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mercoledì, 17/12/2008

James Gray è un grande

di

Cos’hanno in comune i Clash, la mafia russa, New York, Alfred Hitchcock e Alberto Moravia? James Gray. Chi è James Gray? James Gray è un grande.

James Gray dice che Gwyneth Paltrow è il modello di donna irraggiungibile. James Gray dice che un primo piano di Kim Novak ne La donna che visse due volte lo fa piangere ogni volta che lo rivede. James Gray dice che la New York dei primi anni 80 gli manca. Ma gli manca anche quella di oggi, visto che è stato costretto a traslocare a Los Angeles, per soldi.

James Gray è un grande. Ma non tutti sono d’accordo. Del suo ultimo film uscito nelle sale, lo splendido We own the night (I padroni della notte), il NY Post scrive che è “troppo lento per essere un piacere proibito, troppo stupido per essere un piacere consentito”; Richard Roeper dice che è “una cattiva parodia di un western”. A Little Odessa, il primo lungometraggio di Gray, Roger Ebert dà solo due stelline; The Yards, forse il suo film migliore, è stroncato da Washington Post, Rolling Stone, Entertainment Weekly.

Stronzate. James Gray è un grande. Lavora sulle superfici senza tempo del cinema, su referenti impolverati, sul rigore asciutto del testo contro i giochi linguistici e i cerebralismi più hip dei nostri giorni e ci regala intere sequenze da studiare, corpo a corpo estremo tra spettatore e film.

E il suo ultimo film, Two Lovers, lo ha scritto per Gwyneth Paltrow.

La conoscevo da diversi anni ma non avevo capito che grande attrice fosse. Lei è del tutto consapevole dei brutti film in cui ha recitato. Sì, l’ho scritto per lei. Lei crede che questa sia una cosa ridicola ma te la dico comunque. Quando ero giovane – adesso è diverso, sono sposato – sapevo che non sarei riuscito ad uscire con una come, diciamo, Gisele Bundchen. Ma c’era comunque una infinitesima possibilità che potesse accadere. La sola donna con cui sapevo di non avere neppure la più piccola possibilità era Gwyneth Paltrow. Lei stava con tipi come Brad Pitt e Ben Affleck e ora è sposata col cantante del gruppo Coldplay, Chris Martin. Ecco perché volevo che fosse suo: l’intoccabile, la donna completamente fuori dalla tua portata. Eccetto forse che per Joaquin [Phoenix], che è incredibilmente fortunato con le donne.

Lo dice James Gray in una lunga e bella intervista nel numero di novembre dei Cahiers du Cinema.

Sono cresciuto nel Queens e passavo tutto il tempo al cinema, saltando la scuola. I miei professori pensavano che fossi lento e volevano mandarmi a una scuola speciale. Così mi hanno fatto fare dei test e contro ogni previsione ho fatto un punteggio molto alto e tre anni dopo ho ottenuto una borsa di studio per l’USC. Questo mi ha salvato la vita. Tutta la gente con cui andavo a scuola allora è morta o è in prigione. […] Prendevo ogni volta la metro per andare a Manhattan […]. E’ buffo pensare che posto pericoloso fosse New York a quel tempo [i primi anni ottanta]. All’angolo tra la 46° Strada e l’8° Avenue c’era un cinema chiamato Hollywood Twin, un vecchio cinema porno che avevano trasformato in una sala per film di repertorio. Quello era un quartiere davvero pericoloso in quegli anni. Oggi New York non è più un posto pericoloso. E mi mancano quei tempi. Quello che mi manca è la cultura di strada. Sono un grande fan dei Clash e ho usato The Magnificient Seven in un mio film, uno dei primi pezzi rap nel 1981, ispirato da qualcosa che i Clash avevano sentito per le strade di New York nel 1979. E tutto questo è andato, adesso. A meno che la crisi di Wall Street non cambi di nuovo tutto.

 

Dice che gli è capitato di vedere La finestra di fronte mentre era in ospedale per un piccolo intervento. Bisognerebbe guardare più Hitchcock. Non vedeva La donna che visse due volte da vent’anni quando l’ha proiettata per la troupe di Two Lovers: “solo per Jimmy Stewart che si innamora di un’immagine idealizzata”.

Più o meno a due terzi del film Stewart incontra Kim Novak per strada e la riconosce, vanno in una camera d’albergo e subito prima di un flashback lei gira la faccia verso la macchina da presa. Non so perché, ma in quel momento io scoppio in lacrime. Una delle ragioni per cui Vertigo è così grande e così emotivamente vero è che il film convalida lei come persona. Lei diventa una persona importante così come lo è lui.

Il pessimismo di James Gray è titillato da Moravia e Bertolucci:

Prima di ogni ripresa proietto un po’ di film alla troupe. Abbastanza stranamente, quasi sempre faccio vedere Il Conformista, anche se il film di Bertolucci non ha apparentemente nulla in comune con Two Lovers. […] Il Conformista è un film che attrae il mio lato pessimista. E’ un film su come le persone sono influenzate dai gruppi, sulla distruzione di un’anima dominata dal conformismo. Fondamentalmente, l’arte parla di una sola cosa: l’essere umano affrontato dalla sua stessa mortalità.

James Gray odia i commenti audio negli extra dei dvd:

Odio quei commenti che dovrebbero spiegare di che tratta il film. Ma i produttori li amano; è quello che vende. La gente dovrebbe lasciare che i film siano quello che sono: cose viventi, cose che respirano. Ricordo che rimasi seccato da quello che diceva Spike Lee in un commento a Fa’ la cosa giusta, che è un film che ammiro.

Francis Ford Coppola è il mito di James Gray:

Francis è il mio mito. E’ grazie ad Apocalypse Now che ho capito davvero cosa voleva dire essere un filmmaker. Grazie ad Apocalypse Now eToro Scatenato, i l primo nell’agosto del 1979 e il secondo nel 1980. […] Dovevo avere più o meno dieci anni quando l’ho visto per la prima volta e Apocalypse Now ha cambiato il mio modo di sentire nei confronti del cinema.

James Gray vuole il controllo sui suoi film:

Nessuno dei film che ho fatto finora sono stati interamente finanziati dagli studios. […] Col tempo sono diventato un po’ ossessionato dall’avere il completo controllo dei miei film. Non posso tollerare che qualcuno cambi quello che avevo in mente. In Two Lovers ho avuto il controllo dall’inizio alla fine. E’ un film molto più piccolo dell’ultimo che ho fatto, ma sono state le migliori riprese della mia carriera. Ventinove giorni a Brooklyn, le migliori riprese della mia vita.

 

James Gray non è amico della polizia:

[We own the Night] è un film davvero cupo. Ricordo le interviste a Cannes; i giornalisti dicevano che era un film pro-polizia, bla bla bla. Non dico che avevano torto. Forse ho fatto qualche errore. Ma non era mia intenzione. Volevo mostrare che le persone possono fare la cosa giusta nei confronti della società e tuttavia sacrificare quello in cui credono davvero, in sostanza. Joaquin [Phoenix] voleva cambiare il finale, credeva che quest’aspetto del film fosse troppo evidente. E poi la gente ha pensato che era un film pro-polizia!

James Gray ama Mark Wahlberg:

Mark Wahlberg è davvero un grandissimo attore. Sai perché è così bravo? Perché ha pathos. Ma quando gli affidano un ruolo sbagliato può essere davvero pessimo. E questa è colpa di Hollywood: non sanno più come si fa un film con coscienza di classe. Wahlberg proviene dal ceto medio-basso, è stato in prigione ed è una persona di buon senso. Come astronauta nel Pianeta nelle Scimmie è perduto, non ha alcun senso.

James Gray dice che le mode sono effimere e la sperimentazione è finita:

I miei film sono molto conservatori in superficie. Ciò non vuol dire che io sia un conservatore. Ma i miei film sono piuttosto classici nella struttura. Questo è uno dei motivi per cui non credo sia una buona idea continuare ad andare a Cannes […]. Penso che gli Americani che ci vanno – la stampa – cercano soprattutto un certo tipo di sperimentazione strutturata. I miei film non sono così. Funziona per Gus Van Sant, per Paranoid Park o Elephant, che è quasi come un film di Bela Tarr. Per me, la superficie del film è deliberatamente convenzionale.

Non sono interessato alle tendenze. Il mio sogno è fare film che la gente può vedere, capire e persino apprezzare tra cinquant’anni. Clichè e tendenze spariscono col tempo una volta che il contesto culturale è scomparso.

Per esempio, il mio film preferito di Tarantino è Jackie Brown: puoi sentire che a lui piace davvero Pam Grier e a me piace chi prende una posizione estetica ed etica. Il “fattore sperimentale” tocca solo la superficie non ciò che il film è in profondità. E in ogni caso non c’è più sperimentazione nel cinema. Derek Jarman ha messo fine a tutto. Hai visto Blue? Vedi uno schermo blu per un’ora e mezza. Non puoi andare più in là di quello. Come nella pittura: che puoi fare dopo l’espressionismo astratto? Dopo Lucio Fontana? Jean-Pierre Melville ha detto una cosa bellissima sulla questione, ci vuole più fegato e talento per fare un film classico che uno moderno. Ed era il 1970-71.

Dopo Two Lovers (che sarà di sicuro bellissimo) il suo prossimo film sarà su un tizio – Percy Fawcett – che ai primi del ‘900 è andato in Amazzonia per scoprire una città d’oro ed è uscito di senno. Pare che ci sarà Brad Pitt.

New York è troppo costosa. Ho una moglie e due figli e ho bisogno di una casa con più camere da letto. Non mi piace Los Angeles; mi manca New York. Forse ci ritorno. Farò qualche spot, poi il film con Brad Pitt e poi forse avrò abbastanza soldi. […] Los Angeles ha tutto ma non c’è niente da scoprire lì. Non puoi camminare e sentire d’un tratto qualcuno che suona l’arpa. O passare da una libreria e vedere una finestra con un libro sul pittore Reginald March […]. A Los Angeles devi sapere cosa cerchi, prendere la macchina… Non è il tipo di vita che voglio per i miei ragazzi. Mi piacerebbe tirarli su in un ambiente dove possono osservare e scoprire cose. Los Angeles fa male alla creatività, questa è la mia teoria.

E noi siamo d’accordo con James Gray.

James Gray è un grande.

domenica, 14/12/2008

God Hates Mondays

di

ovvero: Come arrivare quasi illesi al weekend dandosi al consumismo ideologico

 

LUNEDI 15 – Colpevoli di linguaggio
Tre undicenni "tetri e ideologici" nella Palermo del 1978 decidono di fondare una cellula terroristica. I morti del terrorismo. I mondi introflessi dell’adolescenza. La lotta armata e la radura dei giornaletti porno. Il contagio e l’infezione. Il tempo materiale di Giorgio Vasta è un romanzo magmatico, densissimo e sorprendente. Una lingua complessa e stratificata, ostica, barocca – una narrazione carnale che ribolle di desiderio, di voglia di cose, di parole che vorrebbero essere mondo. Un oggetto singolare e ricchissimo, uno dei libri più interessanti del 2008. Approfittate degli sconti minimumfax di oggi e compratelo: è cosa buona e giusta.
Il tempo materiale, romanzo, 13 euro

MARTEDI 16 – Elegie industriali
I sessanta secondi del pezzo d’apertura e il ritornello appena accennato di Upstairs (che si dilata in ghirigori metallici) valgono già il prezzo del disco. Che è sicuramente tra i migliori dell’anno. Il primo LP dei canadesi Women (quattro maschietti, in realtà, già segnalati su questo blog da Mahtte) è breve e ispirato. Jam sessions metalliche attraversate da poche ma affilate malinconie. C’è il post-punk più rumoroso, ma c’è anche tutto un caleidoscopio di vibrazioni dove, se siete dell’umore giusto, potete ritrovarvi a immaginare The Piper at the Gates of Dawn reinventato da Thurston Moore.
Women, s/t, compact disc e vinile, 14 dollari circa; mp3, 10 dollari

 

MERCOLEDI 17 – L’ecologia irrita
E’ uscito in Italia il dvd di uno dei film più sottovalutati del 2008: E venne il giorno (The Happening) di M. Night Shyamalan. Non so come sia quest’edizione, ma il film merita senz’altro di essere recuperato dai diffidenti e rivisto e ripensato dai dubbiosi. The Happening, b-movie coraggioso e irritante, è l’opera più radicale del buon Shyamalan: aggredisce non solo la credulità e la comodità estetica del pubblico, ma anche – ambiguamente – le rappresentazioni più comuni dell’habitat familiare e naturale. Pentitevi e (ri)vedetevelo!
E venne il giorno, dvd, 17 euro circa

 

GIOVEDI 18 – Natale su Marte
L’antidoto più strambo al cinepanettone nostrano ha un titolo che potrebbe essere uscito dalla catena di montaggio natalizia di De Laurentiis (dopo un guasto meccanico). Dopo sei anni di faticosa gestazione, i Flaming Lips  hanno partorito il loro famigerato film. A guardarne i frammenti che girano, sembra proprio la follia serie z che ci si aspettava. Se me lo regalate, a me non dispiace.
Christmas on Mars, dvd + cd, 25 dollari circa

VENERDI 19 – Cofanetti Gay
Negli USA è uscito MILK, ultimo film di Gus Van Sant, biografia del militante gay assassinato dopo la vittoria contro un referendum (la Proposition 6, nel 1978) che voleva introdurre il licenziamento dei dipendenti pubblici omosessuali. Ironia della Storia, Milk esce all’indomani di una sonora sconfitta del movimento per i diritti dei gay (la Proposition 8, nel 2008), caricandosi così di un inatteso bruciante significato. In Italia non sembra ci sia ancora una data di uscita; nel frattempo ci resta il bel trailer, coinvolgente e drammatico e contrappuntato da un brano che non appartiene alla colonna sonora del film di Van Sant, ma a quella di Angels in America. Miniserie HBO superpremiata (5 Golden Globe e un mucchio di Emmy, tra le altre cose) e adorata dalla critica, Angels in America è, come recita il sottotitolo della piece teatrale da cui è tratta, a gay fantasia on national themes. Ci sono mormoni, gay che rifiutano di accettarsi, Dio che è scappato via, lo scoppio dell’epidemia di AIDS, angeli pasticcioni, miracoli soprannaturali, Al Pacino, Meryl Streep ed Emma Thompson. Sei ore sfrontate, brillanti e anche un po’ troppo retoriche in certi passaggi. Il discorso di Roy Cohn / Al Pacino al medico rimane memorabile. Dirige Mike Nichols. 351 minuti al prezzo di 120.
Angels in America, dvd, 24 euro circa

 

Spesa totale della settimana: 84 euro circa.

martedì, 09/12/2008

Leaving New York (alive blogging)

di

 

10 novembre 2008, 10.45 am
New York City, Casa.
Sento un rumore di là e mi alzo dal letto. E’ il mio primo giorno di non-lavoro. In soggiorno, in piedi su una sedia, c’è un uomo anziano che sta facendo un buco nel mio soffitto. Ha gli stessi capelli di "Doc" Brown in Ritorno al Futuro. Mi dice Buongiorno. Io, assonnato e in mutande, gli dico Buongiorno. Mi dice che Mr. J., il padrone di casa, gli ha dato le chiavi. Deve migliorare l’illuminazione dell’appartamento. Io lascio NY tra due settimane, gli dico. Per tornare in Italia. Mi dice, come tutti, che adora l’Italia. Mi dice che è stato a Roma e a Livorno. Mi dice, smanettando con un cacciavite, che è un grande appassionato di Modigliani. E Livorno è la sua città natale, sai, la città natale di Modigliani, sono andato a visitarla. Faccio di sì con la testa. Per me Modigliani potrebbe essere nato ovunque. Vado in bagno. Appena "Doc" finisce il suo lavoro, sul soffitto ci sono quattro enormi plafoniere che contengono tre lampadine ciascuna, per un totale di dodici lampadine da 100 watt. Faccio clic con l’interruttore e la stanzetta s’accende come un tavolo operatorio. Rispengo.


11 novembre, 11.20pm, Online
La Repubblica: "Berlusconi a Villa Madama con Lula: In prima fila i Brasiliani del Milan. Gli ho fatto questa sorpresa perché sa tutto di calcio, questi campioni maestri di vita"


12 novembre, mattino, Casa.
Suonano al citofono. Schiaccio il pulsante Talk per chiedere chi è alla porta. Poi, con una mossa svelta frutto di un anno di pratica, schiaccio il pulsante Listen per ascoltare la risposta prima che il tizio abbia finito di darmela. Appunti per un Saggio sulle Piccole Invenzioni già Usate Altrove che Migliorerebbero la Vita dei Newyorkesi dopo il Bidet: 1) I citofoni in cui si può parlare e ascoltare contemporaneamente; 2) I cassonetti della spazzatura per strada; 3) Le serrande per far buio in camera.

12 novembre, subito dopo, Casa.
Mr. J., il padrone di casa, fa vedere l’appartamento a un tizio con un foulard tutto intorno alla testa e poi il cappuccio della felpa sopra il foulard. Ispezionano entrambi il mio caos. Borbotto, come al solito, che pure i mobili sono in vendita. Il tizio col foulard dice Ho troppi mobili io.

12 novembre, pomeriggio, Casa
La Repubblica: "Intervista a Berlusconi. La battuta su Obama? "Lui stesso si è fatto una risata"

13 novembre, 11am, Casa
Bussano alla porta. C’è un tipo sui cinquanta coi capelli come "Doc" Brown, pure lui. Ma ha degli occhialoni da vista enormi. Dice di essere l’imbianchino. Si guarda intorno facendo misteriosi calcoli a mente. Mi chiede quando lascio l’appartamento.

13 novembre, 8pm, online
La Repubblica: "Quella pantera? Un gatto o un cane" Gli zoologi spiegano gli avvistamenti.

14 novembre, pomeriggio, ‘Snice
Faccio una riga su un’altra voce del mio foglietto giallo: "Scambiare in banconote le monetine dentro la scodella". Mancano solo altre 12 voci. Staccare Internet. Chiudere il contratto del telefonino. Chiudere il contratto di luce e gas. Liberarsi dei mobili ikea del soggiorno. Comprare un’altra valigia. Spedirsi le spade giapponesi a Milano.

15 novembre, 1.30am, Don Hill
A mettere i dischi c’è Michael T., "madre" di Motherfucker, uno dei più importanti party newyorkesi del decennio, per sei notti all’anno, per sette anni e mezzo, fino allo scorso dicembre. Sugli schermi tv sopra al bancone c’è Carrie di De Palma. Finito Carrie, c’è un porno alternato a Ritorno al Futuro. Guardo un pezzo del film assieme all’unico altro Autore di Inkiostro presente nel locale. C’è il futuro padre di Michael J. Fox che apre la macchina in cui Beef sta cercando di approfittare della futura madre di Michael J. Fox. Ci guardiamo e diciamo all’unisono "Ehi tu porco, levale le mani di dosso". Negli anni 80 non c’erano i dvd in lingua originale.

15 novembre, 3.30am, Don Hill
Spaventato soprattutto dalla presenza di un muscoloso Dominatore di un metro e novanta in tutino attillato trasparente e maschera di pelle nera ispirata a uno dei cattivi dell’Uomo Tigre, il suddetto amico italiano lascia il locale, lasciandomi l’unico Autore di Inkiostro presente al Don Hill. Nel frattempo, sul palco, comincia l’Infamous Hot Body Contest, condotto da Michael T. in persona. Il concorso funziona così: i concorrenti si presentano sul palco e il pubblico esprime l’impietoso giudizio con applausi e fischi (i fischi sono bene, i buuuh sono male – ma sono vietati dalle regole della buona educazione e dalle raccomandazioni di Michael T.). Oltre al Dominatore, al Panzone coi Baffi e all’Uomo che Vorrebbe Essere Matthew McConaughey, salgono sul palco anche la Biondina Trasgressiva, la Tizia Single del Secondo Piano, il Fratello Panzone di Becca Moody (forse Becca ha il cognome della madre però) e – soprattutto – l’Asiatica. Mando subito un sms al sopracitato Altro Autore di Inkiostro che aveva irresponsabilmente sottovalutato lo spessore critico dell’evento pop che stava per compiersi su quel palco ("Vedrai solo cazzi" aveva detto abbandonando il locale. "L’asiatica figa partecipa al contest" gli scrivo io baldanzoso) e decido di supportare incondizionatamente l’Asiatica durante tutte le fasi dell’Infamous Hot Body Contest. Che sono precisamente tre. Nella prima, i concorrenti si presentano al pubblico. Nella seconda, i più applauditi cominciano a togliersi via i vestiti. Nella terza e ultima, i finalisti, nudi come li ha fatti mamma, si contendono l’ambito premio di cento dollari (e, soprattutto, la gloria). I primi ad essere eliminati sono il Dominatore e lo pseudo McConaughey. Poi cadono anche il Panzone coi Baffi e la Tizia qualunque. Al momento clou, tuttavia, succede l’impensabile. L’Asiatica, indubbia favorita, capisce che tocca spogliarsi davvero e, vinta dalla timidezza, decide di abbandonare il concorso. Nonostante le doti oggettive della Biondina, i cento dollari se li vince il Fratello Panzone di Becca Moody.

15 novembre, online
La Repubblica: "Ecco le barbe più famose della storia Vince Karl Marx, Gesù al quarto posto".

 

16 novembre, 10pm, Casa
Finisce la puntata di Dexter. Appunti per un Dizionario delle Metafore Pop, Volume Uno: Le Serie TV: Miguelprado: si dice di persona appiccicosa e bizzarra o di evento improbabile e fastidioso che s’inserisce in una piacevole serie (di eventi) deviandone tristemente il corso. Es.: Pensavo fosse una buona idea portare la mia ragazza al mare ma ci è capitato un miguelprado dopo l’altro (= imprevisto grottesco e/o imbarazzante).  L’altra sera a cena di Marco ti sei messo a fare il miguelprado (= inopportuno, fuori luogo in modo bizzarro). Smettila di fare il miguelprado e concentriamoci sulle cose da fare. Basso Uso: Miguelpradare, v. tr.: rovinare qcs. con fare ossessivo e bizzarro (Es.: Giuseppe mi ha miguelpradato il fine settimana). – v. intr.: agire a cazzo portando o meno il pizzetto.

17 novembre, 11am, Punto Vendita T-Mobile, 7th Ave & 14th St.
Piccoli suggerimenti su come interrompere dopo 13 mesi un contratto telefonico di 2 anni senza pagare la penale. 1. Scegliere un punto vendita che ha una commessa ispanica con una situazione sospetta agli occhi dell’Ufficio Immigrazione. 2. Aspettare che faccia casini a lavoro, la licenzino e forse pure la rimpatrino. 3. Andare a dire al nuovo commesso (che impallidisce appena un cliente nomina la Suddetta Commessa) che ti era stato assicurato che il contratto era per un anno e non avevi firmato niente e dove diavolo è la commessa ispanica e io non avevo dato neppure il social security number!!

18 novembre, 1pm, online
La Repubblica: "Berlusconi scherza con la Merkel. Prima si nasconde, poi le fa "cucù""

19 novembre, 4pm, ‘Snice
Chiedo un refill di caffé al bancone e torno al mio tavolino. Mi guardo intorno. Il tizio accanto a me sta scrivendo una biografia o forse una tesi di laurea. I due tipi tre tavoli più in là stanno provando una parte, leggendo da un copione. La ragazza mora che beve dalla tazza fumante ha Oscar Wao tra le mani. Decido di mettere nel mio post su Inkiostro anche i messaggi che mi invia Badoo quando decido di cancellare l’account – sono divertenti, dai. I miei post sono sempre lunghissimi.

20 novembre, 10.30am, Casa
La ragazza che Mr. J. ha portato oggi fa più domande degli altri. Il letto che ho messo in camera è un full o un queen? La finestrella di là su cosa affaccia? (sul nulla, la mia risposta – Mr. J. mi guarda male). C’è la lavastoviglie? Mr. J. mi chiede se ho fatto il biglietto. Sì, con la Continental. Non Alitalia?, chiede lui. No, no, non è un buon momento per Alitalia: fallimento, scioperi dei lavoratori, voli cancellati. Sounds very Italian, dice lui.

20 novembre, 4pm, Telefono
Mi chiedono il motivo per cui ho deciso di interrompere i servizi di TimeWarnerCable. Dico che sto lasciando il paese.

20 novembre, 6.30pm, Casa
Il tizio più pallido dice al tizio meno pallido che forse è meglio passare il nastro adesivo tutt’intorno agli sportelli della mia credenza/libreria. Il tizio meno pallido risponde al tizio più pallido che forse è meglio, sì. Passano il nastro adesivo tutt’intorno agli sportelli della mia credenza/libreria. Poi la portano via. Metto le valigie ormai quasi piene al posto dei mobili, così, per far finta che non è tutto vuoto. Mi ascolto la musichetta della partenza dell’Incredibile Hulk.

21 novembre, 12.40pm, Internet
La Repubblica: "Criminalità, l’Italia cambia idea. Dopo un anno non fa più paura".

 

21 novembre, pomeriggio, West Village
Faccio la solita strada. Mi metto a guardare i buchi tra il giallo degli alberi. Prendo un cappuccino al caffé sull’Undicesima. Fa freddo. Spero di vedere un’altra volta ancora Julianne Moore per strada. Magari come quella volta che stava coi cani e mi si era quasi impigliato il piede in un guinzaglio. Oppure come quella volta che faceva freddo ma non tantissimo eppure Julianne Moore era tutta coperta come se nevicasse e aveva questo cappello di lana nero in testa e lì ho capito che Julianne Moore è una tipa freddolosa e sono convinto che mentre io pensavo che faceva freddo ma non tantissimo e che Julianne Moore era una tipa freddolosa proprio allora Julianne Moore mi ha guardato per qualche secondo esattamente come quella volta che attraversavo Bleecker e Julianne Moore l’attraversava nel senso opposto ed eravamo entrambi sulle strisce pedonali e le macchine erano ferme dietro la linea bianca e la luce rossa del semaforo e la gente attraversava la strada in un senso e nell’altro delle strisce pedonali e io l’attraversavo in un senso e Julianne Moore nell’altro, e forse lei tornava a casa, e Julianne Moore mi ha guardato negli occhi, sono sicuro, e mi ha guardato negli occhi per diversi secondi. Solo Julianne Moore potrebbe capirmi in questo momento.

22 novembre, 3.00am, Trash
Mi avvicino a DJ Jess che è sceso giù in pista. Tra due giorni lascio NY, gli dico. Oh no!, dice lui. Non ha la minima idea di chi io sia.

22 novembre, 4.45am, Online
La Repubblica: Addio a Forza Italia, ora c’è il Pdl Berlusconi: "Ma siamo quelli del ’94"
Il Cavaliere ripete passo passo il discorso della "discesa in campo"
"L’Italia è il paese che amo, noi baluardo di democrazia e libertà"

22 novembre, pomeriggio, Casa
Dove voglio che mi spediscano l’ultima bolletta della luce? L’operatrice mi ripete per la terza volta l’indirizzo che le ho appena dato. E’ ancora sbagliato. Sospiro. Ok. Ricominciamo. Rifaccio lo spelling. V. I. A. Le do di nuovo, lettera per lettera, il mio indirizzo di Milano. Lei lo ripete, lettera per lettera, per fugare ogni dubbio.

23 novembre, 3.55am, Annex
Il dj mette "New York, New York" per mandarci a dormire. Dovrei mettere una frasetta arguta per evitare che questo post si suicidi nel melenso. Frank saprebbe di sicuro come fare.

23 novembre, 1.30pm, Meatpacking
La mia amica C. si fa portare un succo di pomodoro, lime, sale, pepe e olio e poi passa dieci minuti a prepararsi il drink. Lo assaggio. E’ molto buono. Mi dice che è perfetto per l’hangover. Do le spade giapponesi alla mia amica S. – mi assicura che me le spedirà al più presto.

23 novembre, 8.30 al punto d’arrivo, volo New York-Milano
Mi chiedo come sarà stata la season finale di True Blood. In libreria ci sono vampiri su ogni scaffale. Twilight è al cinema. Let the right one in, un bel film svedese sui vampiri (più o meno), lo vedrò a Torino. Mi segno che dovrò fare un post su Inkiostro sul revival vampiresco. Bisognerà però metterci qualche elemento intellettual-snob sui vampiri al cinema. Mi segno di scrivere di quello splendido film di Maddin che da poco ha un’edizione italiana in dvd. L’aereo si tuffa in un mare di nuvole e nebbia. Malpensa è grigia e piovigginosa.

mercoledì, 19/11/2008

Svetlana e il narcisismo. Una storia vera.

di

(tempo di lettura previsto: 6 minuti)

Un mesetto fa, tale Carmen Joy King fa un pezzo su Adbusters in cui racconta la sua decisione radicale riguardo al mondo del social networking:

A marzo, al culmine della popolarità di Facebook, io ho smesso. Con quattro semplici clic del mio mouse ho cancellato il mio account. Finiva così l’intero alter ego elettronico che avevo creato per me stessa – foto del profilo, interessi e attività, esperienze di lavoro, amici acquisiti – tutte quelle cose attentamente studiate perché il mondo potesse ammirare, in vetrina, la versione migliore di me erano ora cancellate del tutto.

Carmen Joy King spendeva grandi quantità di tempo su Facebook. E proprio mentre cercava una nuova citazione cool per aggiornare il suo status, s’imbatté in Aristotele: Siamo quello che facciamo ripetutamente. Per Carmen fu un’epifania:

Cos’ero, dunque, io? Se il tempo lo trascorro a cambiare la foto del mio profilo Facebook, a pensare a un aggiornamento intelligente del mio status su Facebook, a controllare ancora una volta il mio profilo per vedere se qualcuno ha commentato sulla mia pagina, è questo che sono? Una persona che ri-visita i suoi stessi pensieri e le sue stesse immagini per ore e ore ogni giorno? E quindi come mi si può definire? Egotista? Voyeur?

Secondo la prof.ssa Twenge della San Diego University (che la King interpella), il narcisismo irrefrenabile della Generation Me o Generation Look at Me – tutti figli dei baby boomers – sarebbe una deviazione perversa dell’estremo individualismo inculcato ai bambini a partire dagli anni 70. L’autostima instillata da slogan quali "esprimi te stesso" e "sii te stesso" sarebbe il principio dei mali.

Per convincere l’intervistatrice, la prof.ssa Twenge spiega anche che nei racconti pubblicati negli anni 80 e 90 c’è un vistoso aumento di parole quali Io, Me, Me stesso, Mio al posto di termini colletivi come Noi, Umanità, Paese o Folla. Per la prof.ssa Twenge questa potrebbe essere la generazione meno coscienziosa e meno comunitaria dell’intera storia del Nord America.

Carmen si convince di aver fatto la cosa più giusta a chiudere il suo Facebook, anche se scopre di non aver sconfitto del tutto il narcisismo:

Dopo aver lasciato Facebook, cominciai a chiedermi che cosa avrebbero pensato tutti i miei amici e i familiari e i conoscenti della mia scomparsa dal mondo di Facebook. Dunque un po’ del mio Facebook-narcisismo – mi stanno notando, sentono la mia mancanza – è rimasto. Però mi sto anche ponendo delle nuove domande. Come faccio a trovare un equilibrio  tra la mia vita online e la mia vita "vera"? Fino a che punto l’esposizione è salutare? Come posso agire responsabilmente per me stessa e relazionarmi alle persone a cui tengo? Queste sono ancora pensieri su "me stessa" ma rispetto a prima sembrano differenti.

Pensieri importanti.

Invidioso delle profonde riflessioni scaturite dall’esperienza di Carmen Joy King, riflessioni convalidate persino da accademici che hanno studiato a fondo la faccenda, decido che devo tentare anch’io un’impresa socioculturale altrettanto estrema e illuminante. Ma siccome Facebook mi sta simpatico e mi serve per tenere contatti con tanta gente sparsa in tanti posti e per spettegolare sulle foto di questa o quell’altra festa sfigata, decido di iscrivermi a Badoo.

Badoo, per chi non lo sapesse (io non lo sapevo), è uno dei 10 siti di social networking più popolari d’Europa (in Francia è addirittura il numero 3). O almeno così dice Wikipedia. Ma quel che più m’intriga (socioculturalmente) è che Badoo sembra essere il più popolare sito di social networking del mio paesello natìo. O almeno così ho potuto appurare dopo un rapido sondaggio al Pub lo scorso dicembre.

L’idea chiave di Badoo è che tu metti delle foto di te e la gente ti dà dei voti. Gente che passa per il tuo profilo perchè ha utilizzato delle funzioni di ricerca molto simili a quelle dei dating websites (stando a quanto mi hanno raccontato). Anche la filosofia sottostante è assai diversa da quella abbracciata da Facebook: la gente che ti scrive non è già tua amica nella "realtà", ma vorrebbe diventarlo. Possiamo dunque dire che Badoo promuove un’idea attiva del social networking – in luogo dei pigri meccanismi facebookiani che convalidano e riconvalidano sterilmente conoscenze già in essere. Non solo: Badoo ha anche l’audacia di sfidare il buonismo melenso di Facebook: qui nessuno si manda abbracci a forma di scimmiette o altre coccolose manifestazioni amicali – qui si dà un Voto alla Tua Faccia. Da 1 a 10.

Badoo, possiamo concludere, rivela la nuda verità delle dinamiche sociali. E s’affida a una forma interessante di darwinismo democratico, premiando chi riceve i voti migliori per le sue qualità fotogeniche e punendo chi invece non riesce ad affermarsi. E nessuno può mettere come profile picture una foto in cui non si vede bene la faccia (tipo quella in cui un finto squalo di plastica ti ha ingoiato per metà o quella delle tue sneakers su un prato verde). Su Badoo questi espedienti creativi non funzionano: mostra bene la faccia, così ti diamo il voto che ti meriti.

Una ventata d’aria fresca, insomma. Sani istinti basici contro le ipocrisie infantili e regressive della Generazione Facebook.

Tuttavia, mentre su Facebook succedono delle cose anche se tu non ti attivi più di tanto, su Badoo l’azione latita, salvo che tu non ti voglia lanciare in esplorazioni fotografiche, dare voti o provare a relazionarti socialmente con qualcuna che ha una foto socialmente promettente. In più di un mese, gli unici momenti degni di nota della mia vita su Badoo sono stati: 1) quando una ragazzina di 16 anni della provincia di Varese ha dato 1 alla mia foto e 2) quando una signora sovrappeso di vicino Caserta ha dato 10 alla mia foto.

Negli ultimi 12 giorni, però, le cose cambiano.

E allora mi armo di tutte le mie più acute intuizioni socioculturali per analizzare gli eventi.

Ciao!!! Il mio nome e Svetlana! Io guardai la vostra struttura e vi interessate a me. Voglio imparare di piu su di te. Se non contro di voi che scrivete a me per e-mail [...] mi aspetta da voi per la lettera circa impazienza! Svetlana

Questo è il primo messaggio che ricevo. Ora, non posso dire che in astratto l’idea che Svetlana (che è una ragazza fotogenica) imparasse di più sul mio conto fosse esattamente contro di noi. Tuttavia, la cosa della "struttura" mi inquietava un po’, così decisi di soprassedere. Dopo qualche giorno, un’altra utente di Badoo mi scrive un messaggio:

Ciao!!! Il mio nome e Svetlana! Lei ha interessato anche io mi ha voluto scrivere a voi. Spero che lei non contro di amicizia che abbiamo potuto comunicare con voi? E possibile scrivere di me sul mio indirizzo privato [...] Io attendere da voi per la lettera circa impazienza! Svetlana.

(E non pensate che Svetlana sia un nome diffuso solo tra gli anticonformisti utenti di Badoo. Su Facebook ce ne sono centinaia e centinaia).

L’arrivo di un terzo messaggio dai toni affini coincide con un’illuminazione.

Cosa sono diventato? Uno che rifiuta una parola di amicizia a delle simpatiche ragazze dell’Est soltanto perché non sfoggiano, tra i loro talenti, una sicura padronanza della mia lingua? Quante parole saprei dire io in Russo? Sono diventato uno snob fastidioso e sessista? Uno pronto a firmare sproloqui pseudo-critici solo per riaffermare allo stesso tempo la mia vibrante presenza e la mia superiorità all’hic et nunc della cultura pop? E poi cosa m’inventerò? Andrò a intervistare un ricercatore del DAMS sul potenziale sovversivo e autenticamente antagonista di Badoo rispetto all’autoerotismo anestetizzato e borghese di Facebook? Come posso definirmi? Un reazionario? Uno contro di amicizia?

Ho deciso quindi di cancellare il mio profilo Badoo. Badoo non l’ha presa proprio bene:

Roberto, non riusciamo a capacitarci delle ragioni che ti hanno spinto fino a questo punto. C’è sempre una soluzione ai problemi della vita. In ogni caso, se dovessi decidere di continuare comunque, ti preghiamo di spiegarcene la ragione nello spazio qui sotto. Utilizza le tue ultime parole per spiegarci cosa e come potremmo migliorare!

Quando decido di proseguire – interrogandomi sulle potenzialità enormi del suddetto messaggio e del sottile confine tra suicidio virtuale e reale che il messaggio sembra ignorare del tutto – Badoo assume un atteggiamento passivo-aggressivo:

Non sappiamo che dire…

Possiamo immaginare che una e-mail sarà inviata all’indirizzo specificato.

L’email è arrivata. Dice che ho 3 settimane di tempo per ripensarci, poi il mio profilo sarà cancellato per sempre.

Mi chiedo se le due Svetlana e l’altra di cui non ricordo il nome si stiano interrogando sulla mia virtuale scomparsa.

Intanto, nel giro di niente, la relazione del mio amico M. è passata da It’s complicated a Single.

 

mercoledì, 12/11/2008

David Foster Wallace e il Problema dello Stronzo

di

La cosa che vi inquieterà, leggendo questo post, sarà scoprire che David Foster Wallace chiudeva le sue lettere scrivendo Tally Ho prima della firma. Non Cari saluti o Con amicizia o Sinceramente Tuo. Tally Ho. O, almeno, così fa nelle due lettere inedite pubblicate integralmente da Harper’s nel nuovo numero di Novembre.

La cosa che forse non vi stupirà, invece, è che quando sei sicuro che uno scrittore taumaturgo non scriverà più una sola parola, niente di niente di niente, allora ogni cosa che gli è uscita dalla penna fino a quel giorno lì guadagna un’energia strana. Anche un paio di lettere ad alcuni studenti di Yale intorno allo spinoso tema del come prendere per il culo la gente del Midwest nel rispetto dell’etica e del buon senso.

Insomma, la storia è questa. Nell’agosto del ’93, Harper’s Magazine manda DFW a Springfield, IL., per seguire la Fiera Statale dell’Illinois, un evento in cui migliaia e migliaia di persone girano per padiglioni zeppi di bestiame, sudano a 40 gradi all’ombra, si sfidano in gare di tip-tap country, cavalcano giostre pericolosissime, fanno il tifo a incontri di boxe di ragazzini di 10 anni e celebrano festosamente i Frutti della Terra dell’Illinois: dalla Pelle di Porco Fritta ai Corn Dog, dal Pollame agli atletici Stalloni.


Il pezzo esce su Harper’s nel luglio 1994 col titolo Ticket to the Fair e poi diventa uno dei reportage raccolti in A Supposedly Fun Thing I’ll never Do Again (in Italiano il pezzo è Invadenti Evasioni). 

DFW e la "Gente Rurale del Midwest" (come lui chiama i visitatori, con piglio da antropologo-con-casco-coloniale) non entrano precisamente in sintonia:

Il quindici per cento dei visitatori femmina ha i bigodini ai capelli. Il quaranta per cento è clinicamente grasso. A proposito, la gente grassa del Midwest non ha alcun rimorso riguardo all’indossare pantaloncini corti o top smanicati.*


Diciamo che la Gente Rurale del Midwest non è esattamente entusiasta del pezzo. DFW lo racconta nella prima delle due lettere inedite pubblicate da Harper’s questo mese:

Quando feci il pezzo sulla Fiera Statale, pensavo fosse un ritratto abbastanza neutrale, persino favorevole della Fiera [...]. Poi, quando uscì la versione di Harper’s, ricevetti lettere di odio, lettere di odio inviate da terzi a giornali del posto. ecc. Il nocciolo delle quali lettere era: Ecco il nativo che è diventato tutto East Coast e Uptown e adesso torna e prende in giro le proprie radici. (I tizi erano particolarmente arrabbiati per i riferimenti al fatto che molta gente fosse grassa. Lo era, è tutto vero – vai a capire).


DWF spiega che nello scrivere delle critiche verso qualcuno o qualcosa, l’equilibrio che lo scrittore dovrebbe rispettare è assai delicato:

Da un lato, uno scrittore deve capire che i suoi principali obblighi di obbedienza sono verso il lettore, non verso il soggetto dell’articolo. L’eccessiva preoccupazione per i sentimenti dei soggetti possono portare a  disonestà di ogni sorta che il lettore sarà in grado di percepire (coscientemente o meno). Dall’altro lato, la vita è breve, e dura, e sembra una buona regola quella di infliggere alle altre persone il minimo dolore o la minima umiliazione possibile mentre ci trasciniamo verso la fine della giornata. In più, se il lettore si fa l’idea che il soggetto è stato riempito gratuitamente di ridicolo o di disprezzo, allora c’è tutta una diversa, più cattiva vibrazione di disonestà o di propositi nascosti che circonda il pezzo. Dunque la cosa è un po’ a trabocchetto.




In certi casi, infatti, DFW ha addirittura deciso di rinunciare a scrivere un pezzo per evitare che la persona coinvolta fosse costretta a leggere le sue critiche:

Ho dovuto lasciar perdere certe recensioni di libri, per esempio, perché mi sono accorto che avevo odiato il libro, il libro era brutto e basta, e semplicemente mi rifiutavo di spendere una settimana e 750 parole per stroncare un libro o per spiegare punto per punto perché era brutto … soprattutto perché io stesso sono stato stroncato, e so come ci si sente, e dopo una certa età non ho lo stomaco di farlo a qualcun altro. C’è una sorta di empatia narcisistica in casi come questi; non mi è del tutto chiaro se ho fatto la cosa "giusta" rifiutandomi di scrivere quelle recensioni. [...] Insomma, da un punto di vista etico è tutto maledettamente grigio. Vabbè. Spero che questo abbia un po’ di senso.

Tally Ho.

/dfw/

Nella seconda lettera, prova a teorizzare una soluzione del problema:

Qui parliamo di un tipo di saggio molto specifico che è (a) critico, (b) comico, (c) descrittivo (a differenza di uno principalmente argomentativo o qualcosa del genere). [...] A me verrebbe da dire che questo è un tipo di pezzo pericoloso da scrivere, perché pone alcune sfide all’Io Narrante, più specificamente il Problema dello Stronzo. Sono sicuro che l’avete presente: è un disastro se la sensazione più forte percepita dal lettore in un saggio critico è che il narratore sia una persona molto critica, o in un saggio comico che il narratore sia crudele o borioso. Di qui l’importanza di essere critici verso se stessi come lo si è verso la roba/gente su cui si stanno facendo delle critiche. Ora che lo vedo scritto capisco che sembra estremamente ovvio e stupido. Quindi boh. Forse la sfida cruciale qui è quella di dar forma e onorare un contratto col lettore alquanto rigoroso, uno che implichi onestà e non-ammiccamento (sempre che questa parola esista). Cosicché il lettore ha l’impressione generale che c’è un narratore che è principalmente impegnato a provare a Raccontare la Verità… e se la verità implica la coglionaggine di altra gente o di certi eventi, così sia, ma se essa implica la cazzonaggine dello stesso narratore, i suoi pregiudizi, limiti, mancanze, stronzate fatte durante l’evento ecc. allora queste cose vanno dette pure – perché la verità-come-la-si-è-vista è un progetto totale qui. Non ho la minima idea di come ridurre tutto ciò a una ricetta pratica – penso però che qualsiasi contratto serio e indistruttibile tu concluda con te stesso e il lettore, il lettore lo afferrerà, anche se non è un fatto conscio.

Ed è sempre strano leggere di sincerità e onestà e schiettezza in un Grande Autore Postmoderno. O, insomma, lo sarebbe. Se non sapessimo che si tratta di David Foster Wallace.

Tally Ho.

* Non ho la versione italiana del pezzo, qua con me. Le traduzioni le ho improvvisate io, anche ovviamente degli estratti delle lettere.

giovedì, 06/11/2008

La notte di Obama (alive blogging)

di


Tenete le vostre cazzo di mani
limey* lontane dalle nostre elezioni
Lettera al Guardian, 18 ottobre 2004


9.28pm, West Broadway, SoHo, New York
Election Night organizzata dal Partito Democratico… Italiano.

Nel 2004 il Guardian organizza l’Operazione Clark County e chiede ai suoi lettori di convincere gli elettori della piccola contea di Clark, Ohio, a votare per John Kerry. Moltissimi lettori scrivono la loro letterina. Pure Luca Sofri. Ma non tutti gli Americani la prendono bene:

KEEP YOUR FUCKIN’ LIMEY HANDS OFF OUR ELECTION. HEY, SHITHEADS, REMEMBER THE REVOLUTIONARY WAR? REMEMBER THE WAR OF 1812? WE DIDN’T WANT YOU, OR YOUR POLITICS HERE, THAT’S WHY WE KICKED YOUR ASSES OUT. FOR THE 47% OF YOU WHO DON’T WANT PRESIDENT BUSH, I SAY THIS … TOUGH SHIT!

Lettera di un cittadino americano al Guardian

E’ comprensibile, su. Sono le loro cacchio di elezioni, insomma. Però come fai a non appassionarti alle elezioni americane? E’ come se, improvvisamente, ti liberi da un peso ancestrale. A casa nostra, sono millenni che non possiamo permetterci la Retorica e l’Idealismo e i Valori e l’Ottimismo di cui la politica americana si ubriaca tutti i giorni. Millenni. E però, ecco, le Elezioni Americane! D’un tratto ti senti assolto da tutto l’ingombrante fardello della Storia. Puf. Liberato da un peso. Yes, we can.

E allora facciamo quello che possiamo per partecipare. Scriviamo letterine. O organizziamo serate con la scusa che da noi c’è un nuovo partito che ha lo stesso nome di un partito americano. Il punto di vista dell’Elettore Democratico Italiano sembra interessante. Così accetto l’invito di un’amica all’evento organizzato dal Partito Democratico (quello di Veltroni) nella nazione del Partito Democratico (quello di Obama) per tifare Barack alle elezioni americane, sperando che la vittoria del Partito Democratico (quello di Obama) possa creare un’onda di speranza e cambiamento che giunga sino in Europa e in Italia e nel Partito Democratico (quello di Veltroni).

Medito sul rompicapo bevendo Birra Peroni, mentre la CNN attribuisce il cruciale Ohio a Barack Obama, senza nemmeno l’aiuto dei lettori del Guardian. Ci sono applausi e “Forza Obama”.

Per le elezioni americane, a centro-sinistra si può dire Forza.



9.41pm, ancora a SoHo, New York

CNN dà il New Mexico a Obama. L’Elettore Democratico Italiano rinuncia persino al patriottico spirito scaramantico e si avventura in frasi premature quali “Ormai è fatta”. I più cauti invitano alla prudenza e si toccano le palle.

10.30pm, sempre a SoHo, New York
Ormai si misura il tempo che passa in Grandi Elettori e Birre Peroni.

11.02pm, sempre là
La CNN annuncia la vittoria di Barack Obama. Posiamo le Peroni. Applausi. Poi perplessità. Ma non è troppo presto? Siamo ancora del tutto sobri. Un tizio dal forte accento ispanico si avvicina al mio gruppetto: Calma, calma, quattro anni fa le proiezioni davano Kerry vincente. Ci tocchiamo le palle.

11.22pm, solito posto.
Esce John McCain per parlare al microfono. Un signore coi capelli bianchi che è stato seduto quieto per tutto il tempo si alza in piedi e urla. “Volume! Volume!”. La cameriera gli sorride. Qualcuno le traduce la cosa in inglese.

11.23pm, ancora là.
“The American people have spoken. And they have spoken clearly”. Applausi. E’ fatta.

11.40pm, in macchina
Finiamo di sentire il discorso di McCain alla radio. Grande discorso. Se faceva così tutta la campagna, magari vinceva.

Mezzanotte, Rockefeller Plaza
In TV sembrava la festa più figa ma dal vivo non è poi sto granché. La NBC ha in pratica affittato la piazza riempiendola di striscioni e ribattezzandola Election Plaza. Sul ghiaccio della pista di pattinaggio ci sono disegnati i 50 Stati. Colorati rossi o blu secondo le proiezioni. Sul grattacielo di fronte alla pista di pattinaggio ci sono due di quei cosi che vanno su e giù per i grattacieli con gli omini dentro per lavare i vetri. Uno ha la scritta Obama e uno ha la scritta McCain. Quello con la scritta Obama quando sale si lascia dietro uno striscione blu. L’altro uno striscione rosso. Un balcone, a una certa altezza, indica l’ambito traguardo dei 270 Elettori. Il cosino lavavetri di Obama è sei o sette piani più sopra del 270. E’ quasi meglio del mitico ologramma della CNN. Però in questa piazza c’è più gente quando accendono l’albero di Natale.

00.02am, Rockefeller Plaza
Sui maxischermi compare Obama. Applausi e festa. La gente si fa le foto. Catturo il momento storico facendomi fare una foto. Ci sono io con le dita in segno di vittoria e sullo sfondo il faccione di Obama. A un più attento esame della foto, sembro un cretino.



00.03am, Rockefeller Center

If there’s anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible, who still wonders if the dream of our Founders is alive in our time, who still questions the power of our democracy, tonight is your answer”

Voglio l’asilo politico.

1.20am, West 50th St.
Ci dirigiamo verso l’Electoral Night organizzata dalla Democratic Leadership for the 21st Century, una “organizzazione indipendente di giovani newyorkesi progressisti”, dice il loro sito. Ma arriviamo troppo tardi. Giovani progressisti ubriachi provano a salire al contrario le scale mobili, fallendo miseramente. Il dj mette vecchi pezzi house. Giovani progressiste limonano già tutte con giovani progressisti. Anime solitarie non sufficientemente progressiste ballano su un tappetto di palloncini scoppiati coi colori della bandiera americana. Sono troppo sobrio per sopportare tutto ciò.

2.46am, Casa.
Mi faccio uno spaghetto al pesto Buitoni, mentre riascolto il discorso di Obama dal laptop. Le piazze sono senza dubbio i posti meno adatti per gustarsi un bel discorso ispiratore. Le figlie di Obama potranno avere il loro cagnolino. Lo spaghetto mi viene perfettamente al dente.

8.17am, Stazione della metropolitana, 14th St.

Non trovo neppure una copia del New York Times in giro. Mi accontento del poco hip USA Today. Sennò finisce come quando sono rimasto senza neppure un giornale dell’11 settembre.

8.21am, Metro E direzione Uptown
Sorseggio il mio bicchierone di caffè. Le ultime notizie dicono che l’obamiana California ha approvato la Proposition 8 per vietare i matrimony gay. E pure l’obamiana Florida. Ci sono già 18.000 coppie dello stesso sesso che si sono sposate in California. D’altronde anche Obama è contrario ai matrimony gay. E Martin Luther King era Repubblicano.

9.00am, Ufficio
Leggo che il ministro Gasparri ha commentato l’elezione di Obama dicendo “Al Qaeda sarà contenta”. Un minuto dopo mi arriva l’email di conferma del mio volo di ritorno per l’Italia. Vorrei che il mio ufficio avesse un mobile bar come quello di Roger Sterling.

(P.S. Stasera, 5 novembre, puntata favolosa di South Park aggiornata alle ultimissime notizie)
   

* Limey è un termine dispregiativo usato dagli Americani per definire gli Inglesi. L’origine è spiegata qua.