Marley era morto. Tanto per cominciare. Su questo non c'è alcun dubbio. L'usura del cd di The Legends, il fatto che fosse assolutamente impossibile ascoltare Could You Be Loved senza che saltasse la traccia e s'interrompesse a metà, stava lì a testimoniarlo. Era l'impietoso atto d'accusa, la prova finale dell'insuccesso. Altro che DIY, altro che indie, altro che chiacchiere. Bob Marley, ecco cosa si era ridotto a suonare alle feste ormai. Fino a consumarne il cd. Sennò non l'avrebbero chiamato.
Il vecchio dj (ex) pretenzioso se ne stava il pomeriggio del 31 dicembre mogio mogio a etichettare nuove inutili compilation degli ultimi gruppi di chill wave californiana che non avrebbe mai suonato, a lucidare il cassone che conteneva la consolle ferma a casa da mesi, a rimuginare dolente sull'ingiustizia della società che lo aveva emarginato da anni, maledicendo sottovoce i giovani che si ostinavano a ballare La Bamba e YMCA nonostante fossero canzoni vecchie di decine di anni, amareggiandosi sulla mancanza di meritocrazia di questo sconcio paese che si degnava di muovere il culo solo sulle note di Gloria di Umberto Tozzi.
Sulla via di casa, all'avvicinarsi della vigilia di capodanno, la sua desolazione peggiorava ancora se possibile: stavano tutti lì a chiedersi "E tu cosa fai a capodanno?" "Ma lo sai che alla festa X c'è il dj Y?" "No, io vado alla festa Z dove suona il dj K". Ovviamente nessuno lo aveva contattato per mettere i dischi in nessuna delle tante e grandi feste organizzate in città. Quando Ornello, titolare dell'omonima tabaccheria Ornello, gli chiese di selezionare musica per il veglione che si sarebbe tenuto a casa sua, l'ex dj pretenzioso grugnì che aveva ben più nobili impegni, ben altre feste fuori dal paesello, ben più colte platee a cui rivolgersi, ben più prestigiosi locali dove portare la sua meravigliosa musica.
D'un tratto gli apparve sulla vetrina dell'unico negozio di dischi della città, ormai chiuso da anni, il riflesso di Marley, con un gigantesco cannone in mano. La visione lo turbò alquanto. Rincasò e iniziò a sentire strani rumori, cigolìi sinistri che salivano dalla cantina, il nuovo pezzo di Lana Del Rey dal pc spento, radio a transistor che inziavano a frusciare, scratch campionati che sembravano provenire dal bagno. A quel punto si aprì una porta e il fantasma di Marley accompagnato dalle note di Get Up Stand Up gli apparse e lo ammonì severamente "Con la tua musica assurda stai dimenticando la vera missione del dj, soprattutto a Capodanno: far divertire e ballare la gente, fargli fare i trenini mentre urlano al cielo peppèpeppèpeppè. E invece te ne stai qui ad avvelenarti davanti a un pc, a scaricarti l'ultimo mixtape di Diplo, una porcata tale che non la ballerebbe nemmeno lui!". Infine gli preannunciò la visita dei tre spiriti del Capodanno.
Arrivò così il primo spirito, quello dei Capodanni Passati, con le fattezze di Dj Albertino, che lo riportò a rivivere il primo capodanno dietro a un mixer. Dapprima il giovane e futuro pretenzioso era tutto intento a scriversi a penna una scaletta, poi a mettere in ordine dei vinili, infine si recò a montare l'impianto scassatissimo con drammatico anticipo. Poi la scena si spostò nel pieno della festa dove tutti ballavano felici al ritmo degli Snap, alcune ragazze venivano a chiedere di mettere Animal Action dei Paraje e lui contentissimo esaudiva quelle ed altre ben peggiori richieste, molti vomitavano allegramente vodka alla pesca agli angoli di una squallida pizzeria dell'alto maceratese. C'era tanta gioia e si percepiva un gran divertimento collettivo. A un certo punto però il giovane dj decise di cambiare musica, mettendo sul piatto prima Losing My Religion dei R.E.M. e poi Proibito dei Litfiba. Molti furono contenti, alcuni però protestarono e gli chiesero di suonare qualcosa di Dj Cirillo. Il giovane dj rispose sdegnato che lui quella musica non ce l'aveva, per scelta. Il pretenzioso soffriva molto a vedere sè stesso così giovane e già così spocchioso e chiese allo spirito di non tormentarlo oltre con quelle scene penose dei suoi diciott'anni.
L'ex pretenzioso si svegliò in lacrime e si riaddormentò agitatissimo trovandosi davanti allo spirito dei Capodanni Presenti, uno spirito dalla panza enorme, la giacchetta bianca e con la faccia poco rasata di James Murphy. Costui lo accompagnò sulle note di Daft Punk Is Playing In My House a vedere i due party più affollati della città, dove dj Y e dj K proponevano esattamente la stessa playlist, infarcita di disco scontata, commerciale vecchiotta e grandi classici del capodanno di provincia. Nessuno sembrava lamentarsene e i trenini impazzavano. E poi lo spirito lo fece entrare a casa di Ornello, dove c'erano solo 15 persone che mangiavano le lenticchie con lo zampone rancido, brindavano con spumante scadente e sfiatato, ridevano e scherzavano, ma la musica veniva da Radio Latte e Miele solomusicaitaliana, e tutti guardavano sospirando a quella consolle vuota dove avrebbe dovuto suonare il dj pretenzioso, se solo avesse accettato la proposta del tabaccaio Ornello. Il pretenzioso restò molto colpito da questa visione, lo spirito a forma di James Murphy scomparve e il vecchio rimase avvolto dalla nebbia fino all'arrivo del terzo spirito, quello dei Capodanni Futuri.
Il terzo spirito si palesò avvolto da un mantello nero e con un cappuccio a coprirgli il volto, senza parlare, esprimendosi solo a gesti, chiese al pretenzioso di seguirlo. Gli indicò un capannello di gente che commentava la morte di un vecchio dj, amaramente deriso da tutti. "Eh metteva proprio della musica di merda" , "Non mi ricordo di aver ballato mezza volta quando suonava lui!" "Quando gli chiedevi di mettere un brano un po' conosciuto ti mandava a quel paese, vecchio pazzo!" un gestore di un locale aggiunse "Una volta venne a suonare musica da me: worst new year's eve EVER!". In un negozio di rigattiere il pretenzioso osservò disgustato la scena di persone che si avventavano ingorde sulle valigette dei dischi del defunto disc jockey di cui tutti parlavano. Ma quando si resero conto di che suoni inascoltabili ci fossero in quei cd dai titoli improbabili, buttarono tutto nell'indifferenziata e se ne andarono, smoccolando assai delusi.
Il pretenzioso voleva sapere chi era il vecchio dj morto che tutti disprezzavano, ma quando lo spirito dei Capodanni Futuri lo portò davanti al suo capezzale, egli esitò a scoprirne la salma. Si accorse intanto che la sua consolle era stata venduta, sarebbe voluto entrare a casa sua, ma lo spirito dei Capodanni Futuri lo indirizzò invece verso il cimitero. Dove gli indicò una lapide con su scritto QUI GIACE IL DJ PRETENZIOSO, MORTO SENZA AVER MAI FATTO DIVERTIRE LA GENTE ALLE FESTE, DOVE SUONAVA MUSICA CHE CONOSCEVA SOLO LUI E ALTRI QUATTRO STRONZI.
Il vecchio dj pretenzioso si svegliò all'improvviso e scoprì che era solo la sera del 31 dicembre e c'era ancora tanto tempo per mettere le cose a posto! Si precipitò al supermercato dove comprò tutte le compilation dei grandi successi dance dell'anno e, rimestando nel cestone delle offerte, trovò a tre euro il cd con tutte le hit da festa che si era sempre rifiutato di mettere. Infine corse da Ornello, che lo prese dapprima per pazzo, e accettò con foga la sua proposta di suonare per sole 15 persone. E pure gratis! Lasciò a casa tutti i cd degli Smiths e suonò per ore tutti i classici del revival, dai Blues Brothers a James Brown, da One Step Beyond al Gioca jouer. Una festa veramente di merda, dove tutti ubriachissimi chiedevano a gran voce il Discosamba e le loro richieste vennero prontamente accolte. Per tre volte consecutive. E andarono poi a formare un trenino allegrissimo che uscì di casa, si riversò per le strade ebbro di gioia e venne infine travolto da un furgone guidato da dj Y, strafatto di coca, di ritorno dalla sua festa.
Ora il vecchio dj pretenzioso aveva davvero capito e imparato ad amare lo spirito più profondo del Capodanno.





Gli anni '90 non sono mai finiti davvero. Si sono nascosti bene, ogni tanto facevano capolino in qualche distorsione sonica o qualche chitarra storta ma poi si nascondevano sempre, e in parte lo fanno tuttora. E così il revival vero e proprio non arriva, ma arrivano dischi come questo esordio in cui quattro ventenni inglesi giocano a fare un disco rock alla maniera di quegli anni valvonauti. E lo fanno come in quegli anni, mettendo una canzone dietro l'altra senza pretese o velleità: quattro accordi, un bel riff, una voce un po' distorta e niente di più. Un disco piccolo piccolo che piace un sacco a quelli che quegli anni nonostante tutto non li hanno ancora dimenticati. Come me.
E' la colonna sonora ideale per un thirller metropolitano e post-apocalittico. Il disco che metti su di notte quando pensieri angosciosi non ti fanno dormire. Il suono di una tensione cupa e opprimente che non riesce a trovare pace. La wave nero pece che diventa dark industriale dei The Soft Moon, da San Francisco, è fatta di un basso ossessivo e martellante, una drum machine assillante, synth glaciali, chitarre soffocanti e una voce sepolta che potrebbe non essere umana. Un film dell'orrore senza morti, perchè morti forse lo siamo già.
Il migliore disco di pop elettronico e ballabile dell'anno di grazia 2011 è (ancora una volta) firmato DFA. Nell'anno in cui gli LCD Soundsystem hanno messo la parola fine alla loro parabola inarrivabile di ripescaggi sonori e filosofia, James Murphy dà la sua benedizione a questo duo di newyorkesi con il pallino degli anni '80 più sobri e spensierati, che si evolvono in parti uguali dalla italo-disco e dalla produzione perfetta dei New Order più rotondi per mettere a segno una bella infilata di pezzi killer. Privi della pressione che pare costringere tutti quelli che si cimentano con gli anni '80 più pop a ripescare i suoni peggiori di quegli anni, gli Holy Ghost! riescono dove quasi tutti quelli che li hanno preceduti hanno fallito. Non siamo ancora alla perfezione, ma le carte ci sono.
Ho la netta e quasi certa sensazione che non vedrete questo disco in nessun'altra classifica di fine anno. Ignorati come al solito dagli americani, snobbati dall'intellighenzia nostrana e mai realmente amati dalla macchina del cool inglese, i dEUS continuano imperterriti per la loro strada e in punta di piedi tirano fuori un ottimo disco. Li abbiamo dati per morti almeno due volte (nella lunga pausa dopo Ideal Crash e dopo il penultimo discutibile Vantage Point), ma Tom Barman è il re dei sopravvissuti e dà il meglio di sè proprio quando non ti aspetti niente da lui. Certamente io non mi aspettavo un disco così solido e ben scritto, con arrangiamenti classici ma ambiziosi e almeno un paio di pezzi tra i migliori mai scritti dalla band di Anversa. E anche se in Italia hanno ancora un pubblico numeroso, è un peccato che non gli si riconosca la statura che hanno raggiunto. Io, nel mio piccolo, ci provo.
C'ero anch'io, tra quelli che la scorsa primavera, visto il consenso critico ottenuto dal secondo disco dal progetto di Merril Garbus, si chiedevano cosa ci fosse di speciale in questo strano pastiche di soul, indie e world music. Ambizioso e un po' impenetrabile W H O K I L L si svela pienamente solo dopo aver visto la baffuta soulsinger
In quasi trent'anni di onorata carriera Joseph Donald Mascis non ha più niente da dimostrare, e io ho sempre un debole particolare per gli artisti che nonostante la tentazione di sedersi sugli allori riescono ancora a fare quel passo in più. E Mascis qua di passi ne fa anche due, con una raccolta di pezzi acustici dolenti e ispirati e arrangiamenti nudi che mettono ancora più in evidenza la bellezza delle canzoni. Non c'è bisogno di aggiungere altro.
Ma quanto suona bene questo disco? L'avete mai sentito in cuffia? L'avete mai messo a volume altissimo in uno stereo che non fosse comprato all'iperCoop? Avete mai fatto vibrare la casa coi suoi bassi? Avete mai sentito una voce così tridimensionale? Avete mai sentito dei silenzi così dannatamente vuoti?
Non si capisce come sia possibile, ma dopo anni di attività i Bad Kids che vengono dal sud continuano a essere una delle band più entusiasmanti che ci siano là fuori. Teppisti cazzoni, casinisti e pericolosi che sanno come divertirsi: la fusione tra persona e personaggio è totale, e senza di essa un disco di garage-indie-punk-rock divertente come Arabia Mountain non potrebbe funzionare. E invece funziona, ed è stato la principale colonna sonora della mia Estate. Se vuoi qualcosa, va' fuori e prenditelo.
Ho amato e amo i primi tre dischi di PJ Harvey (quattro, contando 4 track demos) di un amore che si può riservare a pochi album nella propria vita. Ho amato il loro essere estremi e privi di mezze misure, e il loro essere fatti contemporaneamente di una sincerità disarmante e autodistruttiva e di una parossistica messa in scena melodrammatica; così, quando sono arrivati i dischi dopo, pur nella loro diversità, sapevo che quella Polly era persa per sempre. Non mi aspettavo però che
Eggià, il mio disco dell'anno è il sorpendente album d'esordio dei Cani. Il disco d'esordio di una band italiana in cima alla mia classifica? Sono impazzito? Può essere. Ma quest'anno non ho incontrato un altro disco così tanto capace di imporsi alla mia attenzione, di essere amato e contemporaneamente odiato, ascoltato decine di volte, criticato per i suoi (tanti) difetti, perchè ha poche canzoni, perchè gli arrangiamenti sono tutti uguali, perchè piacerà troppo o troppo poco, perchè sono un po' troppo vecchio per rispecchiarmici al 100% e perchè è bellissimo ma non è definitivo.





