giovedì, 30/10/2008

Matte’s CMJ Marathon report / 1

di

Tempo fa, Ink mi invito’ a collaborare sul blog che state leggendo. Dopo circa tre mesi persi a scegliere un nickname su splinder e altri quattro a trovare qualcosa da dire, ecco finalmente il pretesto: la CMJ Music Marathon che si e’ svolta a NY la settimana scorsa.
Nata nel 1980, la CMJ e’ una rassegna in cui oltre un migliaio di artisti piu’ o meno emergenti presentano il proprio materiale a un’itinerante massa di fan, musicofili, giornalisti, bloggers, poseurs e presenzialisti vari, che per cinque giorni zompettano da un posto all’altro di Lower Manhattan e Brooklyn (clubs, bars, cafes, negozi, open spaces, case, cantine, giardini e parchi) alla ricerca disperata della next big thing. Quello che segue e’ un resoconto dei miei cinque giorni di poco sonno, molto alcol e tanta musica.

 

 

 

Martedì

Parto col primo dei tre showcases di BrooklynVegan alla Music Hall of Williamsburg dove vedo The Sammies, Shearwater, Ponytail e Passion Pit. I Sammies dal vivo sono piacevoli, anche perche’ a tratti paiono una tribute band dei Replacements, ma a risentirle le canzoni scivolano via un po’ anonime. Gli Shearwater, altra faccia degli Okkervil River, mi sono piaciuti parecchio, molto di piu’ che su disco, dove non mi pare riescano a catturare alla perfezione l’intensita’ del cantato di Jonathan Meiburg e la ricchezza dei suoni (avro’ visto almeno dodici strumenti diversi, ad alcuni dei quali non sono nemmeno in grado di dare un nome). Incuriosito dal disco e dal chiacchericcio di tutti quanti, i Ponytail mi sono parsi buoni nel complesso, a tratti pure ottimi (mutuando da Morrissey, ma in un’ottica del bicchiere mezzo pieno, some songs are better than others). Quanto a presenza scenica, mentre alcuni hanno trovato gli art-rockers di Baltimore efficaci, a me sono invece sembrati un po’ fiacchi. Infine, i prossimi-ospiti-fissi-di-Gossip-Girl Passion Pit come da attese fanno scatenare le ragazze, il che e’ sempre una cosa che come minimo mette di buon umore. Non so se e’ un azzardo parlare di incrocio tra Cold War Kids e Hot Chip, ma questa e’ l’impressione che ne ho avuto. Il falsetto del cantante era molto fastidioso comunque. Peccato non essere potuto restare fino alla fine, che mi sarei visto pure Jens Lekman, in versione singing dj.

 

(Shearwater)

 

 

Mercoledì

Si parte alla Lit Lounge con gli italiani Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (lo so, il nome e’ un capolavoro, al tempo stesso il migliore e il peggiore della rassegna…). Anche per loro vale la massima morriseyana di cui sopra. Alcuni pezzi interessanti, anche se un po’ di tempo in piu’ in sala prove non avrebbe guastato. Ricordano un po’ i Rapture pre-Murphy therapy, ruvidi e spigolosi. Certo, fossimo nel 2000-2001 sarebbero una delle cose piu’ interessanti in giro. Lasciati i connazionali, mi reco al 205 a vedere il duo indie-pop australiano An Horse. Il lui e la lei suonano bene, sono carucci e potenzialmente potrebbero divenire i nuovi beniamini di quelli con appetito fashionista. Alla quarta canzone inizio un po’ ad annoiarmi e a guardarmi in giro pero’.

 

(An Horse)

 

 

An Horse – Postcards (HYPEM link)

 

 

Fortuna che al Cake Shop mi aspetta lo showcase dell’etichetta olandese Subbacultcha! (primo dei momenti Trompe Le Monde di questa CMJ, v. sabato). Arrivo e faccio in tempo a beccarmi gli ultimi due tiratissimi pezzi dei tetri e sperimentali Bonne Aparte. Buoni a tal punto che mi prendo pure il disco (che ora ascolto solo quando fuori c’e’ il sole e sono di buon umore, che senno’ nella migliore delle ipotesi o mi spavento o mi deprimo). Di seguito assisto a una delle performances migliori della settimana, quella del duo chitarra-batteria The Moi Non Plus. Molto bravi e spettacolari: vedere un batterista spaccare un ride da quanto pesta e’ sempre cosa che rida’ fiducia nel genere umano. TMNP sono leggermente piu’ accessibili dei Bonne Aparte con tante influenze che pescano dritto tra i miei artisti preferiti: Fugazi, Cop Shoot Cop, Sonic Youth di Sister (e tutti i loro derivati, vedi Ikara Colt…), tra i vari. Preso anche il loro di cd (ho fugato ogni dubbio quando ho sentito che una canzone, peraltro molto bella, si intitola Jil Sander Makes Your Eyes Black). Dopodiche’, complice l’open bar, inizio a essere un poco sbronzo e a dare appuntamenti nell’asse Orchard/Ludlow a circa tutta la mia rubrica di contatti. Nell’affannoso tentativo di incrociare amici, faccio un paio di blitz all’Annex dove, come ogni mercoledi’, c’e’ la solita sfilza di gruppi targati NME-rde. Posto strapieno (di giovanissimi soprattutto), intravisti i tanto celebrati astri nascenti d’oltre manica Friendly Fires (catchy, certo, ma sondati troppo di sfuggita e troppo poco sobrio per poter esprimere un giudizio, il disco e’ la tipica cosa che, conoscendomi, amero’ i primi quindici giorni e poi odiero’, assieme ai relativi fans, per il resto della mia vita – Killers/MGMT anyone?). Visto qualche altro gruppo che faceva del goffo brit-pop. Dopo essermi finalmente beccato con alcuni amici, si finisce la serata a far caciara al dive bar Motorcity con un bel sottofondo 60s/garage/punk.

 

 

(The Moi Non Plus)

 

 

The Moi Non Plus – I Lie (MP3)

 

 

 

Giovedì

Nel pomeriggio c’e’ il secondo showcase di BrooklynVegan, da Pianos qesta volta. Il primo gruppo che vedo sono i Crystal Antlers da Long Beach, Ca., autori di un’eccellente EP di esordio in cui mischiano psichedelia, post-hardcore, 70s rock, noise, etc, etc. Gia’ visti qualche mese prima, ne rimango ancora una volta impressionato. Dal vivo questi sono una bomba. Il bassista/cantante Jonny Bell (la cui voce a tratti mi ricorda pure Mike Patton) si dimena cosi’ tanto che temo sempre faccia finire un qualche bandmate all’ospedale per via di una palettata del fighissimo e vintagissimo Precision Bass. Il batterista e’ bravo e molto scenografico. Certo, nessuno riesce ad emulare la coolness del percussionista afroamericano Damian Edwards, che pare uscito da una scena di Serpico: il suo segno distintivo e’ suonare con la t-shirt arrotolata sul torace, giusto per mettere in evidenza una prodigiosa pancia da birra (vedere per credere).

 

(Crystal Antlers)

 

 

Poi mi tocca assistere a una pallosissima performance di Sebastien Grainger & The Mountains. L’ex Death From Above 1979 si cimenta senza troppo profitto in un classic rock abbastanza insipido, dove l’unica canzone degna di nota plagia Common People. Stufatomi dopo poche canzoni, decido di andare al piano di sopra dove vedo i bei live sets di Wye Oak e Phosphorescent. I primi sono un duo della (oramai imperante) scena di Baltimore, con disco uscito la scorsa primavera per Merge (e una data l’11 novembre alla Casa 139 di Milano in supporto ai Dr. Dog). Cantano sia lei (chitarra) sia lui (batteria). Il timbro di lei e’ molto bello, ricorda un po’ S. Vega e un po’ C. Love. Il live crea un’atmosfera pre-serale fantastica. Le canzoni riescono miracolosamente a conciliare chitarre anche spigolose e rumorose (sembra a tratti di sentire la PJ Harvey di Dry) con un cantato parecchio dreamy e soave. Da tenere a bada. Di Phosphorescent, che tutti spacciano per il nuovo Bon Iver e che fa un set interamente acustico, ne parlero’ poi (venerdi’ suonera’ con tutta la band).

Dopo una veloce sosta a casa per un boccone al volo e una mini scorta di redbull, me ne vado alla Music Hall of Williamsburg a vedermi i concerti di Jay Reatard (visto anche venerdi’, ne parlero’ poi), The Dutchess & The Duke, King Khan and the BBQ Show e Mission of Burma (un sincero plauso a chi ha messo insieme la bill). Di Seattle, The Dutchess and the Duke sono un lui e una lei che cantano e suonano la chitarra acustica accompagnati da un tizio alle percussioni che sembra abbia addosso the cheapest John Lennon Halloween costume ever… or Liam Gallagher, can’t decide (v. qui). Visti per la seconda volta dopo che fecero spalla per il Fleet Foxes a luglio. Anche qui confermo il giudizio positivo. Sara’ per una mia malsana passione per ogni tipo di tributo alla British Invasion, ma trovo il loro songwriting ottimo.

 

 

The Dutchess & The Duke – Reservoir Park (MP3)

 

 

E che dire di King Khan? Presentatosi come al solito con un costume improponibile (abitino d’oro cortissimo, gambe nude, pezzo sotto di un bikini e parrucca alla Stevie Wonder), il re del revival garage/soul fa ancora una volta divertire tutti. Certo, gli Shrines, la sua altra band, sono tutta un’altra roba, anche se il combo ridotto del BBQ Show gli permette molta piu’ improvvisazione e di fare, se possibile, ancora di piu’ il cazzone. Dopo pochi secondi tutta la sala si dimena a ballare rapita dalle diavolerie di uno dei migliori frontmen in circolazione. Se capita dalle vostre parti andatelo a vedere anche senza conoscere una mezza canzone. Chiudono i leggendari Mission of Burma. Che concerto, mamma mia: mi aspettavo sapessero suonare parecchio bene, ma non cosi’ bene! Tiratissimo, adrenalina a gogo e loro che non sbagliano nemmeno un accento. Due serie di bis da tre pezzi, pescati tra i pezzi storici del repertorio. Peccato suonino cosi’ tardi, ma per fortuna che l’open bar di Beck’s tiene il morale di tutti parecchio su di giri. Torno a casa alle due e mezza che sono uno straccio, come faro’ domani?

 

(Mission of Burma)

 

 

 

(Continua)

 

 

7 Commenti a “Matte’s CMJ Marathon report / 1”:

  1. utente anonimo scrive:

    Ho deciso di integrare questo prezioso report con alcune cose cruciali che l’Autore non ha visto, impegnato a inseguire band di dubbio valore o concerti di collocazione geografica alquanto faticosa.

    i piu’ divertenti sono stati i takka takka, venerdi’ al cake shop. le piu’ sopravvalutate dall’hype galoppante sono lo vivian girls, che sono bravine e 2 di loro pure gnocche, ma tutto questo entusiasmo non lo capisco. la scoperta piu’ bella, invece, sono stati i Crystal Stilts, giovedi al Pianos, che nonostante partano in svantaggio con un nome che sconta la pesante inflazione che ha colpito l’uso della parola “Crystal” nei nomi di band, sono belli e bravi. la folla stipata per vedere i Crystal Stilts (al tempo autori solo di un EP assai caruccio, da qualche giorno anche di un LP che promette molto bene) coi suddetti Crystal Stilts che chiedono scusa e si fanno largo per portare gli strumenti sul palco, be’, quest’immagine la riportero’ in italia come il riassunto di questa citta’ bellissima. un posto in cui si creano cose, mentre noi muoriamo. un posto bello. sob.

    roberto

  2. utente anonimo scrive:

    lo credo bene!

    eazye

  3. utente anonimo scrive:

    #1: ops, mi hai sgamato (bestiale come girano le voci su questo internet)

    eazye: e’ stato molto divertente, anche se schiena e fegato si riprendono non prima di pasqua

    #3: sorry!

    ink: uhm, ma allora e’ per vendetta che mi hai fatto saltare il concerto verve lo scorso aprile! tantekrazie a te e calvin harris…

    ma(h)tte

  4. inkiostro scrive:

    #3: noi ormai ci siamo abituati, dopo un po’ che parli di concerti con matte ti astrai..

  5. utente anonimo scrive:

    L’invidia mi sta uccidendo

  6. utente anonimo scrive:

    ma che ficata!!!

    eazye

  7. utente anonimo scrive:

    ma tu per caso sei quello che non scrive quasi più sul proprio blog?

    (cmq, vegas)

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