Come una foto sfocata e come un letto disfatto
La domenica pomeriggio il tempo passa più lentamente, ne sono convinto. Gironzolo per la mia stanza a piedi nudi cercando di non inciampare nei fili o nei vestiti appallottolati di cui mi sono liberato con le ultime energie residue ieri notte, di ritorno dall’Heineken Jammin Festival; una di quelle sfacchinate immotivate a cui a noi masochisti piace sottoporci, pur di assistere alle paranoie di una donna in frangetta e tubino giallo, alla reunion di una band di peso (in tutti i sensi), e alla celebrazione più alta della disillusione ad opera di un’inossidabile maschera tragica.
Mangio una girella mezza squagliata rimasta da ieri, e bevo pepsi avanzata dalla mia festa di laurea di qualche mese fa. Oggi dev’essere una di quelle giornate in cui si dà nuova dignità agli avanzi delle cose.
Fuori sta per piovere, il vento fa ondeggiare il cassone sospeso attaccato alla gru dietro casa. Ogni tanto emette un cigolio strano e lontano, che si mischia ai feedback di chitarra.
Quando mi volto a guardare gli oggetti della mia stanza, mi sembra che siano sempre disposti in maniera diversa, come in un film di Lynch. Ho la distinta impressione che il gufo reale che ha casa sulla cassa dello stereo si stia muovendo verso di me. Mentre i bordi del poster con l’uomo di vetro infranto dei dei Massive Attack continuano a staccarsi, e i libri a cadere da soli. Qualcuno sta cercando di dirmi qualcosa, credo.
Mi sento un po’ sfocato, oggi, come appariva Robert Smith ieri sera sul palco in mezzo al fumo e alle luci rosse a noi che eravamo lontani, e come appare al meglio in questa bella foto fatta da Fio. E mi sento anche un po’ come un letto disfatto, come il personaggio descritto in Unmade Bed -il più bel pezzo di Sonic Nurse, ultimo cd dei Sonic Youth-, di quelli lasciati un po’ con le lenzuola attorcigliate e i cuscini spiegazzati. Tutto stropicciato, ma tutto intero. E con qualcosa da raccontare.




