedì, 29/09/2009

Farabutti

di

Siate almeno dei farabutti beneducati. Dedicatevi alle letture sovversive, o quantomeno oblique, invece che indagare le minchiate dell’Internet. Spendeteli questi soldi (o quelli di papà, insomma) per darvi un’istruzione e un tono. Questa volta facciamo i seri.

Arrivo in ritardo, ma ne vale la pena. Il romanzo d’esordio di Josh Bazell, Vedi di non morire, è intrattenimento purissimo. Si legge d’un fiato, è spassosissimo e ha un ritmo che spero faccia impallidire i tanti (troppi, suvvia) che si sono convinti che una narrazione sfrontata in prima persona in un contesto massimalista basti per fare un buon romanzo. 14 euri e 80 centesimi, su IBS.

I paradossi del culture snob sono tanti e tra questi c’è quello noto come Il Doppio Standard del Libro-Come-Oggetto. Amare la fisicità dell’oggetto-libro è una pratica ammessa; è tuttavia vietatissimo il librazzo da soggiorno, quello da esporre sul ripiano basso del coffee table (sotto, cioè, il ripiano alto di vetro che funge da teca illustrativa). Un ingenuo potrebbe obiettare che in entrambi i casi si rende omaggio all’oggettualità del libro, ma un vero snob sa la differenza tra un libro reso oggetto dal tuo amore e un libro prodotto come oggetto da gente senza cuore. Il dilemma, però, è risolto: The New York Times: The Complete Front Pages: 1851-2008 mette d’accordo il coffee-table book col vezzo liberal, anglofono e acculturato. A soli 37,10 dollari su Amazon USA.

Prima riflessione seria. Michela Marzano, nata a Roma nel ’70, ha studiato a Pisa e poi è fuggita (assieme al suo cervello, come vuole il motto) in Francia. Fino a diventare, secondo Le Nouvel Observateur, uno dei 50 più influenti pensatori di Francia (e una delle sole sette donne della lista).  Qualche mese fa è uscito per Mondadori un suo bel saggio sullo sconfinamento dell’ideologia aziendale e manageriale dal luogo di lavoro alla vita privata e al saper essere: il lavoro come realizzazione di sé, come partecipazione creativa ed entusiasta alla propria condizione di dipendenza e precarietà. Scrive Marzano che il dipendente modello è un individuo impegnato che deve credere nel suo lavoro e trovarvi motivo di felicità: elastico, flessibile e versatile, deve riuscire a trovare esaltante tutto ciò che è alienante. Il saggio non svela arcani, ma ripercorre e dà una veste organica suggestiva e provocatoria alla storia di questo fenomeno. Estensione del Dominio della Manipolazione, € 15,30 su IBS.

Seconda riflessione seria. Sul corpo berlusconiano (sia nel senso di corpo di Berlusconi sia in quello di corpo nell’era berlusconiana) si ragiona spesso. Lo fa Videocracy con risultati medi ma a tratti efficacissimi. Lo fa il bel documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi, Il Corpo delle Donne Lo fanno alcuni saggi che indagano l’uso del corpo da parte del leader postmoderno dell’Italia degli Anni Zero: quello di Giuliana Parotto e quello, piacevole e documentato e intelligente, di Marco Belpoliti, Il corpo del capo. Belpoliti studia il corpo mediale di Berlusconi, la sua cura e la sua rappresentazione politica, dalle foto degli anni settanta al fotoromanzo Una storia italiana; dalle fotografie della Discesa in Campo sino a quelle dei recenti incontri con Gheddafi. Nove euri e sessanta centesimi, su IBS.

Leggere troppo rovina gli occhi. Se non avete avuto la prontezza di accaparrarvi un posto alla Scala, a un prezzo decente, per l’Orfeo di Monteverdi con regia, scene e luci di Robert Wilson (ma ne trovate ancora, per domani sabato o martedì prossimo, ma a non meno di 180 euri cadauno), potete rifarvi (e non è un premio di consolazione) con i VOOM Portraits (sempre di Wilson) esposti a Palazzo Reale, a Milano, fino al 4 ottobre. Dovreste sbrigarvi, credetemi. € 9, ridotto 7,50.

Per la cenetta tra amici in cui sfoggerete le vostre considerazioni sul corpo berlusconiano, i corpi di Robert Wilson e i pensatori più in voga di Francia, una bottiglia di Ribolla Anfora del 2001 della cantina di Josko Gravner, una meraviglia di vino radicale. La trovate anche a 45 euro.

Spesa totale: circa 120 euro.
Disgustosi Radical Chic

martedì, 07/07/2009

Stronzate

di

Notificazione di presenza sul web dell’autorevole blogger Trino (Zanzotto mi soccorra).

Non ci resta che consumare. I capi ci manipolano? I concittadini non rinsaviscono? I libertini s’indignano? Il declino economico procede? Il sistema contempla una soluzione semplice: utilizzare il denaro con cui i capitalisti ci pagano per costruirci un alibi intellettuale (non siamo come gli altri, suvvia) e che il resto si fotta (il disgusto è forte, no?). Spendiamo questi denari, ordunque. A punti.

-   McSweeney’s fa i saldi! Volumi lievemente danneggiati (ma forse no) svenduti a prezzi d’occasione! Cinque dollari, tipo. O dieci dollari. Io compro subito: How to dress in every occasion by the Pope, How we are hungry di Dave Eggers, You Shall Know Our Velocity, sempre di Eggers, Polysillabic Spree di Nick Hornby, Shakespeare wrote for money, sempre di Hornby e Maps and Legends di Michael Chabon. Ma che bellezza. A soli 40 dollari in totale! Peccato che poi, se voglio farmeli arrivare in 2/6 settimane il totale fa $96,95 – se voglio quantomeno ricevere il pacco prima di scordarmi di averlo ordinato (cioè corriere "espresso" in 1/2 settimane), ci vogliono $154,89. L’America è lontana. E su Amazon UK la stessa lista di libri con consegna in 4/7 giorni lavorativi viene $131.33. Con, in aggiunta, The Road di MacCarthy! E non sono neppure lievemente danneggiati! Compro tutto su Amazon.

-  L’anno scorso, una tipa scrisse una cosa parecchio carina su McSweeney’s (di nuovo, ma stavolta lo riabilitiamo). Era l’Amleto in versione "feed di Facebook". Qualche giorno fa, la stessa tipa – che si chiama Sarah – mi scrive per dirmi che con la stessa carinissima idea ci ha fatto un libro – del tipo I Grandi Classici S’Iscrivono su Facebook. Secondo me il libro sarà fico almeno quanto il pezzo su Amleto. E siccome l’agente europea di Sarah – che invece si chiama Daisy – mi sta pure simpatica, lancio un appello a tutti gli editors e gli editori là fuori che hanno fiuto per talento e affari: traduciamo ‘sto libro in italiano e vedrete che sarà un piccolo successo. Scrivete a Inkiostro, che lui scrive a me e io scrivo a Daisy. Per gli altri, che non sono né editors né editori, pre-ordinatelo. Sempre su Amazon UK. A meno di £9.

- Qual è il film della stagione 2008-2009? Synecdoche, New York. Difficile dire che non sia così. Quindi? Compratelo. E vedetevelo almeno un paio di volte. Potete preordinare il DVD Region 2 a €16.99 (ma non si sa quando uscirà, quindi meglio di no). Oppure comprare il DVD Region 1, ancora su Amazon UK, a circa 18 euri. Ha pure i sottotitoli in inglese per non udenti, li ho visti coi miei occhi. Che volete di più?

-  Io ero curioso di vedere in faccia – e sentire parlare – Walter Siti. Perché due anni fa avevo comprato il suo Troppi Paradisi, che mi interessava molto, ma – complice il mio cattivo umore e una sequela infinita di piagnistei carnali, autocommiserazione, nichilismo insoddisfatto, paternalismo intellettuale piccolo-borghese, sesso senile e penetrazioni anali sconsiderate – avevo deciso di abbandonarlo. Tempo dopo, mentre io mi sollazzavo altrove, un altro suo romanzo, Il Contagio (che mi dicono condito di almeno l’80% dei suindicati ingredienti), diventava famoso in Italia. Così – complice gli apprezzamenti sul Contagio e la lingua letteraria ricca e possente di Siti – decisi di ricominciare con Troppi Paradisi e stavolta, con soddisfazione ma non senza scoramenti, l’ho finito. Certo: oggi il mio immaginario ha un rapporto inatteso e del tutto nuovo col termine "culturista" (e un amico mi ha pure regalato La Magnifica Merce, una piccola raccolta di racconti con tanto di fotografie del Culturista sitiano per eccellenza); ma la scrittura di Siti è notevole e la curiosità di vederlo in faccia era forte. Finalmente ci sono riuscito. Qui c’è un’intervista. E, davvero, è una rassicurante soddisfazione vedere il viso paciocco e baffuto (e sentire la parlata morbida) di Walter Siti, tanto che fai presto a dimenticare che quel Walter Siti (non) è lo stesso che si danna l’anima, per centinaia di pagine, per (non) poter inculare il culturista Marcello. Poi, però, guardo quest’altro video, in cui Siti (con lo stesso maglione dell’intervista) consiglia la lettura del bellissimo Lunar Park di Bret Easton Ellis (che – ma ne parliamo davanti a una birra, per chi sta a Milano – è un libro che ha molte affinità con Troppi Paradisi): be’, Siti è cattivo. Comprate tutto: Troppi Paradisi, Il Contagio, La Magnifica Merce, Lunar Park e i Quaderni di un Mammifero di Erik Satie. €84,30 su IBS.

- Infine, le stronzate. Mi ricorda tre o quattro viaggi fatti sulla Metro A qualche annetto addietro (e sarebbe divertente ragionare sul perchè mi è tornato in mente). E’ un libriccino carino. Comprate pure questo. A soli sei euri.

Spesa Totale: € 213,04.

lunedì, 27/04/2009

Il Solone del Mobile

di
Pirellone preso d’assalto venerdì sera per la festa d’inaugurazione della mostra Designer View al 31° piano del Pirellone. La mostra era a ingresso libero dalle 23, ma già alle 21 centinaia di persone erano accalcate all’ingresso. Per evitare inconvenienti e malori sono stati aperti i tornelli e contemporaneamente chiuse scale e ascensori. Risultato: centinaia di persone che vagavano al piano terra, e altre bloccate in cima. C’è voluta la polizia per sgomberare il grattacielo.
Il Giornale

A un certo punto la gente si è rotta i coglioni. Qualcuno è riuscito a salire su per le scale, ma al 15° piano si sono rotti, sono entrati in un ufficio e hanno sfasciato tutto. C’era pure un designer a cui hanno spaccato la scultura di polistirolo che doveva esporre tra un mese: non facevano salire neppure lui.
Un amico nella calca del Pirellone

Ricordate quando il bello del Fuorisalone erano le facce? quelle, stralunate, dei giovani studenti di design scandinavi (tradizionalmente il segno estetico più riconoscibile del Fuorisalone)? quelle che ti si apriva il cuore a sentirle ciacolare in inglese (corretto) coi loro colleghi e le loro colleghe francesi, svedesi, ungheresi (e pure italiani, certo)? Scordiamocele. La porchetta e l’hinterlandizzazione li hanno messi in minoranza: una minoranza schiacciante.
Weekendance

Eri così carino / eri così carino / pigro di testa / e ben vestito
CCCP – Tu Menti

 
Suona come snobismo metacarpiato: ma a me viene da sorridere. E non riesco a togliermi dalla testa il pensiero – ma sarà di sicuro il cattivo umore di questo inverno di ritorno – che c’è più verità e senso nella porchetta e nella Provincia, che nella fighettizzazione dell’esperienza estetica.

venerdì, 24/04/2009

Milano è la Verità

di

Vorrei andare alla manifestazione,
domani
Ma non è tra gli eventi del FuoriSalone

venerdì, 13/03/2009

Il Calcio e le Patrie Virtù Democratiche

di

Al cinema e non solo, il baseball ha sempre sfoggiato un fascino metaforico che scavalca il fenomeno sportivo per invadere la riflessione sociologica, politica, morale. Basti pensare al discorso di Robert De Niro / Al Capone ne Gli Intoccabili. O agli scritti sul baseball del columnist conservatore (e vincitore del Premio Pulitzer) George Will. O al primo formidabile capitolo di Underworld di DeLillo. Agli americani piace filosofeggiare sul baseball e vederci dentro metafore densissime che, secondo loro, spiegherebbero al meglio l’autentico spirito a stelle e strisce: l’equilibrio complesso tra individualismo e appartenenza alla squadra; la ricompensa per il duro lavoro; il fair-play; la mobilità sociale; la democrazia.

E il nostro amato calcio? Qualche anno fa sull’autorevole settimanale (neo)conservatore Weekly Standard, Frank Cannon e Richard Lessner denunciavano il nichilismo decadente sotteso al nostro passatempo nazionale:

Nel recente incontro con l’Italia nel campionato mondiale,  la squadra USA ha giocato quella che è stata definita, da molti conoscitori del gioco, la migliore partita mai giocata da una squadra di calcio americana su suolo straniero. Lo storico match è finito in un epico pareggio, 1-1. Ma in quella che è stata strombazzata come una delle migliori partite mai giocate da una squadra americana, gli Stati Uniti non sono riusciti a segnare. Il gol attribuito agli Americani è stato infatti realizzato da un avversario che – ops! – ha accidentalmente messo la palla nella sua rete.

Pensateci per un attimo. Questo riassume tutto quello che vi serve sapere sul soccer o football, come è noto da altre parti. Il calcio è il gioco perfetto per il mondo post-moderno. E’ l’espressione quintessenziale del nichilismo che prevale in molte culture, cosa che senza dubbio spiega la sua popolarità in Europa. [...] Un gioco sul nulla, dove i punti sono accidentali, è di scarso interesse per gli Americani che credono ancora che il mondo abbia senso, che la vita abbia un significato e una struttura più grandi e che l’essere non sia un fine in sé.

Gli autori arrivano a dire che il calcio è un gioco per quadrupedi, in quanto nega ciò che ha elevato l’uomo al di sopra degli altri animali: una testa pensante e il pollice opponibile. Ma nel calcio, scrivono, a differenza degli altri sport, la testa non è protetta e la si può usare per colpire brutalmente una palla; mentre le mani, quelle sono vietate.

Qualche giorno fa, Stephen H. Webb su First Things (blog dell’Institute on Religion and Public Life) ha scritto:

Per chi è incline alla paranoia, sarebbe facile addebitare il successo del calcio alla sinistra, che, dopotutto, ha lavorato per anni per portare la decadenza e la disperazione europea in America. La sinistra ha cercato di trasformare il marxismo, il post-strutturalismo e il decostruzionismo in fenomeni di moda al fine di indebolire la chiarezza, il pragmatismo e l’energia della cultura americana. Ciò che la sinistra non è riuscita a realizzare per mezzo di quei capricci intellettuali, si potrebbe pensare, sta cercando di ottenerlo con lo sport.

Ma davvero il calcio è un gioco nichilista? Espressione di una cultura stanca e decadente? Sintesi dei mali del nostro Paese, del suo scarso pragmatismo, della carenza di democrazia, dell’assenza di una sana cultura meritocratica, in cui per essere premiato devi lavorare duro invece che azzeccare un punto per caso?

Ho deciso di approfondire la questione.

A un primo esame, bisogna ammetterlo, molti dei maggiori successi calcistici nazionali non sono esattamente legati a momenti di brillante pragmatismo democratico ed energia repubblicana. Due titoli mondiali su quattro l’italia li ha vinti sotto il Duce. Il quarto lo abbiamo ottenuto durante il mandato del governo con la più risicata maggioranza (e non certo la più frizzante energia) della storia. Il Presidente Berlusconi è anche il Presidente della Pluripremiata Squadra di Calcio del Milan. Nel ’70, anno in cui gli Azzurri diventano vice-Campioni del Mondo, si tenta (forse) il Golpe Borghese.

Insomma: avranno ragione i neoconservatori dello Standard e i tizi dell’Institute on Religion and Public Life? Il calcio è il gioco dei decadenti nichilisti europei?

Per scoprire l’arcano, ho deciso di analizzare le correlazioni tra il Calcio e i Governi della Repubblica Italiana, da De Gasperi a Prodi. 58 governi abbastanza traballanti, come noto. Qual è segno più cristallino di un sano ed energico pragmatismo all’americana se non l’agognata e (quasi) mai realizzata stabilità dell’esecutivo? E qual è, d’altro canto, segno più evidente di un sano e trionfante calcio italiano se non l’affermarsi della Gloriosa Nazionale Italiana nei più prestigiosi tornei internazionali?

Ho provato, pertanto, a confrontare la durata dei governi italiani con i successi degli Azzurri negli stessi anni. E, più in particolare, a misurare eventuali correlazioni tra le variazioni nella stabilità dei governi e le variazioni nel successo della nazionale di calcio alle Olimpiadi, agli Europei e ai Mondiali.

Ebbene: la correlazione c’è. E smentisce fieramente le plutocratiche insinuazioni d’oltreoceano.

Ho suddiviso i 58 Governi repubblicani (dal De Gasperi II al Prodi II) in 7 differenti "classi di stabilità" sulla base dei giorni di durata in carica (la più bassa fino a 100 giorni, la più alta dopo gli 800) e in 12 differenti categorie sulla base dei successi della Nazionale Italiana di Calcio (A e Olimpica) negli anni in cui hanno governato anche parzialmente (la più bassa categoria in caso di mancata qualificazione sia agli Europei sia alle Olimpiadi, cioè nel 1972; la più alta in caso di vittoria ai Mondiali, e raggiungimento dei quarti di finale sia agli Europei che alle Olimpiadi, cioè nel biennio prodiano 2006-2008). Ed è emerso che le variazioni di segno dei due suddetti indici da un governo all’altro mostrano una discreta correlazione (anche, in parte, nell’entità):

Photobucket

Salvo casi isolati di spiccata divergenza, può dirsi orgogliosamente che negli anni in cui il Popolo Italiano mostrava all’Europa e al Mondo la bravura dei suoi Atleti sui Campi da Calcio, i nostri Illuminati Governanti servivano proficuamente un’Idea di Governo Stabile e Concorde. La nostra amata Patria bandiva litigi e fragilità e debolezze così nei Palazzi del Governo come nei Verdi Campi da Gioco.

Altro che decadente nichilismo. Altro che post-strutturalismo. Altro che marxismo.

Quando il Popolo e i suoi migliori Calciatori rafforzano le Atletiche Virtù Patrie, i Patrii Rapppresentanti rafforzano i loro legami per il miglior servizio del bene pubblico.

Diteglielo, al Weekly Standard.

martedì, 03/03/2009

Il governo dei primi della classe

di
Avvertenza: Conclusione ad Alto Tasso di Desolazione.
Non leggere subito dopo i pasti.
La lettura è consigliata a un pubblico adulto e non incline alla facile disperazione

A novembre, David Brooks, editorialista neoconservatore del NY Times, si mostrò positivamente colpito dalle scelte di Obama per il suo gabinetto: i nomi che circolavano al tempo, secondo Brooks, erano quelli di persone moderate, professionali, non-ideologiche, dalla mente aperta, dotate di creatività pragmatica. Ma, soprattutto, primi della classe nelle più prestigiose scuole d’America:

Barack Obama (Columbia, Harvard Law) presterà giuramento mentre sua moglie Michelle (Princeton, Harvard Law) assisterà fiera. Là vicino, i suoi consiglieri di politica estera, tra cui forse Hillary Clinton (Wellesley, Yale Law), Jim Steinberg (Harvard, Yale Law) e Susan Rice (Stanford, Oxford D. Phil.), saranno raggianti. Ci sarà anche la squadra di politica interna, tra cui Jason Furman (Harvard, Harvard Ph.D.), Austan Goolsbee (Yale, M.I.T. Ph.D.), Blair Levin (Yale, Yale Law), Peter Orszag (Princeton, London School of Economics Ph.D.) e, ovviamente, il capo dell’ufficio legale della Casa Bianca Greg Craig (Harvard, Yale Law).

Insomma, con tutte queste università prestigiose tra parentesi, Brooks ci dice che quella instaurata da Obama sarebbe stata una "valedictocracy", come la chiama lui: il governo dei primi della classe (il simpatico neologismo viene da valedictorian, il migliore della classe dei diplomandi che ha il compito di parlare per ultimo nelle cerimonie di consegna dei diplomi).

Sulle virtù della primidellaclassocrazia – in italiano non suona molto bene – non tutti, però, sono d’accordo. Non lo è, in particolare, Lewis Lapham, storico direttore di Harper’s, oggi titolare dell’acuto e raffinatissimo commento d’apertura, Notebook, che esce a mesi alterni.

Negli ultimi sessant’anni, – scrive Lapham nel Notebook di questo mese – i funzionari deputati ad architettare le scelte di politica interna ed estera dei governi appena arrivati a Washington sono giunti equipaggiati con simili qualifiche – scuole di prima classe, relazioni sociali allo stato dell’arte, apprendistato in un organo legislativo o in un think tank – e per sessant’anni sono riusciti a indebolire invece che a rafforzare la democrazia americana, concludendo i loro mandati come oggetto di ridicolo se non sotto la minaccia di un processo penale. Gli enfants prodiges (noti anche come "i migliori e i più brillanti") che seguirono il presidente John F. Kennedy alla Casa Bianca nel 1961 hanno bazzicato le stanze dei bottoni abbastanza a lungo da condurre il paese alla Guerra del Vietnam. Henry Kissinger, altro fenomeno di Harvard, ha impresso all’arte del governo americana il modus operandi di una cosca mafiosa. L’amministrazione Reagan ha importato il suo vangelo dalla Facoltà di Economia dell’Università di Chicago (la parola d’ordine era "privatizzazione", "libero mercato senza restrizioni" il nome cristiano di Zeus) e così facendo hanno messo in moto ciò che sarebbe poi stato visto come uno Schema di Ponzi a lunga scadenza. Mettete in conto i contributi della Ivy League all’Amministrazione Bush - il segretario della giustizia John Ashcroft (Yale), il segretario della difesa Donald Rumsfeld (Princeton), il capo della Sicurezza Nazionale Michael Chertoff (Harvard) – e posso già immaginare una tesi di dottorato assegnata dalla Kennedy School of Government intesa a determinare quale tra le principali istituzioni di istruzione superiore del paese, nel corso degli ultimi cinquant’anni, abbia arrecato il danno maggiore alla salute e alla felicità del popolo americano.

Per realizzare il cambiamento che Obama ha detto in lungo e in largo di voler realizzare, sostiene Lapham, non bisogna rivolgersi ai Circoli che Contano.

Alterazioni socioeconomiche di magnitudine sufficiente per essere riconosciute come tali [cioé come quelle che Obama dice di voler realizzare, ndTrino] tendono a essere imprese collettive, solitamente condotte dal potere di menti e dalla forza di circostanze che stanno al di fuori, e non dentro, i circoli che contano – i barbari alle porte di Roma nel quinto secolo, le personae non gratae in Vaticano durante la Riforma Protestante nel sedicesimo secolo, gli autori della Costituzione Americana alieni dalle verità esatte che stavano sedute su cuscini di velluto nella Londra del diciottesimo secolo. 

Secondo Lapham le università americane non incoraggiano più la libertà di menti che rischierebbero di dar fastidio all’establishment. L’entusiasmo dell’esploratore, the amateur spirit che ha sostenuto la democrazia americana, è morto. Non è sopravvissuto, dice Lapham, all’America che è sorta dalle ceneri di Dresda e Hiroshima.

Dopo qualche guaio col riallineamento degli obiettivi educativi durante l’eccitazione degli anni sessanta, le università hanno accettato la loro missione di stazioni di via nel pellegrinaggio verso un illuminato egoismo.

Lapham è pessimista, certo. E teme che le speranze accese dalla campagna di Barack Obama siano destinate a rimanere deluse. Da solo, scrive Lapham, Obama non può realizzare il cambiamento promesso. E’ un ottimo organizzatore, un capace imprenditore politico e un carismatico oratore. Ma sinora il più grande successo dell’era Obama – e cioé l’elezione di un nero alla Casa Bianca – è stato realizzato dalla comunità di cittadini americani, the American citizenry. Il resto non può essere fatto solo dal Presidente. E affidarsi ai primi della classe per i cambiamenti epocali è una scelta fallimentare.

Ben altri problemi, si direbbe, quelli di casa nostra.

Se negli USA le migliori energie creative si sono ritirate dallo spazio civico e si sono dedicate quasi esclusivamente al sollazzo di noi consumatori, rendendo sempre più sofisticato e intelligente l’intrattenimento pop di ogni tipo (dai videogames alle serie tv, dal Web ai gardget tecnologici), in Italia i primi della classe non ci sono. Non ci sono quelli che si dedicano alla vendita di prodotti intelligenti. Non ci sono quelli che si impegnano nello spazio politico per architettare il Cambiamento. Ma non ci sono neppure quelli, accomodati all’interno dell’establishment, che preferiscono assecondare la conservazione. Forse non c’è un valido argomento razionale per dimostrarlo, ma ci sarebbe un pizzico di soddisfazione  in più nel poter imputare il declino italiano a giovani menti brillanti, piuttosto che a vecchi faccendieri mediocri. Poter dibattere sui danni arrecati dalle scuole di prestigio, piuttosto che non avere scuole di prestigio. Poter dissentire sul fatto che valenti studenti ambiziosi abbiano fatto il bene del paese, piuttosto che scorrere liste di gente dal curriculum imbarazzante anche per un datore di lavoro con standard scarsissimi. Poter addirittura criticare la missione conservatrice delle università italiane, piuttosto che sapere che le università italiane non hanno alcuna missione, non hanno alcuna identità culturale né buona né cattiva,  né conservatrice né progressista.

E’ una speranza penosa, ma faccio fatica a non coltivarla: vorrei poter leggere una critica pessimista come quella di Lapham sui mali del governo dei primi della classe in Italia. Ma qui non c’è traccia di primi della classe e non c’è traccia di Lapham. E se in questo momento tu lettore sei d’accordo con una speranza così  desolante, non credere di poterti ritenere del tutto innocente se domattina continuerai a farti i cazzi tuoi, in un illuminato (o così ti piace pensare) egoismo.

giovedì, 29/01/2009

I 10 Migliori Momenti di Sesso Negato del 2008

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So, if we are continuing what has been a promising trend in the reduction of teen pregnancies, through education and abstinence education giving good information to teenagers. That is important—emphasizing the sacredness of sexual behavior to our children.
Barack Obama

Pare che non sia neppure vero che voglia riconfermare Mark Dybul come Global AIDS Coordinator, ma Obama una certa qual simpatia per l’astinenza ce l’ha. E noi vogliamo festeggiare, come tutti, l’Inaugurazione. Ecco quindi la classifica dei dieci migliori momenti di astinenza sessuale del 2008.