ma anche no

giovedì, 18 08 2005

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Inkiostro – Palinsesto estivo
Non ascoltarmi, sto mentendo

Ho un sacco di idee, ma spesso non interessano neanche a me; quindi le metto nel blog. Sono seriamente convinto che quando si è depressi e/o stressati dovrebbe essere preclusa la possibilità di postare. Tutto ciò vale anche per i (rari) giorni in cui si è euforici. Per non parlare, ovviamente, dei momenti in cui si è ubriachi o sotto l’effetto di qualsivoglia sostanza psicotropa: in quel tipo si situazioni ci dovrebbe essere un meccanismo che inibisce il caricamento della homepage di Splinder. O che ritarda di almeno 24 ore la pubblicazione del post, il che è in effetti quasi la stessa cosa, visto che una spietata cancellazione sarebbe a quel punto quasi certa. Credo che a un certo punto -presto, di solito- la persona e il blogger diventino due entità talmente separate che se si incontrassero una sera in un pub non solo non si starebbero simpatici, ma non saprebbero neanche di cosa parlare. Finirebbero per guardarsi le scarpe farfugliando frasi di circostanza, sperando che arrivi presto qualcuno a salvarli. Penso che non dovreste commentare questo post dicendo che ho ragione (vile) o che ho torto (facile); se proprio volete farlo (ma così rischiate di compiacermi, quindi forse non è il caso), provate ad inventarvi qualcosa di originale.
[20 ottobre 2004 - qui]

mercoledì, 10 08 2005

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Inkiostro – Palinsesto estivo
Ricordi e rosmarino

Se siete stati almeno una volta a Granada, in Andalusìa, non avete potuto non notarle; durante il giorno, agli angoli delle strade del centro, le donne zingare avvicinano i turisti parlandogli senza vergogna o cortesia, tentando di convincerli ad accettare i rametti di rosmarino portafortuna che offrono in cambio di qualche spicciolo. Ve lo ricordate, il rosmarino? Sì, vero? Bene, è esattamente quello che Suzanne Vega vuole da voi. Di per sè, ovviamente, non si tratta di niente di eccezionale. Il rosmarino, però, è un simbolo, e come tutti i simboli permette di ricordare cose ben più importanti, come i momenti in cui li abbiamo ricevuti, e ciò che hanno significato per noi. E’ proprio per questo che Suzanne Vega ha scelto questa parola, Rosemary, per dare il titolo alla sua canzone più bella, che proprio di Granada -e del ricordo- parla.
Rosemary è una perla nascosta: non si trova su nessuno degli album della cantautrice newyorkese, ma esclusivamente come inedito suoi suoi due Best (Tried and True e Retrospective), e nonostante la sua grande bellezza (o forse proprio per questo), è praticamente sconosciuta al grande pubblico.

Do you remember when you walked with me,
down the street into the square?
How the women selling rosemary
pressed the branches to your chest,
promised luck and all the rest,
put their fingers in your hair?

E’ una canzone che vuol fare ricordare, e vuol farsi ricordare, che parla del viaggio in una delle città più affascinanti del mondo, dell’incontro fulminante che vi è avvenuto, e della magia delle cose che non possono essere. Parla di un accident of fate, della coincidenza che ha fatto incontrare Suzanne con una persona di cui noi non sappiamo (e non sapremo) niente di più, dei giorni passati insieme, e delle passeggiate primaverili attraverso i bellissimi giardini della città.
Quando sono stato a Granada, quasi tre anni fa, il primo posto che ho visitato non è il grandioso complesso di palazzi e giardini dell’Alhambra, nè il pittoresco quartiere moresco dell’Albaìcin, e neppure la monumentale zona cristiana, ma la sconosciuta e deserta Carmen de los martires, niente di più che una villa ottocentesca diroccata con un piccolo parco intorno. Non potevo esimermi, ovviamente, dal seguire i passi di Suzanne Vega, e dal farmi incantare dalla placida e quotidiana bellezza di un parco, arso dal sole, le cui glorie sono ormai passate, e le cui assenze sono più importanti delle presenze:

In the Carmen of the Martyrs,
with the statues in the courtyard
whose heads and hands were taken,
in the burden of the sun;
I had come to meet you
with a question in my footsteps.
I was going up the hillside
and the journey just begun.

La «domanda nei suoi passi» (anche voi ne avete conosciute di persone i cui passi erano delle domande?), l’attenzione per le parti delle statue rubate dal popolo nel corso dei secoli (per il loro presunto potere beneaugurante), lo sguardo non comune che si sofferma sui dettagli minimi invece che sui soggetto sotto i riflettori (ricordate l’arcifamosa Tom’s diner, con la sua descrizione di una tavola calda in un giorno qualunque?) sono tutte espressioni esatte della cifra stilistica di Suzanne Vega.
In Italy in Spring -probabilmente la sua migliore poesia (non contando i suoi testi, ovviamente)- l’autrice newyorkese spiega la sua poetica, illustrando chi sono le persone a nome di cui tenta di parlare:

«Who do tou speak for?»
he said to me.

«The man in the corner
with the wish to be free.
The girl with no voice,
and no choice against the hardened language»

L’attenzione al linguaggio, lo sfrozo nel modellarlo per fargli assumere la forma più vicina possibile al pensiero, è un tema tipico in Suzanne Vega. Ad esempio in Language (da Solitude Standing, 1987), la folksinger si rammarica per l’impossibilità delle parole, «solide», di cogliere le sfumature, «liquide», del pensiero, che in un attimo se ne vanno senza tornare mai più.
Ma sono i versi finali di Italy in spring, altissimi, a condensare in modo perfetto la particolarità e l’unicità della sua voce. Continuando a rispondere alla domanda «A nome di chi parli?», Suzanne Vega risponde:

«The person in the cell
with the window so high
that you fall to your knees
if you want to see the sky»

La potenza e la semplicità dell’immagine della persona in prigione, che a causa dell’altezza della finestra è costretta ad inginocchiarsi per vedere il cielo, e la rima che incornicia queste parole, sono l’esempio migliore dell’alchimia sottile su cui si regge l’efficacia lirica delle composizioni dell’autrice newyorkese. E ciò permette di capire appieno la strofa successiva di Rosemary, in cui una serie di rime e allitterazioni sono il modo migliore per alludere ai sogni che si affacciano alla nostra realtà senza potervi accedere:

My sister says she never dreams at night
there are days when I know why;
those possibilities within her sight,
with no way of coming true.
‘Cause some things just don’t get through
into this world, although they try.

L’interpretazione dell’assenza di sogni come rifiuto delle realtà alternative -a volte desiderabili, quasi sempre impossibili- che essi profilano non è casuale. Il legame con il tema principale della canzone -il ricordo- è chiaro: il viaggio a Granada è stato memorabile, e sarà ricordato soprattutto per le cose che non sono successe, per quelle che sono state sognate, desiderate, sfiorate (We skirt around the danger zone and don’t talk about it later, canta l’autrice in Marlene on the wall) ma non si sono compiute, assenti come le parti delle statue della Carmen de los martires.
E così arriva inaspettato il finale della canzone, dopo neanche 3 minuti, brusco e improvviso come un risveglio inatteso, ma dolce esattamente come la cosa che un attimo prima si stava sognando.
Ed è una semplice richiesta: Ricordami.

All I know of you is in my memory
And all I ask is you remember me

Ascolta Rosemary.

[Trovate Rosemary nel primo best di Suzannne Vega, Tried and True (A&M, 1998), mentre Italy in spring è nel libro Solitude Standing - Racconti, poesie, canzoni inedite (Minimum fax, 2000), di cui è comunque consigliatissima l'edizione originale (The passionate eye - The collected writings of Suzanne Vega, HarperCollins, 1999), molto più bella graficamente e ricca nei contenuti]
[link originale - 11 marzo 2004]

martedì, 09 08 2005

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Inkiostro – Palinsesto estivo
La vita dopo Douglas Coupland

Sull’ultimo numero di Pulp -di cui parlavo qualche tempo fa- c’è anche una bella monografia di 4 pagine su Douglas Coupland. Uno dei miei scrittori preferiti, se foste stati distratti gli ultimi 6 mesi.
L’articolo, scritto da Claudia Bonadonna, ripercorre tutta la sua produzione, a cominciare da Generazione X, il suo esordio, datato 1992.
Coupland è motlo bravo nel dipingere questo tableau vivant dell’apatia di una generazione di "profughi della Storia". Una generazione che ha fatto della confusione e della pigrizia il proprio credo, che ha introiettato la rabbia dei padri trasfrmando la rivoluzione in un cinico ideale interiore, che sguiscia veloce attraverso concetti e catalogazioni, e che resiste passivamente.
Il libro seguente è Shampoo Planet (1994, tradotto furbescamente da noi col titolo di Generazione Shampoo), definito un modo molto ben strutturato per raschiare il fondo del barile e gettare in faccia agli insaziabili reporter di trend giovanili gli avanzi scaduti del sistema. Un libro effettivamente minore, di cui però si nota il nucleo: La magnifica utopia della guerra civile dei padri (durante i mitologici anni ’60) trasformata in distopia dai figli, nel mondo esploso e cinico del presente. (…) Ma la reazione non è violenta. Al contrario è un lasciarsi ribollire con freddezza e spavalderia, è un ridersi addosso con spleen superiore, è un raccontarsi con leggerezza graffiante e pop.
L’unico passo falso dell’articolo è probabilmente il modo in cui viene trattato La vita dopo Dio (1996), forse il libro di Coupland che a tutt’oggi preferisco. Un libro di un’intensità e illuminazione tale che definirlo una riposante parentesi verso un ordine maggiore delle cose sembra davvero un crimine. Prima o poi mi metterò giù, e scriverò un post per spiegarvi il valore di quel libro.
Microservi (1996), altro capolavoro del nostro, è uno di quei libri di cui un blogger che si rispetti non può fare a meno: è infatti scritto in forma di diario minimo -più o meno come un blog- e parla di un gruppo di amici e colleghi che lavorano alla Microsoft. E’ un libro di una ricchezza impressionante, pieno di osservazioni semplici e geniali sul mondo e sulla vita, e la sua intelligenza continua a stupirmi. Rispetto ai libri precedenti, Microservi ha il sapore di una gioiosa metafora di apertura alla vita, di un ottimismo giocattoloso e vagamente sentimentale che prende teneramente in giro certe inclinazioni narcolettiche. Dan e i suoi compagni sono nerd, è vero, eterni bambini aggrovigliati in un reticolo di chip e byte, spasmi d’amore e problemi d’interfaccia con il mondo reale, eppure escono e vivono. Rischio di essere retorico, ma è un libro che mi ha davvero insegnato qualcosa.
Una raccolta di saggi, articoli e racconti sparsi, eppure decisamente organica: Memoria Polaroid (1997) è il ritratto dello spaesamento per un’epoca che ha consumato in fretta i suoi miti e perso ogni senso storico d’appartenenza. Per un mondo che vive sui ricordi effimeri delle istantanee e delle cartoline, che ripiega sulla memoria a breve termine, come la RAM di un computer.
Gli ultimi 3 libri di Coupland vengono liquidati, forse inevitabilmente, abbastanza in fretta. A parte il più ambizioso Fidanzata in coma (1998) -che fiorisce, a cominciare dal titolo, di citazioni tratte dal repertorio degli Smiths, mentre il resto della storia trascolora in un bizzarro (diciamo pure, per l’ennesima volta, postmoderno) e calibrato cocktail di fantascienza, favola, tragedia e commedia- Miss Wyoming (2001) e il recente La Sacra Famiglia (2003) sono piccoli capolavori di plateale divertissment e di commistione spiazzante di generi, che regalano piacevoli ore di lettura ed una narrazione sagace ed acuta ma meno originale che in passato.
Un gran bell’articolo, per un autore che tra qualche decennio comparirà senza dubbio sui libri di letteratura. Consigliatissimi a tutti; sia Coupland ed i suoi libri che questa notevole monografia.
[9 giugno 2003 - qui]

   
   

martedì, 02 08 2005

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Into the eye of the storm no sign of rain
L’Estate è l’ultima sera di Luglio. I Calexico suonano lontani, noi siamo in fila orizzontale davanti allo stand, accenniamo timidi movimenti a tempo e siamo stanchi ma con gli sguardi contenti. Una versione assolutamente incredibile di Quattro -una di quelle canzoni che preferisci citare sbagliando-, poi El picador, Alone again or che ormai è quasi troppo familiare e Guero Canelo che si stampa in testa e se ne va solo alle 4, arrivati a casa. Siamo tutti lì davanti, pochi e lontani dal palco, stanchi e forti di un distacco dalla folla che ci proietta direttamente in prima fila. Parliamo poco, ci scambiamo sguardi d’intesa, di serenità e di soddisfazione, quando non sono prese in giro con la crew dei Tasti neri o sorrisi con la ragazza del merchandising divertita da come, dimentico di tutto e tutti, io stessi ballando da solo The crystal frontier nel mezzo del nulla. Non c’era -e non c’è- quasi niente da dire. E questa, probabilmente, è la cosa più bella di tutte.
[bonus video: Calexico with Mariachi - Quattro (Live at Barbican)]

lunedì, 04 07 2005

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Monday gaming (catarsi di traumi infantili edition)
Se ho avuto un’infanzia triste (cosa peraltro non del tutto vera; la mia infanzia è stata tranquilla, è stata semmai la mia adolescenza ad essere inquieta), lo devo in larga parte a Raiden. In un certo periodo, facciamo tra gli 8 e gli 8 anni e mezzo, Raiden era il videogioco più figo in città. Scartando le avveniristiche meraviglie della Sala Giochi, luogo di perdizione in cui da bambini non ci era consentito di entrare (e conosco gente che ha rispettato tale divieto familiare fino alla maggiore età e oltre), Raiden -che stava invece nel ben più innocuo Bar Europa- era il massimo. Uno dei miei migliori amici di allora era il più bravo della città: con sole 200 lire giocava quasi un’ora, arrivando a livelli di inusitata difficioltà in cui con occhio lestissimo e polso rapace riusciva chissà come a cavarsela
sempre. Del resto lui abitava a poche centinaia di metri dal bar, ed eravamo in molti a ipotizzare che lui passasse ad esercitarsi dentro il bar anche l’ora dei compiti. Io invece, sono sempre stato mediocre,  e giocandoci assai poco, non ho mai raggiunto risultati rilevanti: unito alla mia inettitudine a Street Fighter II e mezzo (come la chiamavamo noi), era praticamente uno stigma sociale. Ci ho messo anni a riprendermi dal trauma causatomi da questo gioco, ed ora ho l’occasione di rifarmi: adesso che il bar ce l’ho praticamente in casa, la palma di campione di Raiden X non me la toglie nessuno, ecco.

lunedì, 20 06 2005

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L’afterhour di progettazione
L’afterhour di progettazione se ne frega che siano le 10 di mattina o le 9 di sera, una domenica di Giugno o una caldo pomeriggio bolognese; lui comincia con una specie di volontà propria, e da quel momento non c’è virtualmente modo di fermarlo. Dell’afterhour di progettazione non puoi scrivere se non a notte fonda, quando ogni presunzione di produttività è ormai andata e serve solo una scusa per sottrarre altre ore al sonno, chè ormai ci si è abituati al famigliare sentore di neuroni morti dentro la testa. L’afterhour di progettazione vive di caffè e sarcasmo, e di 4 persone chiuse in una stanza tutto il giorno tutti i giorni, a tentare di salvare capra e cavoli dove la capra è progetto di vita e i cavoli sanità mentale. Io sono quello nell’angolo (tu guarda) vicino alla finestra, con i muscoli del collo contratti mentre fissa lo schermo con sguardo assassino e dentro la testa ha il ritmo di un pezzo cadenzato e ripetitivo tipo Lali Puna. Ogni tanto -quasi a turno- ci alziamo in piedi in preda a un’intuizione che nei secondi successivi gli altri faranno di tutto per demolire, scarabocchiando sui fogli a righe schemi un minuto dopo già incomprensibili, il cui potere descrittivo è dato dal mai tanto sottile collegamento tra retorica e plausibilità. Intanto al pian terreno i bambini dell’asilo fanno oh, dall’altra parte del muro un aspirante chitarrista tenta di imparare a suonare Andy Warhol, ci si (s)conforta a vicenda parlando della vita di chi ne ha una e le scadenze perdono consistenza e cambiano natura sempre qualche giorno prima della loro effettiva occorrenza. Dell’afterhour di progettazione non posso far altro che lamentarmi; eppure non si può dire che non mi piaccia. Come avrete capito, probabilmente il problema di tutto sta proprio lì.

venerdì, 17 06 2005

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Written down here, gentle reader, it seems too good to be true
Vi sarà sicuramente capitato di cercare le risposte alle mille domande che vi assillano nella vita quotidiana all’interno dei testi di una canzone. Se siete sfortunati non troverete niente che faccia al caso vostro, vi sentirete un po’ soli e incompresi, e alla fine farete quello che comunque siete destinati fare; se vi va bene troverete una canzone sufficientemente ambigua, che vi consenta di fare quello che davvero vorreste fare (ma forse non lo sapete), con in più una sorta di benedizione esterna da parte del destino. Se invece siete davvero molto fortunati (o avete dei blogger di fiducia che la sanno lunga) vi imbatterete in un disco che spaccia per finzione la vita vera, e vi guida verso gli angoli che vi sono propri con una nuova consapevolezza in più.
Warmer corners potrebbe raccontare una storia vera, e ciascuna delle sue canzoni potrebbe essere uno degli episodi che la compongono. Una storia che inizia dalla fine, e che paradossalmente comincia con le parole The start / is the hardest part; solo in un contesto simile (quello di un temporaneo incrinamento della serenità, only slightly, un semplice singhiozzo, in definitiva) una banalità del genere può sembrare così profondamente vera. E la capriola semantica meta-musicale di The music from next door continua a raccontarci ex post, descrivendo quei momenti in cui una canzone finisce suo malgrado per essere il correlativo oggettivo di una vita o di una storia, a far balzare per la testa certi periodi ipotetici dell’irrealtà che sono come dei tarli e certe scoperte colpevoli che sanno tanto di sollievo. E di periodi ipotetici dell’irrealtà il disco è pieno, con un sacco di avrei dovuto e avrei potuto che, pure, hanno assai poco a che fare con la nostaglia ed il rimpianto.
Warmer corners è uscito da poco, ed è il settimo disco dei Lucksmiths, uno dei più straordinari gruppi pop degli ultimi anni. La cifra stilistica della band australiana -in più di un senso dichiaratamente debitrice agli Smiths- è al contempo assolutamente distintiva e priva di una qualsivoglia originalità che non sia quella di scrivere canzoni virtualmente perfette. E Warmer corners, tra tutti loro dischi, rischia seriamente di essere il migliore. Non aspettatevi di trovarci nulla di più di alcuni ritornelli memorabili, ottimi giri di chitarra, la deliziosa voce di Tali White e una manciata di storie vere in cui specchiarvi.
Per dire: c’è la separazione, c’è la distanza (The chapter in your life entitled San Francisco), prima ancora c’è l’ostinazione (Putting it off and putting it off), il ricordo dolceamaro della conquista (Great Lenghts) e l’entusiasmo tripudiante e cieco dei momenti di massima idealizzazione (Sunlight in a jar); c’è tutto, praticamente, forse troppo. Ma basta arrivare all’ultima canzone, Fiction (che per un po’ trovate qui), che gioca sullo stesso campo del folk narrativo dei Decemberists surclassandoli su tutta la linea, perchè la band insinui il dubbio che tutto quello che ha raccontato finora fosse finzione, fantasia, un insieme di storie inventate. Che sia davvero così? O che sia la scontata arma di difesa di chi si è esposto troppo?
Non è quello il punto, in realtà. Il punto è quello che Warmer Corners ci ha raccontato, e soprattutto, quello che ci ha fatto capire. Gli angoli che ci ha mostrato.

venerdì, 15 04 2005

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Il colpo di frusta emotivo
Erano circa le 8 e mezza di sera e stavo aspettando l’autobus sul viale per tornare a casa dal lavoro, quando mi è arrivato tra capo e collo. Non è stato improvviso; a un certo punto mi sono accorto che c’era, e in qualche modo era come se fosse sempre stato lì. Sottile, profondo, insistente. Non era spiacevole, in realtà, e volendo la sua presenza era quasi confortante: sentire male vuol comunque dire sentire qualcosa. Il colpo di frusta emotivo non è stato improvviso ma è arrivato inatteso: la traccia inequivocabile di qualcosa rimasto irrisolto. Esattamente come Unsolved Remained di Masha Qrella.
Strumenti caldi, elettronica fredda, voce fledibile e produzione assolutamente perfetta; la formula non è nuova. Siamo -in più di un senso- dalle parti dei Lali Puna di Scary World Theory, con meno alienazione e più personalità (anzi, no: soggettività), infusa in modo deciso ma misurato dall’artista tedesca, già tastierista dei Mina e bassista dei favolosi Contriva. Dentro c’è I can’t tell che si apre e si chiude come un ventaglio metallico, Everything shows, pervasa di scariche di elettricità statica e di un’inquietudine che crepa di perplessità l’ottimismo del testo e Destination Vertical, mio personale anthem per la riconquista della postura eretta, una specie di cover di una propria cover di un pezzo di Rechenzentrum dal sapore sommerso di un’ipotetica deep-glitch-pop-house.
Non il tipo di disco che prende 10 nelle recensioni, nè quello che fa gridare al miracolo. ‘Solo’ il tipo di grande disco che scopri tutto d’un tratto dopo tanto che lo ascolti, e ti colpisce a tradimento quando non te l’aspetti più. Ed è come se fosse sempre stato lì.

martedì, 12 04 2005

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La camera dei segreti
Tutti abbiamo almeno un segreto. Tutti abbiamo fatto, pensato, visto, detto o desiderato qualcosa di inconfessabile o imbarazzante che non racconteremmo a nessuno; men che meno su un blog.
L’idea alla base di Postsecret è semplicissima: perchè non mettere a disposizione uno spazio dove far pubblicare agli altri -in modo completamente anonimo, grazie alle care, vecchie, cartoline postali- i propri segreti? Può sembrare banale (e forse lo è), ma l’esito è assolutamente notevole. Date un’occhiata qua sotto.   

 

venerdì, 25 03 2005

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Il suono della polvere
Dove vanno i beat morti? Che fine fanno tutti quei rullanti che l’elettronica ha disgregato, tutte le ritmiche senza più dimora, e tutte le grancasse che non riconoscono più la familiare strada dei 4/4 e finiscono ad inseguire ogni riverbero errabondo fino a perdersi? Che ne è delle gocce di blips e glitches che si infrangono contro questo o quel pattern come onde sugli scogli? Scompaiono? Evaporano? Cadono per terra come polvere?
Me lo chiedevo qualche giorno fa, mentre realizzavo che in un’intera giornata passata a spostare mobili e riempire scatoloni il mio stereo non aveva mandato niente di diverso da quello che, con un termine meravigliosamente privo di qualsivoglia uniformità referenziale, viene chiamato indietronica. Piuttosto appropriatamente, musica piena di polvere per una stanza piena di polvere.
Ero partito da Boom Bip, un genio astratto e strumentale tanto inafferrabile quanto gommoso, esattamente come l’astuccio che rende il packaging del suo cd uno dei più belli mai visti. Il suo Blue Eyed in the red room fa il paio con il debutto dei Tunng, che ne sembra la versione più ipnotica e folktronica, e continua idealmente sulla stessa strada percorsa da FourTet nel suo capolavoro Rounds. Consacrato sull’altare del dio FourTet è pure Fog, che ha lasciato da parte la ricerca della pop song perfetta che portava avanti col suo progetto Hymie’s basement per mischiare i Radiohead di Kid A con più o meno qualunque delirio gli venisse in mente, nel suo ultimo 10th avenue freakout.
Con una partenza del genere lo slittamento verso i climi glaciali di Emilie Simon è dietro l’angolo, e la qualità del suo secondo disco La marche de l’empereur, a metà tra la Bjork più vespertina e certe colonne sonore che mischiano carillon e impeti orchestrali, difficilmente lascia indifferenti. Ma quando l’intimità che si cerca è un po’ più obliqua e meno zuccherosa, viene in aiuto mamma Morr col nuovo disco di Masha Qrella, una che tra chitarra e laptop si finge irrisolta ma che invece la sa assai lunga. E se la Morr tenta di ampliare il suo suono accogliendo trasfughi di altre etichette, perchè non dargli soddisfazione e non godersi il sapore alienato delle derive sempre più teutoniche dei Tarwater, diventati ormai un perfetto ibrido mostruoso di Kraftwerk, indietronica e Joy Division?
Quando si parla di Morr, però, non si può non parlare dei Notwist, i quali -guarda caso- proprio adesso se ne tornano fuori con un grande disco per propria neonata etichetta, la Alien Transistor. Nel nuovo progetto, nome in codice 13 and God, a dargli man forte ci sono i Themselves, ennesimo combo Anticon in cui milita il leggendario Dose One (uno che ha impresso le sue rime scattose su capolavori del genere come They Removed All Trace That Anything Had Ever Happened Here degli Hood, F.K.O. dei Subtle e un qualunque brano dei cLOUDDEAD); il sodalizio Morr-Anticon è ormai talmente rodato che non ci si rende conto di ascoltare due diverse band insieme. E il disco ti stende.
Alla fine del viaggio, i dubbi amletici sul destino delle polveri glitch sono ancora senza risposta. Rimane la sensazione che siano sempre qui, disperse nell’aria, pronte a seguirne l’ennesimo mulinello e a tornare solide nel prossimo disco di post-punk roccioso e senza fronzoli. Pronte anche, nel frattempo, a dimostrarsi l’unica colonna sonora possibile di questi in between days di sole pallido, caldo tiepido e micropolveri.

giovedì, 03 03 2005

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Facciamoci belli
Secondo lo studio di Casaleggio e associati Il "social network" dei blog italiani, su un campione di 100 blog ‘considerati rilevanti per la blogosfera italiana’, il presente blog è al quattordicesimo posto nella classifica dei percorsi brevi (sui blog che hanno la più alta capacità di collegare tra loro altri blog) e al tredicesimo posto nella classifica link-in (blog più linkati). Se vi interessa, è scaricabile da qui.
Della qualità dell’indagine (scarsa) e della sua rappresentatività (nulla), parliamo un’altra volta (gli ha già fatto le pulci Enzo); per ora mi limiterò a montarmi la testa.

venerdì, 18 02 2005

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Non si esce vivi dagli anni ’90
Lo dico? Lo dico. Il revival degli anni ’80 ci ha rotto i coglioni. All’inizio era divertente: tutti a ballare i Buggles ed Enola Gay con la faccia da scemi, a discutere dell’importanza dei paninari e del raeganismo per una generazione intera e a rivalutare i capelli cotonati e gli scaldamuscoli. Ma sono anni ormai, e noi ci siamo stufati di sentirci dire dai fratelli più grandi che noi a quel tempo eravamo piccoli e che quindi ogni nostalgia di quel periodo è per forza posticcia.
Ci siamo stufati di sentirci giovani, vogliamo sentirci un po’ vecchi anche noi: quando arriva questo benedetto revival degli anni ’90? Quando tornano di moda i camicioni di flanella, la lambada e Brandon Walsh? Ridateci la sana vecchia angoscia della generazione X, Pamela Anderson che corre sulle spiagge di Malibu, il grunge, il big beat, il french touch, il crossover, tangentopoli, l’ansia di essere alternativi, i rave, Trainspotting, videomusic, la pecora Dolly, il trip-hop, gli slacker di periferia, la new age e le vere boy-band, Twin Peaks e i Fool’s Garden, X-files e il Loollapalooza, Enrico Brizzi e la mucca pazza, Non è la rai e il britpop.
Basta Take on me, quando si potrà tornare a ballare senza sentirsi dei completo coglioni (ma anzi sobriamente à la page) Think about the way, Short dick man e This is the rhytm of the night? Del punk-funk facciamo a meno per altri 20 anni: al Covo vogliamo Mmm-bop degli Hanson (che non ha nulla da invidiare ad Hey Ya, secondo me) e I am happy dei Soerba..
[e anche stasera, ad Airbag, si parla di anni '90. Alle 21 in streaming, o per una settimana dall'archivio mp3]