venerdì, 11/02/2011

Let Polly shake

Negli ultimi 4 giorni, da quando è in streaming integrale sul sito della NPR, ho ascoltato praticamente solo Let England Shake, il nuovo disco di Polly Jean Harvey.

Che sarebbe stata l'ennesima rivoluzione nel sound della cantautrice del Dorset era chiaro fin dall'emergere delle prime nuove tracce live, ma era anche chiaro che il cambiamento sarebbe stato anche su un altro livello. Non saprei spiegare esattamente il perchè, ma già da subito sembrava evidente che, dopo White Chalk, il gioco di maschere che aveva sempre caratterizzato la sua carriera (come scrivevo nel suddetto post: nuova promessa dell’alternative rock femminista, controversa e rumorosa mangiauomini, romantica e disperata femme fatale con parrucca e ciglia finte, timida ragazza acqua e sapone della campagna del Dorset, socialite mondana della Grande Mela, rude e androgina blueswoman e esangue e perduta dama dell’ottocento) era al termine, e che l'epoca in cui Everybody wants to be a PJ (but herself), come dicevo sette anni fa su queste pagine con un brutto calembour, stava per finire.

 

Polly ora sembra assai a suo agio nei panni di se stessa, e ha a disposizione una tavolozza che contiene ormai tutti i colori della musica, e una sicurezza di sè assai solida che le consente di sfruttarla con una fantasia spiazzante e imprevedibile. Ed era imprevedibile, almeno per me, il fatto che pur essendo così poco tradizionale Let England Shake mi sarebbe piaciuto così tanto.

Per il resto, del disco scrive benissimo Stefano Solventi (già autore del notevolissimo PJ Harvey – Musiche, maschere, vita) su SentireAscoltare:

 

Con Let England Shake inizia quindi a tutti gli effetti una nuova fase nella carriera di PJ. Niente più maschere, niente più ricerca di sé: sarà un caso se per la prima volta Polly non compare in copertina? La sua emotività è libera di indagare altrove, di aprirsi al mondo prendendosene cura, mettendo al centro della questione il tema evergreen della guerra, o meglio l'idea del conflitto come mito fondante di un popolo. Lo fa esplicitamente senza rinunciare ad una spiazzante elusività, ovvero parlando a nuora perché suocera intenda, all'Inghilterra assunta come simbolo arcaico di un imperialismo globale che – mutando modi, forme, alibi, nome – continua ad essere la spinta che pianifica le sorti della nostra civiltà. In questo senso, Let England Shake è un disco d'altri tempi, nel quale puoi addirittura avvertire la fragranza folle e urticante dei Sixties californiani antagonisti (in All And Everyone, con la sua madreperlacea solennità, sembra ammiccare al lirismo emblematico dei Jefferson Airplane). E' solo un rumore di fondo tra gli altri di un programma che con gli ascolti svela un variegato ventaglio di frequenze e radici, non a caso inaugurato dalla grottesca ambiguità della title track, imperniata sul sample di Istanbul (Not Constantinople), uno swing ibrido inciso negli anni Cinquanta dai The Four Lads.

 

Siamo lontanissimi dalla vecchia, selvatica PJ. La rocker aspra e convulsa degli esordi ha lasciato progressivamente il posto ad una cantastorie conturbante e riflessiva, che ha imparato a manipolare l'irrequietezza per farne narrazione, a trasfigurare la patologia in racconto, lo schizzo furibondo in una trama di cromatismi ammalianti. C'è ancora un lato rabbioso che sgomita per farsi luce, ma è come domato, ricondotto nei ranghi come una frase che sta tra le righe (vedi il folk blues indiavolato di Bitter Branches). L'abito sonoro – allestito assieme ai fidi John Parish, Mick Harvey e Jean-Marc Butty, con Flood ad occuparsi del missaggio – è parco ma prezioso, fatto di percussioni terrigne e frugali, di chitarre semiacustiche ed elettriche dal timbro morbido, mai invasive, spesso echoizzate come un sogno esotico. Poi c'è l'autoharp, diventato un po' il feticcio della rinata Polly Jean (e quanto se ne sia ormai impadronita è palese in The Words That Maketh Murder, sorta di pseudo-rumba col veleno dentro), quindi discreti ma incisivi interventi di sax e trombone, le apparizioni commoventi del piano, pochi e vaghi sfondi di tastiera. [#]

 

 

MP3  PJ Harvey – The words that maketh murder

MP3  PJ Harvey – In the dark places

3 Commenti a “Let Polly shake”:

  1. […] diversità, sapevo che quella Polly era persa per sempre. Non mi aspettavo però che esaurito il ciclo delle maschere, la PJ Harvey superstite sarebbe stata capace di creare dischi di questa caratura. Esaurita […]

  2. MissAnnAbin ha detto:

    bel post, ci voleva

  3. blackhair ha detto:

    Quanta gioia…
     

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