suoni

martedì, 26 04 2011

Questa cosa mi sta mandando fuori di testa

Si chiama Otomata, ed è una figata spaziale. E' il tipo di cose che è assai più semplice provare che spiegare (a patto di avere le casse del computer accese), ma se vi serve:

 

Otomata is a generative sequencer. It employs a cellular automaton type logic I’ve devised to produce sound events.

Each alive cell has 4 states: Up, right, down, left. at each cycle, the cells move themselves in the direction of their internal states. If any cell encounters a wall, it triggers a pitched sound whose frequency is determined by the xy position of collision, and the cell reverses its direction. If a cell encounters another cell on its way, it turns itself clockwise.

This set of rules produces chaotic results in some settings, therefore you can end up with never repeating, gradually evolving sequences. Go add some cells, change their orientation by clicking on them, and press play, experiment, have fun.

If you encounter something you like, just press “Copy Piece Link” and save it somewhere, or better, share it!

Immediato da usare, ma assai più complesso di quanto sembra, e la sua capacità di cambiare melodia nel tempo è mesmerizzante. Le melodie create si possono anche salvare (a me per dire è venuto fuori questo che ha qualcosa che mi piace un sacco) e tra un po' arriveranno anche le versioni iOs e Android. Sai quante serate ci perderò?

lunedì, 18 04 2011

Ecco a voi la band italiana dell’anno

Vengono da Roma, suonano una specie di indie-electropop autoconsapevole, si chiamano I Cani e parlano di noi.

Esattamente come gli Offlaga Disco Pax parlano di un socialismo tascabile sempre più fuori dal tempo, Le Luci della Centrale elettrica di un maledettismo di provincia in cui siamo troppo vecchi per poter cascare e i Baustelle di un dandysmo spietato e letterario che esiste forse solo nella testa di chi può permettersi di crederci, i Cani parlano invece di noi, 20- o 30-something degli anni zero, sempre attaccati a internet. a riferimenti di cultura pop che siamo lieti nessuno capisca, a mode che proclamiamo solennemente di non seguire, e a relazioni che non funzionano per incompatibilità di gusti musicali o di taglio di capelli.

 

Dopo i due pezzi assai promettenti circolati l'Estate scorsa (I pariolini di 18 anni e Wes Anderson) e l'inedito regalato alla compilation natalizia di Polaroid (che li aveva anche intervistati), ecco ora una nuova canzone, che fa parte anch'essa del loro disco d'esordio che uscirà prossimamente per la 42 Records.

Velleità parla delle cose da cui ci facciamo definire, delle identità, spesso completamente fittizie o, al meglio, puramente ipotetiche, che ci costruiamo, che sono in definitiva ciò che ci permette di riuscire a dormire la notte con un minimo di pace e soddisfazione interiore, da soli o con una rappresentante del sesso opposto che ci consideri degni di questo onore. Spesso proprio in virtù di esse.

 

Esattamente come Velleità, tutto il disco d'esordio dei Cani è un piccolo trattato di sociologia in forma electropop, un sussidiario illustrato della giovinezza due punto zero, una lunga Disco 2000 ambientata al Pigneto, un resoconto dell'educazione per lo più sentimentale della generazione sempre troppo ironica e drammaticamente autoconsapevole dell'era di Facebook.

Nessuno dei pezzi usciti finora è tra i migliori del disco. Che è tutt'altro che perfetto, sia dal punto musicale (il registro è monotono e poco vario) che da quello lirico (tanta verbosità tende a stancare presto), ma che con margini di crescita notevoli è già un'opera enorme, nello stesso senso in cui lo erano le pur diversissime (tra loro e da quella dei Cani) opere prime delle band italiche che citavo prima.

Come tutti i grandi gruppi, soprattutto se italiani, dividerà (o li ami o li odi, come si dice), perchè un approccio così laterale e meta non è per tutti, e tende a annoiare e infastidire chi non si rispecchia (o non si vuole rispecchiare) nel disco e nella visione del mondo che ci sta dietro. Come è logico che sia.

 

Ma dalla prima volta che l'ho sentito mi si è stampato in testa e non se ne va più. Sentirete, e ne riparleremo. Oh se ne riparleremo.

 

mercoledì, 13 04 2011

Amore ai tempi dell’IKEA

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, poco più di un anno fa, ho avuto occasione di presentare su queste pagine Lo Stato Sociale:

Ladies and gentlemen, there's a new band in town. Si chiama Lo stato sociale, e suona un indie-electro-pop verboso debitore in egual misura sia ai synth e ai beat post 80s dei Postal Service (con un po' di cassa dritta in più) sia a certa musica leggera italiana che, a volte te lo scordi, abbiamo un po' tutti nel DNA. Un coraggioso tentativo di declinare l'educazione per lo più sentimentale della scalmanata teppa bolognese in chiave di pop italico, con i suoni gommosi che piacciono a noi giovani, la cassa che spinge e già un po' di nostalgia per l'assistenzialismo pubblico drammaticamente in via di disfacimento. [#]

Erano partiti con un EP autoprodotto e con un po' di concerti in giro (che sono via via aumentati, fino a raggiungere la ragguardevole cifra di 90 date su e giù per la penisola) e hanno finito per approdare a un contratto con la Garrincha Dischi, che in autunno pubblicherà il loro disco d'esordio e oggi pubblica un nuovo EP, Amore ai tempi dell'IKEA, che potete ascoltare in streaming integrale in esclusiva su inkiostro.com. Costruito intorno all'ennesimo piccolo anthem pop per cui i nostri sembrano avere un talento particolare (dopo averla ascoltata provate a comprare una scatola dell'IKEA senza canticchiarla, se ci riuscite), l'EP non sposta le coordinate musicali della band ma perfeziona la formula e segna un deciso passo in avanti in termini di produzione e arrangiamento. Scrive bene Giorgio su Vitaminic, «Ironia stralunata che mescola personale e sociale, politico e privato, Germania dell’Est ed Eneide, li mette su un tappeto elettronico e costringe il cervelletto a dare l’impulso di ballare».

 

La band presenterà il disco stasera all'Arterìa di Bologna (tra l'altro apre il sempre ottimo Mr. Brace) e ha già fissato un bel po' di date per le prossime settimane.

E, se ve lo steste chiedendo: sì, ci sono anche le istruzioni.

 

 

martedì, 12 04 2011

Soundtrack to our lives

Come già sapete, sono un devoto fan del social network di condivisione di foto «truccate» via iPhone Instagram e del miracoloso equilibrio tra virtuosismo e serendipità che riesce a incarnare. Ma come scrivevo su twitter qualche mese fa, dopo essersi abituati a immortalare un momento dal punto di vista visivo, ti viene subito voglia di poterlo fare anche dal punto di vista musicale o sonoro. E siccome «There's an app for that», è qui che entra in gioco il nuovo Soundtracking.

 

Frutto della stessa idea di mash-up di diverse applicazioni di successo (se Instagram era Hipstamatic + Twitter + Foursquare, Soundtracking è Instagram + Shazam + Twitter + Foursquare), Soundtracking consente di condividere in tempo reale una foto ma anche un collegamento a un brano audio (preso dall'app iPod, riconosciuto in tempo reale o semplicemente ricercato a mano), immediatamente ascoltabile da parte dei tuoi follower che ovviamente possono laicarlo e/o commentarlo. L'App è appena nata ed è chiaramente acerba, ma l'idea è buona e gli sviluppi sono promettenti. Se i suoi sviluppatori lavorano per aggiungere alcune funzioni abbastanza fondamentali, e sostituiscono il collegamento a iTunes con quello con altre librerie musicali gratuite e con canzoni intere (basterebbe anche, che ne so, YouTube) e se riescono a tirare su una community numerosa come quella di Instagram, il successo è assicurato. Per ora non sho trovato nessuno da followare (iscrivetevi! followatemi! ovviamente il mo nome è @inkiostro), ma se vi conosco ora andrete tutti a iscrivervi. E secondo me fate bene.

lunedì, 11 04 2011

Different Strokes

Voi dite quello che volete, ma questa versione orchestrale di Under cover of darkness (l'ultimo singolo degli Strokes, che non smetterò mai di elogiare perchè lo trovo una tra le loro migliori canzoni di sempre) ad opera dei Jingle Punks è strepitosa. E, alla faccia dei detrattori, sentire come rende arrangiata così dà anche una discreta idea della sua ricchezza melodica.

[via]

 

venerdì, 08 04 2011

Sempre a Massimo Volume

Sono nel mezzo di una settimana incasinata e non ho il tempo che vorrei per scrivere del Massimo Volume Weekend che è di scena stasera e domani al Covo. Sarà che ho da poco finito di leggere la splendida biografia a loro dedicata da Andrea Pomini (consigliatissima) e che il loro ultimo disco Cattive abitudini si è piazzato sul podio dei miei dischi dell'anno del 2010, sta di fatto che avrei veramente troppo da scrivere, e se devo rischiare di farlo male è meglio non farlo per niente. Del resto  tutte le parole che servono sono già all'interno dei testi di Mimì Clementi, quindi esserci (stasera per il concerto regolare e domani per quello con la scaletta costruita dai fan) è un imperativo. Ed  essere in consolle dopo il loro concerto (in Sala Grande con Y:DK, stasera) questa volta è un onore di cui mi sento particolarmente fiero. Perché io non ho speranza. Io ho fede.

 

MP3  Massimo Volume – Morse (Bachi da pietra cover)

lunedì, 04 04 2011

This is happening

Oggi non si può postare nient'altro che il video dell'intero concerto di addio degli LCD Soundsystem al Madison Square Garden di sabato scorso (sperando che per una volta la tirannia del copyright non lo faccia immediatamente togliere da Youtube). Quella che è forse la band più importante dei nostri tempi (non necessariamente la migliore, non necessariamente la più influente, non necessariamente la mia preferita, anche se ci siamo vicini), capitanata dal music-geek per eccellenza degli anni 2000, nonchè dalla cosa più vicina a un filosofo della musica pop che ci sia in giro in questi anni, si scioglie mentre è ancora al top. E qua ci dispiace un sacco, anche se sappiamo cheprobabilmente era la cosa giusta da fare. Gli paghiamo il giusto e inevitabile omaggio, immaginando già quanto sarà dolce il sapore di una reunion, se mai ci sarà. You will be missed.

[e se li cercate bene online trovate anche già video e audio da scaricare]

giovedì, 31 03 2011

Inkiostro Out of winter 2011 nastrone

 

 

Alla fine ci siamo liberati anche di questo Inverno, ed è una buona notizia. Non so se è capitato solo a me, ma con gli anni anche se mi sono sempre definito senza esitazioni un winter guy l'arrivo della bella stagione è diventato sempre di più qualcosa da festeggiare, magari al suono di una compilation da ascoltare il macchina col finestrino abbassato o in cuffia mentre decidete di staccarvi dal computer e di fare la prima passeggiata della stagione.

Come lo scorso autunno, la scorsa primavera e il precedente inverno, il nastrone è scaricabile traccia per traccia o in un pratico zippone iPod friendly provvisto di copertina; inoltre, carico del server permettendo, le tracce sono anche ascoltabili online grazie al player di fianco a ciascuna di esse (che poi procede in sequenza con il resto della playlist). Buon ascolto.

 

 

MP3  01. Discodeine (feat. Jarvis Cocker) – Synchronize (Radio Edit)

Si comincia dal ritorno di King Jarvis. Nell'anno della reunion dei suoi Pulp, il re dei dandy britannici si concede questa lussuosissima ospitata nel bel singolo dei Discodeine, e sentirlo in queste inedite vesti tra disco e house marca DFA è un piacere per le orecchie. E la classe è la solita, inarrivabile quasi per tutti.

 

MP3  02. Amanda Palmer (feat. The Young Punx) – Map of Tasmania

Ma non si vive di sola classe. E allora stacchiamo con questo pezzaccio smutandato di Amanda Palmer, in cui la ex voce dei Dresden Dolls, ora stella dei social network e da poco moglie di Neil Gaiman, canta un inno a una certa area boschiva del corpo femminile, nascosta (per modo di dire) dietro la sapida metafora della mappa della Tasmania. Non riesco a trovarla di cattivo gusto, nè a smettere di canticchiarla.  

 

MP3  03. Joan as a policewoman – The Magic

Non avevo mai davvero approfondito la musica di Joan Wasser, e un paio di mesi fa ho messo su il suo nuovo disco quasi più per dovere di completismo che per reale curiosità. Quando i pezzi ci sono, però, sanno bucare il velo di indifferenza, ed è quello che è successo con questo pezzo e con il suo groove di Rhodes che prima ti prende, e poi ti inchioda. 

 

MP3  04. Summer fiction – She's Bound to Get Hurt

Era Febbraio, ma con l'incrocio di pianoforte e clavicembalo del pezzo che apre il disco di Bill Ricchini sembrava già Primavera. E se pensate che sia facile, sbagliate: ci sono gli anni '60 e i Belle & Sebastian, il cantautorato dei Magnetic Fields e il migliore hook di un pezzo che avrebbe potuto spopolare alla radio in tempi meno patinati e frenetici di quelli odierni. Un'alchimia fragile, ma perfetta.

 

MP3  05. The Jacqueries – She's not Fond of Love Songs

Gli autori di uno dei migliori dischi italiani di fine 2010 hanno poco più di 20 anni e vengono da Roma, ma l'età e la provienienza non le indovineresti mai sentendo come padroneggiano il migliore sound indie degli anni '90 e ci tirano fuori ottime canzoni. Bravi. 

 

MP3  06. Last Europa Kiss – The ballad of johhny boy

Sono un duo di volti noti bolognesi, di quelli che di musica ne masticano assai ma se serve non esitano a sporcarsi le mani. E quindi tirano fuori chitarra, drum-machine e tamburello, e si muovono tra indie-pop a bassa fedeltà e post-wave come piace a noi. Sono ancora agli inizi, ma le carte ci sono.

 

MP3  07. Air Waves – Knock Out

A questi giro la Primavera chiama indie-pop: voci incerte, cantilene lievi e quattro accordi in punta di chitarra col sole fuori dalla finestra sono tutto quello che serve. Vengono da Brooklyn, sono capitanati da Nicole Schneit e se non li conoscete mi sa che li amerete.

 

MP3  08. The gin and tonic youth – White tight tights

Nome di band dell'anno, e forse del secolo. Basterebbe solo quello, ma poi il pezzo è proprio carino, e allora ti scopri ad ascoltarlo dimenticando il loro talento per i calembour e godendoti solo la canzone. Vengono dalla Norvegia, e prima o poi potrebbero diventare i nostri nuovi eroi. 

 

MP3  09. GROUPLOVE – Colours

Questi invece hanno un nome bruttissimo, ma secondo la BBC «sono come i Dinosaur Jr che incontrano i Moldy Peaches in una tana segreta al tramonto». Io non ci sento nessuna delle due band, oppure ce ne sento anche decine di altre (più o meno quasi tutte le indie-band con voce sguaiata e chitarre entusiaste, dai Pixies ai Clap your ahdns say yeah), ma chi sono io per contraddire la BBC? 

 

MP3  10. The pains of being pure at heart – Belong

Chi l'avrebbe mai detto che il ritorno dei Pains sarebbe stato sulle note di questi chitarroni sonici anni '90? E chi se lo ricordava che gli Smashing Pumpkins di Siamese Dreams ci piacevano così tanto? Dopo le inevitabili perplessità iniziali me lo sono ricordato, e anche se con una punta di guilty pleasure approvo la scelta. Li ha salvati dall'oblio del secondo disco, e non è mica poco.

 

MP3  11. Tapes'n'Tapes – Freak Out

Tra le prime vittime del backslash degli m-blog (quando gli m-blog erano una piccola potenza e contavano non poco) i Tapes'n'tapes secondo me hanno sempre avuto le carte per fare bene, e col disco nuovo non riesco proprio a cambiare idea. Provateci voi, se ci riuscite. 

 

MP3  12. The Strokes – Under Cover Of Darkness

Troppi soldi, troppo successo, troppi ego e troppo grossi, e il ritorno degli Strokes fa un po' acqua da tutte le parti. Ci siamo forse tutti dimenticati che il loro disco precedente era bruttino, e il singolo apripista del disco nuovo se lo magna in un sol boccone. Da ballare tutta l'Estate. 

 

MP3  13. The Vaccines – Post break up sex

Lo sapete già: la next big thing britannica questa volta mi convince, e mica poco. Il loro singolo sarà anche un banale pezzo pop-rock costruito su un giro di Do, ma è un gran bel banale pezzo pop-rock costruito su un giro di Do. Sono un tipo di poche pretese, non mi è mai servito molto di più. 

 

MP3  14. Peter, Bjorn & John – Dig A Little Deeper

Il trio di svedesi di Young Folks non se li caga più nessuno, ma se con il disco di due anni fa avevano un po' ragione, col disco nuovo si sbagliano di grosso. Le canzoni ci sono, la scrittura pop è migliore forse anche degli esordi e c'è una tale densità di piccoli anthem da darvi l'imbarazzo della scelta. Questa è la mia preferita, provatela in macchina col sole e mi direte.

 

MP3  15. Banjo or freakout – Idiot rain

Dura la vita per Alessio Natalizia, torinese tenace che è partito anni fa dai mai troppo lodati Disco Drive e col suo progetto solista è arrivato a giocare in Premiére League: la scena è affollata, il gioco è più pesante, le ballad eteree e sognanti sono un po' inflazionate e l'uomo di PItchfork ha detto No. Ma il disco è solido e il nuovo singolo è forse il suo pezzo migliore di sempre. Lo voglio in una colonna sonora.

 

MP3  16. Quakers and mormons – Speechless Sentence

Il disco del progetto collaterale di Maolo e Mancio dei My Awesome Mixtape è stato una bellissima conferma, e per chi non se l'aspetta sarà una bella sorpresa. Hip hop per chi non ama l'hip hop con basi originalissime (dal jazz alla classica al klezmer) e ottima sensibilità. Se usciva per l'Anticon eravamo tutti a gridare al miracolo, ma io me ne frego e un po' lo grido comunque.

 

MP3  17. Soft moon – Tiny Spiders

Quello dei Soft Moon è forse il migliore revival new wave che si possa desiderare, privo delle pose di tante band che, ripescando negli ultimi anni questi suoni, ne hanno banalizzato le peculiarità e annaquato la forza. Linee di basso di rara cupezza, ritmiche martellate, voce che si perde nel riverbero e synth acidi e spaziali. Notevolissimi.  

 

MP3  18. PJ Harvey – In The Dark Places

Con le settimane il nuovo disco di Polly non esce dal lettore, ma in mezzo al pur eccellente e assai originale pastiche sonoro che lo compone il mio pezzo preferito è forse la canzone più tradizionale. Una ballad oscura e grattuggiata mesta come una marcia funebre, che parla di guerra e morte. 

 

MP3  19. Ducktails (feat. Panda Bear) – Killin The Vibe

Che sia con la sua eccellente band principale (i Real Estate) o con il suo progetto solista Ducktails, quando Matthew Mondanile imbraccia la sua chitarra liquida io mi sciolgo. Qui poi si fa aiutare dall'Orso Panda in libera uscita dagli Amimal Collective, e la languida nenia che ne esce è roba da 10 e lode.

 

MP3  20. Sara Lov – Square Heart (The Black Heart Procession cover)

«I've got a square old heart / and no one makes the parts that I need»: comincia così quello che forse sulla distanza è uno dei più bei pezzi di sempre dei Black Heart Procession, sapientemente scelto da Sara Lov per il suo disco di cover. Affranta ed elegiaca, come da copione, forse ancor più dell'originale con questa veste di pianoforte ed archi. E sempre molto vera.

 

MP3  21. J Mascis – Several Shades of Why

Non avrei veramente mai detto che il nuovo disco solista del cantante dei Dinosaur Jr potesse essere così bello. Scrittura eccellente, arrangiamenti acustici splendidi, linee e suoni di chitarra essenziali ma memorabili. Uno dei migliori disco di inizio anno.

 

 

ZIP  AAVV – Inkiostro Out of winter 2011 Nastrone

lunedì, 28 03 2011

Bach all’ukulele

Cose che non sai bene come trovi in rete e poi ti innamori: la virtuosa dell'ukulele hawaiiana Taimane Gardner suona una specie di medley della Toccata e fuga di Bach, della Carmen di Bizet e del Fantasma dell'opera di Andrew Lloyd Webber. Probabilmente è più lo show della tecnica vera e propria, però funziona dannatamente bene.

venerdì, 25 03 2011

Black Friday

Oggi è il terzo venerdì che passiamo in compagnia di Rebecca Black, quindi sono trascorsi abbastanza secoli-internet per poter esaminare il vero fenomeno virale del 2011 post-Charlie Sheen. Se non sai a cosa mi riferisco, innanzitutto spero che la SIP ti ripari presto la linea, e poi fatti descrivere questo video da un tuo amico che “naviga”.
 
Rebecca Black (13, F, California) ha più di 39 milioni di visite su YouTube, ha venduto 40.000 copie in una settimana e ha scatenato una gara infinita di meme e parodie (a tenere alto il tricolore, ci pensa il meraviglioso Rebecco Nero). Ha anche ricevuto minacce di morte e la sua “Friday” è stata definita la peggior canzone di sempre.
 
È divertente? Sì, il video è inavvertitamente comico per molte ragioni. È amatoriale, ma non abbastanza per finire nella categoria “fare gli scemi con la telecamera in un pomeriggio di noia”. È professionale, ma non abbastanza per sembrare un video musicale vero e proprio. La produzione, il green screen e gli effetti speciali (il lampione che diventa fermata del bus!) evidenziano il fatto che qualcuno ci ha messo dei soldi e ha preso la cosa sul serio, e ai nostri occhi si crea lo stesso effetto comico dei film low-budget che si credono Guerre Stellari. Quanti soldi? 2.000 dollari: una cifra ridicola per girare un video, una cifra esorbitante per fare un regalo alla propria figlia tredicenne. “Voglio un videoclip” è il nuovo “voglio un pony”.
 
Poi c’è lei, Rebecca, con una voce insignificante (manipolatissima) e poca verve da popstar. Confrontatela con Bieber o Britney e Justin Timberlake ai tempi del Mickey Mouse Club e capirete che non è solo una questione età o di talento: Rebecca è una ragazzina che si sta divertendo con gli amici e pensa “cazzo, figata!”, non una che ha il discorso per i Grammy già pronto nel taschino. È una concorrente dello Zecchino d’Oro, ma per sua sfortuna al posto del Mago Zurlì c’è 4chan.
 
Ma la cosa che sembra aver suscitato più ilarità è il testo della canzone. “Friday” è la giornata-tipo di un'adolescente che si sveglia, fa colazione, deve scegliere dove sedersi sulla macchina degli amici e aspetta con ansia il weekend. È così derisibile? Non vi ricorda niente?
 
Wake up in the morning feeling like P Diddy
Grab my glasses, I'm out the door, I'm gonna hit this city
Before I leave, brush my teeth with a bottle of Jack
Cause when I leave for the night, I ain't coming back
I'm talkin’ 'bout pedicures on our toes, toes
Trying on all our clothes, clothes
[...] 
Tick tock, on the clock

But the party don't stop, no

 
Queste strofe sono tratte da “TiK ToK” di Ke$ha, il singolo più venduto del 2010 (12.8 milioni di copie, top 3 in 13 paesi). "TiK ToK" è "Friday", ma cantata da un'adulta, prodotta da adulti e per un pubblico adulto. Di fronte alla tautologica "pedicure per le dita dei piedi" e il Jack Daniels come collutorio, che Dio benedica i cereali di "Friday". E non dimentichiamoci che l'umiliazione della Black sta avvenendo in un mondo che nomina ai Grammy album contenenti le rime "I wanna see your peacock, cock" e "fill up my cup, mazel tov". Nel contesto del pop odierno, c'è poco da stupirsi e se una tredicenne fa della musica di merda un punto d'arrivo e non è difficile capire da dove ha preso l'ispirazione. È difficile capire perché non sia già alla numero uno.
 

lunedì, 21 03 2011

Jens Lekman e Kirsten Dunst

Se tutto va bene il 2011 dovrebbe essere l'anno del ritorno di Jens Lekman, il  crooner del cantautorato indie-pop svedese che tutti amiamo e che non ci regala un disco da ben 4 anni. 

Sperando che sia un segno il nostro nel weekend ha suonato a Londra per il Read and shout festival, e, come racconta The line of best fit, ne ha approfittato per presentare un paio di pezzi nuovi: la tipica ballata lekmaniana Every little hair knows your name e la dolceamara ed esilarante Waitin for Kirsten, in cui la Kirsten del titolo è l'attrice Kirsten Dunst:

 

Set highlight ‘Waiting For Kirsten’ gained the biggest response of the night as Jens explained the story behind the tribute of the Spiderman star. Telling the tale of discovering that Dunst had recently name-checked him in a magazine article, he went on to jest with the audience  ”what is a suburban potato chips factory boy like me supposed to do when Kirsten comes to my home town except obsessively stalk her all night?”. Naturally. [#]

 

venerdì, 18 03 2011

Il ritorno dei Forty Winks

Sono la band di regaz bolognesi per eccellenza, in attività da più di 10 anni e con all'attivo un bel po' di date live tra cui diversi sold-out nei locali che ci piacciono. Adesso, dopo un po' di anni di assenza, i Forty Winks sono tornati, e continuano a spaccare come e più di prima. Il nuovo disco si chiama Bow Wow, esce per Unhip e fotografa una band in splendida forma, che alterna il suo classico sound tirato ad aperture melodiche che a volte fanno venire in mente il migliore rock britannico, a volte cose come i Queens of the stone age. Il tutto con poche pose e, dal disco si capisce, divertendosi assai. 

 

I Forty Winks suonerano sabato al Covo per il release party del nuovo disco, e sarà sicuramente una gran bella serata. Come non bastasse, a seguire il sottoscritto e Mr Giovanni 'UDA' Gandolfi a mettere un po' di dischi in Sala grande. Ci vediamo là.

 

 

MP3  Forty Winks – Mannequins

MP3  Forty Winks – Beneath her feet

 

 

[la foto è di Caterina Pecoraro]

venerdì, 18 03 2011

Smells like a rotten boy band

In tema di cover horror, questa mi era completamente sfuggita. E sì che, essendo in formazione a 4, probabilmente risale a prima della reunion e ha quindi almeno un anno. Signore e signori, ecco a voi i Take That che rifanno Smells like teen spirit dei Nirvana. Come dice Dis0rder che l'ha postata su Facebook, qualcosa di molto vicino a una profanazione di cadavere. Proprio per questo, secondo me, a Cobain sarebbe piaciuta.

 

 

mercoledì, 16 03 2011

Win Win

Nella giornata in cui tutti i blog musicali e le webzine del mondo linkano in pompa magna le due canzoni della collaborazione tra Four Tet, Burial e Thom Yorke (che non sono brutte, ma da tre nomi del genere era lecito aspettarsi qualcosina di più), io sono invece assai più esaltato per essermi imbattuto in un nuovo pezzo dei National (con Sharon Van Etten ai cori), scritto apposta per la colonna sonora del nuovo film di Thomas McCarthy Win win. Potrei dilungarmi e scrivere quanto la qualità della loro produzione si mantenga a livelli altissimi anche nei pezzi minori, ma tanto nessno lo leggerebbe, so che avete già tutti spinto Play.

 

 

MP3  The National – Think you can wait

mercoledì, 09 03 2011

Post break-up brit rock

 

E' una cosa che ho sentito (e detto) abbastanza spesso chiacchierando con qualche DJ dietro la consolle: sono almeno un paio di anni che dall'Inghilterra non vengono fuori singoli indie-rock davvero buoni da ballare in pista. Qualche anno fa volendo era possibile fare anche mezz'ora di set solo mettendo singoli nuovi (tra Franz Ferdinand, Keiser Chiefs, The Libertines / Babyshambles, Maximo Park, The Rakes, Pete & the pirates, The Wombats, Klaxons, 1990s, Foals, These New Puritans e via così), ed era tutta roba che funzionava bene e si faceva cantare e ballare assai volentieri. Poi, di colpo, un po' il nulla.

 

Chissà se nel 2011 le cose cambieranno. Non è che sia proprio una cosa per cui non dormire la notte, ma se il buon giorno si vede dal mattino possiamo riporre tutte le nostre speranze nei Vaccines. Hype furibondo già da mesi, copertina di NME d'ordinanza, presenza in praticamente tutte le classifiche delle band più promettenti dell'anno nuovo e, infine, contratto con una major già in saccoccia. Ora non resta che aspettare il disco (è questione di giorni), ma già i primi due singoli hanno praticamente tutto quello che serve: ritornelli memorabili, giri di chitarra ben fatti, testi furbi e ottima produzione. E finalmente in pista funzionano.

 

 

MP3  The Vaccines – Post break-up sex

MP3  The Vaccines – Wrecking bar (ra ra ra)

martedì, 08 03 2011

The Fox and the Bear

Non capita spesso di avere l'occasione di ascoltare due delle voci più belle della scena indie/folk che duettano, e ancora meno spesso capita perchè uno dei due carica su Megaupload un EP da tre pezzi e poi lo linka da twitter. Invece è quello che è successo qualche ora fa con Robin Pecknold dei Fleet Foxes, che non sapendo cosa fare con 3 pezzi rimasti fuori dai dischi (tra cui un duetto con Ed Droste dei Grizzly Bear), ha caricato la cartella online e l'ha linkata da twitter presentandola con poche parole:

 

So, I recorded three acoustic songs a couple weeks ago in LA with my friend Noah. Here's a link to download them:  One is a duet with my friend Ed Droste from the amazing band Grizzly Bear, one is just a new solo jam, and one is a cover. These aren’t Fleet Foxes songs, but I didn’t know where else to disseminate it. Pretty mellow jam.  [## + # + #]

 

 

MP3  Robin Pecknold feat. Ed Droste – I'm losing myself

ZIP  Robin Pecknold – Three songs EP

venerdì, 04 03 2011

La indie crociera

Nei giorni scorsi il Village Voice ha pubblicato una gallery di foto scattate alla Bruise Cruise – a three day tropical rock'n'roll vacation, una specie di incrocio tra una mini-crociera e un festival musicale che ha avuto luogo lo scorso weekend tra Miami e le Bahamas, in cui una line-up di tutto rispetto (Black Lips, Vivian Girls, Ian Svenonious, Surfer Blood, The Oh Sees, The Strange Boys e vari altri) si fondeva con quella che prometteva di essere una tre giorni decisamente sui generis. Le foto in effetti parlano chiaro, e non poteva non saltarci a pesce anche il caro Hipster Runoff (che nel mentre ha anche scoperto quella che sembra una liason tra la giunonica Kickball Katy delle Vivian Girls e Jared Swilley dei Black Lips), per cui è stato facile fare paragoni con Girls gone wild e affini e tipicamente americane occasioni di partying hard.

 

Come ciliegina sulla torta, a tempo di record è stato diffuso il video di Go out and Get it!, nuovo singolo dei Black Lips (il cui disco uscirà a Giugno per Vice Records e sarà prodotto addirittura da Mark Ronson) girato proprio durante la suddetta crociera e in qualche modo perfetto per il mood uber-cazzone del pezzo (che non è affatto male) e della band. Che è composta dal tipo di persone che non vorresti mai come vicini di casa e forse neanche come amici, ma che a occhio sanno far festa come poche altre rock'n'roll band là fuori.

 

 

giovedì, 03 03 2011

Take me out, tonight

L'alunno confronti queste due (belle) versioni del classico degli Smiths, ed esprima la sua preferenza.

 

MP3  Dum Dum Girls – There is a light that never goes out (The Smiths cover)

MP3  Sara Lov – There is a light that never goes out (Ths Smiths cover)

venerdì, 25 02 2011

Rage against the school orchestra

Avete presente tutti i teen drama americani in cui i membri dell'orchestra sono sempre dipinti come i più sfigati e noiosi di tutti? Guardate questo video in cui l'orchestra della George Mason University suona Killing in the name dei Rage against tha machine e cambiate idea. Rock that clarinet!

 

 

mercoledì, 23 02 2011

Emilia Romagna capitale dell’hip hop

No, non sto parlando dell'esperienza storica dei Sangue misto e neanche della nobiltà di strada di Inoki, e neppure del gangsta dell'ultima fila Trucebaldazzi: qualche giorno fa passando in macchina dalle parti di Zésena in radio mi sono imbattuto ne La Lova, il nuovo singolo di DJ Tamoil e DJ Bietola (alias i Rap di Romagna), e sono rimasto rapito.
Le citazioni citabili del testo sono troppe per poterle enumerare, le metafore sapienti e vivide e il ritratto della figa lessa standard quasi fotografico; il video poi è una delle cose più belle che io abbia mai visto e quando ho sentito il resto della discografia del duo (Voglio la patonza sorpassa a destra i primi 883, Andem a Marena è l'inno alla Beverly Hills locale che ci mancava) e ho visto che sono stati ospiti persino su Pomeriggio Cinque sono definitivamente diventato un fan. Romagnoli, perchè ce li avete tenuti nascosti?

 

 

martedì, 22 02 2011

Ringo e la Morte Nera

Hanno un nome che è un gioco di parole intraducibile tra il batterista dei Beatles e la gigantesca astronave dell'Impero di Guerre Stellari (la Death Star, in italiano tradotta come Morte nera). Suonano uno shoegaze da manuale, che ha lo stesso mix di ingenuità nichilista e incoscienza rumorosa che fu dei My Bloody Valentine e dei Jesus and Mary Chain, ma quando si aprono al pop si muovono dalle stesse parti dei Pains of being pure at heart (mentre quando si abbandonano alle derive psichedeliche possono assomigliare addirittura ai Black Angels).
Sono i Ringo Deathstarr, e se non vi spaventano i volumi alti e le chitarre deragliate, ho idea che vi piaceranno.
Suonano sabato al Covo di Bologna e domenica al Mattatoio di Carpi. Ci si vede là.

 

 

 

 

MP3  Ringo Deathstarr – So High

venerdì, 18 02 2011

Se ti concentri ci senti anche il mare

Ignoravo che su Youtube ci fosse gente che 'suona' melodie di canzoni usando solo i toni della tastiera dei cellulare, ma ora che l'ho scoperto devo dire che sono incantato (c'è anche Losing my religion, ma fino al finale non gli somiglia granchè). A quando il primo disco sperimentale interamente suonato così?

giovedì, 17 02 2011

Tu mi fai girar Tu mi fai girar come fossi Sara Lov

Una bella cover, classica ma un po' western, cantata con una pronuncia italiana quasi perfetta, la voce splendida di sempre e un arrangiamento elegantissimo: con queste premesse è consentito cimentarsi anche con un pezzo talmente famoso da essere quasi intoccabile, ed è quello che ha fatto Sara Lov con La bambola di Patty Pravo. 

La nostra amata cantautrice californiana è infatti tornata con un nuovo album (I already love you, che in Italia esce per la storica Irma Records mentre nel resto del mondo è acquistabile online anche in modalità up to you), e in quale settimana dell'anno poteva uscire un disco che contiene una cover del genere se non nella settimana di Sanremo?

(sì, lo so: La bambola non è una canzone di Sanremo. Ma passatemela, dai)

Tra un paio di settimane Sara Lov farà un tour italiano che passa un po' ovunque. Non perdetevela.

[grazie a Claudio]

 

 

 

MP3  Sara Lov – La bambola (Patty Pravo cover)

venerdì, 11 02 2011

Let Polly shake

Negli ultimi 4 giorni, da quando è in streaming integrale sul sito della NPR, ho ascoltato praticamente solo Let England Shake, il nuovo disco di Polly Jean Harvey.

Che sarebbe stata l'ennesima rivoluzione nel sound della cantautrice del Dorset era chiaro fin dall'emergere delle prime nuove tracce live, ma era anche chiaro che il cambiamento sarebbe stato anche su un altro livello. Non saprei spiegare esattamente il perchè, ma già da subito sembrava evidente che, dopo White Chalk, il gioco di maschere che aveva sempre caratterizzato la sua carriera (come scrivevo nel suddetto post: nuova promessa dell’alternative rock femminista, controversa e rumorosa mangiauomini, romantica e disperata femme fatale con parrucca e ciglia finte, timida ragazza acqua e sapone della campagna del Dorset, socialite mondana della Grande Mela, rude e androgina blueswoman e esangue e perduta dama dell’ottocento) era al termine, e che l'epoca in cui Everybody wants to be a PJ (but herself), come dicevo sette anni fa su queste pagine con un brutto calembour, stava per finire.

 

Polly ora sembra assai a suo agio nei panni di se stessa, e ha a disposizione una tavolozza che contiene ormai tutti i colori della musica, e una sicurezza di sè assai solida che le consente di sfruttarla con una fantasia spiazzante e imprevedibile. Ed era imprevedibile, almeno per me, il fatto che pur essendo così poco tradizionale Let England Shake mi sarebbe piaciuto così tanto.

Per il resto, del disco scrive benissimo Stefano Solventi (già autore del notevolissimo PJ Harvey – Musiche, maschere, vita) su SentireAscoltare:

 

Con Let England Shake inizia quindi a tutti gli effetti una nuova fase nella carriera di PJ. Niente più maschere, niente più ricerca di sé: sarà un caso se per la prima volta Polly non compare in copertina? La sua emotività è libera di indagare altrove, di aprirsi al mondo prendendosene cura, mettendo al centro della questione il tema evergreen della guerra, o meglio l'idea del conflitto come mito fondante di un popolo. Lo fa esplicitamente senza rinunciare ad una spiazzante elusività, ovvero parlando a nuora perché suocera intenda, all'Inghilterra assunta come simbolo arcaico di un imperialismo globale che – mutando modi, forme, alibi, nome – continua ad essere la spinta che pianifica le sorti della nostra civiltà. In questo senso, Let England Shake è un disco d'altri tempi, nel quale puoi addirittura avvertire la fragranza folle e urticante dei Sixties californiani antagonisti (in All And Everyone, con la sua madreperlacea solennità, sembra ammiccare al lirismo emblematico dei Jefferson Airplane). E' solo un rumore di fondo tra gli altri di un programma che con gli ascolti svela un variegato ventaglio di frequenze e radici, non a caso inaugurato dalla grottesca ambiguità della title track, imperniata sul sample di Istanbul (Not Constantinople), uno swing ibrido inciso negli anni Cinquanta dai The Four Lads.

 

Siamo lontanissimi dalla vecchia, selvatica PJ. La rocker aspra e convulsa degli esordi ha lasciato progressivamente il posto ad una cantastorie conturbante e riflessiva, che ha imparato a manipolare l'irrequietezza per farne narrazione, a trasfigurare la patologia in racconto, lo schizzo furibondo in una trama di cromatismi ammalianti. C'è ancora un lato rabbioso che sgomita per farsi luce, ma è come domato, ricondotto nei ranghi come una frase che sta tra le righe (vedi il folk blues indiavolato di Bitter Branches). L'abito sonoro – allestito assieme ai fidi John Parish, Mick Harvey e Jean-Marc Butty, con Flood ad occuparsi del missaggio – è parco ma prezioso, fatto di percussioni terrigne e frugali, di chitarre semiacustiche ed elettriche dal timbro morbido, mai invasive, spesso echoizzate come un sogno esotico. Poi c'è l'autoharp, diventato un po' il feticcio della rinata Polly Jean (e quanto se ne sia ormai impadronita è palese in The Words That Maketh Murder, sorta di pseudo-rumba col veleno dentro), quindi discreti ma incisivi interventi di sax e trombone, le apparizioni commoventi del piano, pochi e vaghi sfondi di tastiera. [#]

 

 

MP3  PJ Harvey – The words that maketh murder

MP3  PJ Harvey – In the dark places

giovedì, 10 02 2011

Clapping Music

Qualche sera fa a cena assistevo ammirato (ma inevitabilmente poco partecipe) a un paio di amici che chiacchieravano di musica contemporanea partendo dall'ormai celebre libro di Alex Ross Il resto è rumore. Io non so quasi nulla di musica classica e non sono in grado di distinguere Šostakovič da Ligeti, Bartòk o Philip Glass (anche se sono sicuro che sono diversi più di quanto lo siano i Kraftwerk dai Sex Pistols o da Britney Spears), quindi, a latere di questo ipnotico video che vede Clapping Music di Steve Reich "messa in scena" da Lee Marvin and Angela Dickinson in un estratto da Senza un attimo di tregua, non riesco a fare neanche una battuta o un gioco di parole piccolo piccolo. Però voi magari sì.

(via)