martedì, 07/10/2003

nessun titolo

Un pugno nello stomaco che fa molto meno male
Stamattina ho ricevuto un sms: «Finalmente ho visto Elephant di Gus Van Sant. Preparati: è un pugno nello stomaco. Con tutti i pro e i contro». Dopo aver pensato a quali possano essere i pro di un pugno nello stomaco (in senso assoluto, dico), non ho resistito, e sono andato a vederlo. Sono uscito dal cinema non troppo convinto, in particolare per i giudizi, quasi unanimi, che lo additano come capolavoro (Palma d’oro e Miglior Regia a Cannes). Poi mi sono ricreduto, ma solo in parte.
Ora, non sono un critico cinamtografico -anzi, sono piuttosto ignorante in materia- ma per me un film deve innanzi tutto coinvolgere, nel bene e nel male. Ed Elephant non lo fa. Ma, si badi, non certo per incapacità del regista; è che *non vuole* farlo. Il mio apprezzamento è infatti tutto intellettuale e posteriore, frutto dello scambio di opinioni finale con Ganz, Flavia e Paolo, che mi hanno spinto ad apprezzarne la genialità formale, i mille richiami e le tante metafore che si rincorrono, come i personaggi, nel film. I lunghi piani sequenza, i personaggi che non fanno altro che camminare, il punto di vista della camera da presa sterile e insensibile come la soggettiva di un videogioco, la composizione dei piani temporali e il gioco con le aspettitve dello spettatore, che vengono sistematicamente disilluse. Il tutto evitando di cadere nei mille clichè di genere quasi inevitabili in una storia simile.
Eppure, sono ancora convinto che non sia un film così bello. Van Sant, infatti, se l’è cavata con poco, limitandosi a rappresentare l’insensatezza, la vacuità e la banale quotidianità della vita dei tanti personaggi che affollano la vicenda, senza darne il minimo spessore psicologico nè impegnarsi in discorsi etici o morali. Lo ha fatto per scelta, ripeto, e non per imperizia, eppure mi sembra una scelta abbastanza semplice, quasi scontata di fronte ad una vicenda simile. Come rappresentare una strage scolastica incomprensibile come quella di Columbine? E’ lineare: mostrandone, senza nulla aggiungere, la vuotezza. Lasciando che i fatti parlino da sè, evitando ogni spiegazione, tenendo lo spettatore a distanza, e facendo dell’impenetrabilità dei giovani protagonisti la chiave di lettura (quindi di non-lettura) del film. Sull’innegabile qualità formale e sulla bravura del regista nel rendere questa interpretazione non discuto, ma è proprio questa scelta che contesto. 
Probabilmente è la mia concezione di cinema a essere poco adeguata a Elephant. Oppure sono le aspettative -sempre loro- che mi fregano. Sta di fatto che mi è sembrato che Van Sant se la sia cavata troppo a buon mercato. E quando hai l’impressione che il regista abbia in qualche modo scelto la via pìù semplice per raccontare la sua storia, un pugno nello stomaco fa molto meno male.




3 Commenti a “nessun titolo”:

  1. inkiostro ha detto:

    si si, lo so chi sei.. Vi ho ascoltato ieri, cosa credi? :)
    (Ma ora che vi ha abbandonati mr. Noto dove lo linko?)

  2. secondavisione ha detto:

    Caro Ink,
    sono perfettamente d’accordo con te. E molto meno con l’amico/collegblogger Paolo.

    Una delle molteplici persone
    Che scrivono su Secondavisione

    FrADayInTheLifesco

  3. secondavisione ha detto:

    Caro Ink,
    sono perfettamente d’accordo con te. E molto meno con l’amico/collegblogger Paolo.
    Una delle molteplici persone
    Che scrivono su Secondavisione
    FrADayInTheLifesco